Fausta Genziana Le Piane: Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan
Françoise Sagan

Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan, pseudonimo di Françoise Quoirez, divenne famosa con “Bonjour tristesse”, “Buongiorno tristezza”, pubblicato nel 1954, trasposto al cinema con interpreti quali David Niven e Jean Seberg.

Il successo di questa ragazza di diciotto anni creava il “mito Sagan”. L’adolescente Cécile – eroina del romanzo – scopre, in un mondo malato, la noia di vivere, la tristezza esistenziale. Certo, non si può negare alla scrittrice di aver svolto il ruolo di testimone di una certa gioventù degli anni 1950 sempre in cerca di non si sa quale felicità, e priva di ogni illusione. Il successo del libro significa che la Sagan ha toccato il punto debole di una generazione che – dopo aver distrutto ogni tradizione – si trovava a disagio in un mondo deperibile.

Ricordiamo che è del 1955 il celebre film “Gioventù bruciata” diretto da Nicholas Ray ed interpretato da James Dean. Il titolo originale del film, Rebel Without A Cause, è un riferimento al libro del 1944 dello psichiatra Robert Lidner: Ribelle senza causa: analisi di uno psicopatico criminale.

Dopo questo successo fulminate, Françoise Sagan ha continuato a scrivere, con lo stesso disincanto dei suoi primi personaggi. Nei suoi libri (o nelle sue opere teatrali) si ritrova la stessa noia metafisica, la stessa lucidità disincantata, la stessa mediocrità.

 

Date di una vita

1935                            nasce a Cajarl (Lot)

1951-1952                   studi irregolari

1954                            Bonjour tristesse (Premio delle critiche)

1956                            Un certain sourire

1957                            Dans un mois dans un an

1959                            Aimez-vous Brahms?

1960                            Le château an Suède (opera teatrale)

1961                            Les merveilleux nuages. Les violons par fois…(opera teatrale)

1963                            La robe neuve de Valentine (opera teatrale)

1965                            La chamade (romanzo). L’écharde (opera teatrale)

1966                            Le cheval évanoui (opera teatrale)

1970                            Un peu de soleil dans l’eau froide

1972                            Des bleus à l’âme.

 

Aimez-vous Brahms? Le piace Brahms?

E’ il racconto di una solitudine: Paule (39 anni) è sentimentalmente legata a Roger, un uomo della sua età. Sotto le sembianze di Simon, ragazzo di 25 anni, l’amore entra nella sua vita. Ma la donna matura non si lascia ubriacare dal profumo di giovinezza di questa avventura e finirà col scegliere un sentimento sicuro; tornerà al primo amore, più confortevole nella sua abitudine. Le tentazioni, i dubbi, le lacerazioni di Paule sono accompagnati da una sinfonia di Brahms: è la musica ascoltata la prima volta che Simon ha invitato Paule ed è la prima domanda che lui le ha fatto: “Aimez-vous Brahms?” Anche da questo romanzo fu tratto un film interpretato da Ingrid Bergman, Yves Montand e Anthony Perkins che ebbe il premio al 14° Festival di Cannes per la migliore interpretazione maschile.

LA MUSICA DI BRAHMS

Capitolo sesto

Svegliandosi, la domenica, Paule trovò un biglietto infilato sotto la porta, uno di quei messaggi che una volta venivano detti poeticamente bleu, e che Paule trovò poetico perché il sole, riapparso nel cielo così terso di novembre, riempiva la sua camera di ombre e di luci piene di calore. “C’è un bellissimo concerto alle sei, alla sala Pleyel”, scriveva Simon.
“Le piace Brahms? Le chiedo scusa per ieri.”
Paule sorrise. Sorrise per la seconda frase: “le piace Brahms?
Era proprio il genere di domande che le facevano i ragazzi quando aveva diciassette anni.
Naturalmente, anche in seguito le facevano domande del genere, ma non aspettavano risposta. In quel suo ambiente, e a quell’età, chi ascoltava mai qualcuno? Ma poi, le piaceva Brahms?
Aprì il grammofono, frugò tra i dischi, e sul rovescio di una ouverture di Wagner che sapeva a memoria trovò un concerto di Brahms che non aveva mai ascoltato.
A Roger piaceva Wagner. Diceva: “E’ bello, fa rumore, questa è musica.”
Mise su il concerto, trovò romantico l’inizio e si dimenticò di ascoltarlo sino alla fine.
Se ne accorse quando la musica finì e le fece rabbia.
Adesso, ci metteva sei giorni per leggere un libro, non ritrovava mai la pagina, dimenticava anche la musica.
La sua attenzione ormai era polarizzata da campionari di tessuti, e da un uomo che non c’era mai.
Si stava perdendo? Perdeva le proprie tracce, non si sarebbe ritrovata mai.
“Le piace Brahms?” Restò un attimo davanti alla finestra aperta, ricevette il sole negli occhi e ne restò abbagliata. E le sembrò che quella breve domanda: “Le piace Brahms?” rivelasse improvvisamente, un’immensa dimenticanza: tutto quello che lei aveva dimenticato, tutte le domande che aveva deliberatamente evitato di rivolgersi.
“le piace Brahms?”. Ma le piaceva ancora qualcosa, oltre se stessa e la sua esistenza?
Beninteso, diceva che le piaceva Stendhal, sapeva che le piaceva. Ecco quella era la parola giusta: lo sapeva. Forse con tutta semplicità, sapeva che le piaceva Roger.
Cose buone ed acquisite, punti di riferimento sicuri. Ebbe voglia di parlare a qualcuno, come ne aveva voglia a vent’anni.
Chiamò Simon. Ancora non sapeva cosa dirgli. Probabilmente: “Non so se mi piace Brahms, non credo.” Non sapeva se sarebbe andata a quel concerto. Dipendeva da quello che avrebbe detto lui, dalla sua voce: esitava e trovava piacevole quell’esitazione.

Ma Simon era fuori, faceva colazione in campagna, sarebbe passato da casa alle cinque, per cambiarsi.
Paule riagganciò, Intanto aveva deciso di andare al concerto. Diceva fra sè: “Non ci vado per Simon, ma per la musica. Finirò per andarci tutte le domeniche, se l’atmosfera non è odiosa, nel pomeriggio; è un’ottima occupazione per una donna sola”.
E intanto deplorava che fosse domenica e non potesse precipitarsi subito in un negozio a comperare quei Mozart che le piacevano, e qualche Brahms.
Aveva solo paura che Simon le tenesse la mano durante il concerto; lo temeva proprio perché se lo aspettava, e la conferma di ciò che la sua fantasia attendeva la colmava sempre di una noia mortale.
Le era piaciuto Roger anche per questo.
Perché era sempre imprevisto, sempre un po’ sfasato in tutte le situazioni già scontate.
Alle sei alla Sala Pleyel, Paule si trovò presa nella folla e rischiò di non vedere Simon, che le porse il biglietto senza dire niente. Fecero le scale di corsa, in una baraonda di gente.
la sala era immensa, tetra; l’orchestra offriva come preambolo dei suoni particolarmente discordanti , come per far meglio apprezzare al pubblico, poi, il miracolo dell’armonia musicale.
Paule si voltò verso il suo vicino: “Non sapevo se mi piaceva Brahms.” “E io non sapevo se sarebbe venuta,” disse Simon “Le assicuro che non m’importa se le piace Brahms o no”.
“Com’era la campagna?”
Simon la guardò stupito.
“Ho telefonato a casa,” disse Paule, “per dirle che….accettavo.”
“Avevo così paura che telefonasse per dire di no, o che non telefonasse, che sono andato via,” disse Simon.
“Era bella la campagna? Dove è andato?”
Provava un piacere triste nell’immaginare la collina di Houdan nella luce della sera: le sarebbe piaciuto che Simon ne parlasse. A quell’ora si sarebbe fermata a Septeuil con Roger, avrebbero camminato insieme sulla stessa strada, sotto gli alberi rossi.
“Sono andato un po’ in giro,” disse Simon. “Non ho guardato i nomi. Adesso sta per cominciare.”
Il pubblico applaudiva, il direttore d’orchestra salutava, alzava la bacchetta, Paule e Simon si lasciarono scivolare nella poltrona, con le altre duemila persone.
Era una sinfonia che Simon credeva di riconoscere, un po’ patetica, un po’ troppo patetica in certi momenti. Sentiva il gomito di Paule contro il suo, e quando l’orchestra saliva, lui ne seguiva l’impeto; ma, appena la musica illanguidiva, tornava ad essere cosciente della tosse dei vicini, della forma del cranio di uno seduto due file più avanti, e soprattutto della rabbia che aveva in corpo.

In campagna, in un albergo vicino a Houdan, aveva incontrato Roger, Roger con una ragazza. Si era alzato, aveva salutato Simon, ma non l’aveva presentato.
“Non facciamo che incontrarci, non le pare?”
Simon sorpreso, non aveva detto niente. Lo sguardo di Roger lo minacciava, gli ordinava di non parlare di quell’incontro. Non era, grazie a Dio, lo sguardo complice di un donnaiolo a un altro donnaiolo. Era uno sguardo furibondo. Simon non aveva risposto.
Non aveva paura di Roger, aveva paura di far soffrire Paule. Si giurava che non sarebbe mai successo niente di male a quella donna per colpa sua.
Per la prima volta sentiva il desiderio di interporsi tra qualcuno e la sventura.
Lui che si stancava così in fretta delle sue amiche, che si spaventava delle loro confidenze, dei loro segreti, di quel loro accanimento nel volergli far recitare ad ogni costo la parte del maschio protettore, lui così abituato a sottrarsi e a fuggire, adesso aveva voglia di voltarsi indietro e di aspettare. Ma aspettare che cosa? Che quella donna capisse di amare un farabutto: ce ne sarebbe voluto del tempo….Forse era triste, forse pensava a Roger ed al suo modo di fare, forse ne conosceva i difetti.
Un violino salì più alto dell’orchestra, palpitò disperatamente in una nota d’angoscia e ricadde, sommerso dall’onda di melodia travolgente degli altri. Fu sul punto di voltarsi ad abbracciare Paule. baciarla…immaginò di curvarsi su di lei, di sfiorarne le labbra, lei gli metteva le mani attorno al collo….Chiuse gli occhi.
Vedendo l’espressione di Simon, Paule si disse che doveva essere un melomane.
Ma subito una mano tremante cercò la sua. Se ne liberò con un gesto impaziente.
Dopo il concerto Simon la portò a prendere un cocktail: cioè una spremuta di pompelmo per lei, e per lui due dry………….

Françoise Sagan, Le piace Brahms?, Longanesi, 2010, p. 70

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La poesia di Umberto Crocetti (Paola Puzzo Sagrado)

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La scrittura di Umberto Crocetti è allo stesso tempo vibrante e delicata, emotivamente densa, ma capace di tracciare geometrie sottili.

Compatta, colta e fortemente concettuale, non si perde in elucubrazioni filosofiche, ma consiste piuttosto nel dialogo – che si percepisce intimo, vero ed umano – di un’anima che porta in sé la consapevolezza stridente dell’esistenza, se ne interroga con coscienza vigile, in bilico tra il proprio immaginario sospeso e l’intromissione ineluttabile, spesso dolorosa, del reale.

Una malinconica e profonda riscrittura del sé e del mondo circostante, dunque, partendo dai gesti concreti, le apparenze fugaci della quotidianità, i frammenti della memoria, ma a un certo punto distaccandosene per rivelarne l’“oltre”, invitando il lettore a procedere non più tramite gli strumenti razionali, ma tramite i sensi, l’ascolto empatico, la comunicazione diretta fra anime attraverso i desideri, i sogni.

Con acuta predisposizione per l’immagine chiaroscurale, l’autore tesse una narrazione poetica che sa essere insieme parola e gesto, miraggio e tangibilità, accoglimento e perdita:

“mi volto, quasi a cercare la tua assenza, | vedo quel vento muovere le spighe, | spingo avanti il mio passo e dentro il petto | tintinna il suono | della tua cavigliera”

Una narrazione poetica in cui anche il silenzio rappresenta una presenza avente valore e significato. Ed è proprio nel non detto o nell’indicibile, che infatti si staglia la composizione di un paesaggio costituito da figure e movimenti in sospeso tra lentezze, raccordi impossibili, distanze incolmabili, immobilità di destini che si sfiorano scanditi da un “tempo che non ha tempo”.

“Quanto manca tra l’alba e questo/ ponte? Quanto potrà durare/ la decadenza vigile dell’ombra?

In conclusione, quella di Crocetti appare senz’altro come una poesia con il coraggio di sostenere sia il peso persistente di un disumanizzante senso di mancata appartenenza, sia il peso delle conseguenti, difficili, ma necessarie ripartenze.

Paola Puzzo Sagrado

 

Poesie scelte: poesie-di-umberto-crocetti

 

NOTE BIOGRAFICHE

Umberto Crocetti, nato a Catanzaro nel 1958, vive in Puglia, dove svolge la sua attività di Medico. Tra le pubblicazioni: Apologia di un poeta (1984, Rubbettino Editore); Il Canto delle Bambole (2009, Masso delle fate Edizioni); Il dialogo remoto (2010, Masso delle fate Edizioni); L’isola riemersa (2014, Calabria Letteraria).

 

Poetry Lab – Paola Puzzo Sagrado

 

 

Paola Puzzo Sagrado
Paola Puzzo Sagrado

Poetry Lab: Paola Puzzo Sagrado

Da dove viene la tua poesia?
In realtà, non ne ho idea. Scrivo esclusivamente sotto ispirazione e quando questa arriva – in qualunque momento e ovunque mi trovi – sento un forte impulso sopraffarmi e le parole sopraggiungere. Io, grumo finito di natura umana, sento in quei momenti d’essere come toccata da una grazia, da qualcosa di infinitamente grande e perfino insostenibile, la cui reale natura resta impossibile da spiegarsi a parole. Come Lorca, Borges e molti altri, sono dunque portata a pensare che il poeta sia una sorta di medium, un tramite che riesca a collegarsi a un’essenza sovrannaturale (probabilmente una memoria collettiva universale) e che da tale contatto riceva una sorta di nuova consapevolezza, una spinta a creare.

Per chi scrivi, come immagini il tuo lettore?
Non scrivo mai pensando a chi mi leggerà. Credo sia la condizione indispensabile per trasmettere nel modo più fedele possibile ciò che è giunto alla mia coscienza sotto ispirazione. Riportarlo nel modo più autentico, esprimendo esattamente ciò che ho sentito – che piaccia al lettore o no – è per me l’obiettivo primario, e ritengo sia anche il dono più onesto che si possa fare al proprio pubblico. Adattare i versi ai gusti di chi mi legge, significherebbe invece falsare o snaturare il messaggio originale.

Come vivi, con te stessa e con gli altri, il tuo essere poeta?
Coincido con ciò che scrivo, per cui semplicemente mi presento per ciò che sono. Lo vivo con impegno. In passato ero molto timida riguardo al condividere i miei versi, ma negli ultimi anni ho fatto parecchia esperienza di reading e performing e pian piano, lavorando su me stessa, sono riuscita a vincere i miei timori. Confrontarmi col pubblico e con tanti altri poeti che stimo, sia di presenza, sia virtualmente sui siti dedicati alla poesia, ha cambiato molto la mia vita. E’ stato possibile partecipare oltre che in questo blog ricchissimo di diverse sensibilità e presenze anche in antologie, performances artistiche, reading di protesta sociale o diretti al recupero del ruolo cardine dell’arte in una società dominata dalle logiche del liberismo selvaggio, ed ancora tanti altri ottimi progetti. Uno di cui sono particolarmente fiera è un “Canto corale” scritto, una strofa ciascuno, da ben 23 poeti sul tema della distrofia muscolare, al fine di sensibilizzare e raccogliere fondi in favore dell’associazione dei genitori dei ragazzi affetti da questa terribile malattia.

Come hai iniziato?
Di certo ricorderete Neruda:

 Accadde in quell’età… La poesia

venne a cercarmi. Non so da dove

sia uscita, da inverno o fiume.

Non so come né quando,

no, non erano voci, non erano

parole né silenzio…

Ecco, ho iniziato in modo simile, come in questi versi, così rispondenti al vero d’averli voluti tatuare sul mio corpo. Mai avrei immaginato che mi sarei dedicata alla poesia! Sì, a scuola prediligevo le materie umanistiche, leggevo molto, ma nulla di più. Poi a 21 anni, per puro caso, entrai in possesso di due volumi: “Federico Garcia Lorca – Tutte le poesie” I e II. La mia usuale curiosità mi portò a sfogliarli. Procedevo a saltare e, in principio, erano versi che non capivo. Non riuscivo a entrarci, mi irritavo e interrompevo la lettura. Dopo alcuni giorni, però, tornavo a riaprirli. Era come se mio malgrado mi attraessero, ma nuovamente non afferravo, mi stancavo e lasciavo perdere. Andai avanti così per diverso tempo, fin quando – all’improvviso – ebbi come una folgorazione. La sensazione interiore fu quella di una finestra che si fosse spalancata nella mia percezione. Non so descriverla diversamente. Da quel preciso istante, i versi di Lorca li sentii in pieno: mi entrarono fin nel sangue, attorcigliandomi dentro, facendomi appassionare e ridere e piangere. E da allora arrivarono, di getto, anche i primi versi miei.

Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che ricordi hai?
A scuola, elementare, media e superiore. Pascoli e Carducci prima, Leopardi, Manzoni, Dante, Foscolo poi, da portare a memoria. Era un’imposizione che non mi dispiaceva: come ho detto, amavo le materie letterarie. La genialità di questi grandi autori, però, la compresi anni dopo, rileggendoli e studiandoli per conto mio, insieme a metrica, figure retoriche etc., non perché faccia parte di quella fazione di poeti che concepisce la poesia come qualcosa di costruito, anzi! Piuttosto perché ritengo che, per rompere gli schemi, occorra prima conoscerli.

A chi fai leggere per primo i tuoi versi?
In passato, a nessuno. Negli ultimi tempi, ad una cara amica poetessa che stimo molto. Il mio giudice più severo tuttavia rimango io stessa, visto che io soltanto posso confrontare il risultato finale con il messaggio ricevuto in origine. E tra l’uno e l’altro, citando il titolo di un famoso film, direi che c’è sempre un effetto “lost in traslation”, ovvero una parte intraducibile che purtroppo si perde nel passaggio.

Usi la penna e/o il computer?
In fase creativa, assolutamente la penna. Preferibilmente nera di tipo scorrevole, sul notes che porto sempre con me, quasi sempre scelto “a pelle”. Non deve infatti essere troppo grande o troppo piccolo, la copertina dev’essere rigida per consentirne l’appoggio ovunque e i fogli completamente bianchi. Righe e quadretti infatti, mi fanno sentire ingabbiata. Capita spesso però, a seconda di dove mi sorprenda l’ispirazione, di dover utilizzare scontrini, sacchetti di carta, matite eyeliner, rossetti e qualsiasi cosa trovi sottomano. Il computer lo uso solo dopo, in fase di archiviazione, impaginazione, o condivisione sul web.

Quanto viene di getto o è frutto di lunghe elaborazioni?
La maggior parte viene di getto, in modo del tutto inaspettato. Inizio col ricevere come una rivelazione, poi man mano sopraggiungono anche gli altri versi e incomincio a trascriverli fedelmente. Sono strisce di parole in cui è criptato dentro tutto. Tutto quello che di profondo in me vorrebbe gridare, ma non può essere confidato a nessuno e anche un senso ulteriore, latente e misterioso. Delle volte, i versi arrivano subito tutti e non mi resta che mettere insieme le parti, fare piccoli aggiustamenti di forma, eliminare il superfluo, lasciandoli il più possibile intatti. Altre volte giungono solo in parte e la poesia rimane in stallo per giorni, mesi o anche anni, in cui resta incompiuta. Non direi quindi che è frutto di lunghe elaborazioni, quanto di lunghe attese.

A parte le tue, quante poesie di altri pensi di ricordare a memoria?
So che sembrerà assurdo, ma non ricordo a memoria alcuna delle mie poesie proprio perché non sono costruite scientemente. Se ne perdessi tutte le copie, non saprei riscriverle. Più spesso, invece, accade che mi si conficchino sottopelle versi di altri autori. E non li dimentico più.

Un consiglio prezioso da passare agli altri.
“Scrivi da ubriaco, correggi da sobrio”, pare dicesse Hemingway. Mi sembra un buon consiglio.

Un poeta su tutti.
Non posso che rispondere Lorca, ovviamente.

*

Fatalité d’une femme

Gesti di folle autarchia
equilibrismi della logica
tengono piatta la posizione

Denti in gabbia
Stipsi dei sentimenti

La livida umiliazione
di un rossetto inviolato
stinge vendette irrisolte

rivoli di carminio sversati
tutti, in un cuore inesatto

Scaldare questa sedia cosmica
avallare la nuda sintesi del graffio
avvolgersi in stole d’egoismo
sgranare rosari di lussuria
o impazzire in segreto
la mente puerile rinchiusa
nei fondi cassetti di un limbo…

No, no, no, no!
Sbocciare altrove, altra
opposta al vento

curva di tenerezza
sulla terra diaccia.

*

Paz

L’ora si è zittita
stesa nella calura

Chiudi quegli occhi
lascia sbalzare il cuore
dalla logica in corsa

Baci come farfalle
poi come ciliegie

Svestimi i pensieri
con bottoni di carne
e un’edera di mani

(Caroselli di voglio
bussano alla fronte)

Nel nodo di respiri
raccoglimi, spargimi
Nell’acqua della sete
fatti onda, marea!

Àncora e ancòra
inarcami dentro
fino al grido più bianco

Apri gli occhi, adesso
guarda le parole

come son rimaste indietro.

*

Luce negli occhi chiusi

La morte ruba al tempo
l’amore alla morte.

Esco, i tuoi silenzi in tasca
valuta fuori corso
follia d’essere me.

Mi perdo in vicoli ciechi
selciati di assurdi propositi
in certi anditi bui
che la colpa non raggiunge.

Solo, sei un dio dimenticato
che non vuole più adepti.

Ma tu appartieni al mare
dipingi astri specchianti
sulle squame dei pesci.

Io lego gli occhi alla terra
germoglio tra i sassi
per te il mio seno si è fatto uva.

Pure abbracciati
confiniamo senza unirci.

*

Paola Puzzo Sagrado vive in Sicilia. Si occupa di grafica, webdesign, SEO copywriting, collabora con una Fondazione a scopo sociale che assiste rifugiati e richiedenti asilo. Poeta, cantante e reader performer, è stata segnalata al Premio di Poesia giovanile «Mario Gori» Città di Ragusa nel 2001, Menzione d’Onore al Concorso Internazionale di Poesia«Inchiostro e anima» nel 2015 ed inoltre finalista al «Premio nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi» nel 2014 e al Concorso «Siciliana-Mente» della Regione Sicilia nel 2015. Ha partecipato a diverse antologie tra cui «Parla come navighi – Antologia della web letteratura Italiana» a cura di Mario Gerosa (Ed. Il Foglio), «Il Giardino dei Poeti» (Ed.Historica), «Labirinthi IV» (Ed. Limina Mentis). Nel 2007 ha pubblicato la propria raccolta «Il diavolo piange» (Ed. Albatros). E’ redattrice del blog letterario Neobar ed altre sue poesie sono gentilmente ospitate su diversi altri blog e siti dedicati alla letteratura.

 

 

La rivolta ungherese del 1956 nelle foto di John Sadovy

The LIFE Magazine Collection, 2005
The LIFE Magazine Collection, 2005

Ho appena visitato alla Europe House di Londra – dove ci sono ma chissà per quanto ancora tutte le bandierine dell’Unione Europea – la mostra dedicata alle foto di John Sadovy (1925-2011) della rivolta in Ungheria, che ebbe luogo esattamente sessant’anni fa, dal 23 ottobre al 10 novembre 1956. L’insurrezione, nello spirito anti sovietica e che fu repressa dalle truppe di Mosca, vide migliaia di feriti e centinaia di morti tra chi era in favore o contrario all’insurrezione oltre che tra i soldati sovietici. Le foto di Sadovy, uno dei pochi fotoreporter che riuscì ad entrare in Ungheria, furono pubblicate dalla rivista Life negli articoli di Timothy Foote, che con Sadovy fu testimone delle atrocità commesse da entrambe le parti. Iniziata da un movimento studentesco, la rivolta coinvolse subito tutta la popolazione. Come scrisse Sadovy, appena insignito del premio Capa e che era stato al servizio dell’esercito britannico durante la seconda guerra mondiale, ebbe modo di vedere “l’impatto dei proiettili sui vestiti di un uomo”. Sadovy, che fu anche ferito a una mano, aggiunse inoltre che non aveva mai visto uccisioni così rapide. Colpisce allo stesso modo la “rapidità” con cui il fotografo riesce a catturare momenti così drammatici oltre che il coraggio nel “puntare” la macchina fotografica.

A.L.

http://www.repubblica.it/esteri/2016/10/22/news/ungheria-150320989/?ref=HREC1-16

The LIFE Magazine Collection, 2005
The LIFE Magazine Collection, 2005

Il primo di 40 agenti della polizia segreta ungherese fucilati

The LIFE Magazine Collection, 2005
The LIFE Magazine Collection, 2005

Una donna sputa sul cadavere di un colonnello della polizia

John Sadovy – autoritratto i.telegraph.co.uk/multimedia/archive

 

La luce delle crepe, di Luciano Nota, letto da Fernando Della Posta.

Nel nuovo libro di Luciano Nota, “La luce delle crepe”, Edilet 2016, il poeta rivendica il suo bisogno di una nuova visione delle cose, una visione innanzitutto nitida e libera. Libera da rumori e intermittenze, una messa a fuoco intima e precisa, come il puntare un unico soggetto dallo spiraglio di luce che da un bosco si apre su una radura o su un pendio, o più banalmente da una fessura in una parete.

Seguendo l’insegnamento di Leonard Cohen, le crepe per Nota non minano la stabilità delle cose e dei concetti, al contrario sono utili per gettare nuova luce sulle loro strutture più intime.

Ma non pensate che il vero scopo dell’autore sia un mero intento conoscitivo. Il poeta, probabilmente ispirato dall’atmosfera limpida e pulita delle montagne e dei boschi della sua città natale, Accettura in Basilicata, utilizza la luce come mezzo per tentare di andare oltre l’apparenza e i significati.

Si scopre così un fitto universo in continua metamorfosi, metamorfosi incentrata in primo luogo sull’ascesi.

Come un folletto che danza allegro sulle pendici e sulle cime dei suoi monti, Nota canta la pietra, il muschio, il legno e la calce, i quali diventano materia impalpabile e spirituale, così come l’invito al lettore che più di tutti risalta, è quello a farsi fluido insieme a lui fino alla scomparsa nel divenire continuativo e immarcescibile di tutte le cose.

Un’ascesi che è percorso iniziatico fatto attraverso la pienezza dei sensi e lo stupore. Un perdere peso e un guardare dall’alto il mondo e l’esperienza interpretando appieno il noto invito di Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

Passano così in rassegna nel libro, fissati in tratti ideali e dematerializzati, considerazioni personali, fantasie oniriche, ricordi, amicizie e affettività del poeta. Un riprodurre il proprio vissuto che il lettore potrà riversare su se stesso e la propria esistenza, con indubbio giovamento.

***

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***

Visione leggera

Del muro, della lastra, della pietra
ho sempre avuto una visione leggera
nonostante, il muro, la lastra, la pietra
m’avessero accerchiato.
È sempre stato un tragitto alterato
simile ad un occhio orbo
che ha voglia di scrivere sul marmo
che il vento, il muschio, la luce
non sono mai esistiti.

Pila d’acqua

Dietro la porta oserò poggiarti
parte di me, un’unghia, un capello,
o se preferisci, la perdizione
del nostro tempo, dentro un ciocco.
Vedi, è troppo il mare, la sua grandezza
fa male, bisogna ridurre.
Il detrito è un corpo stabile,
nessun colpo potrà dividerlo.
Vieni, osiamo farci falda,
resa armonica oltre la porta.
Muoviamoci in quella pila d’acqua.

Se poggiassi il mio viso sul tuo
sui fianchi del globo primordiale
apriremmo case di vetro,
montagne, scenari mai assodati.

Se poggiassi il mio viso sul tuo
dormiremmo su un fondale eterno
e insieme apriremmo il sipario
al più allegro funerale.

La mia terra

La mia terra è ciò che incide
duramente il dorso
e nel petto si stagna.
E non sarà mai spina,
ma cima.

Aria
(a Rocco Trivigno)

Il pane triturato
l’acanto, le letture …
Il ventenne alto
che già da imberbe
spronava l’aria.
E c’era da mirarlo
nei suoi passi di danza
nel fogliame che annidava
passeri e papiri.
Sapeva di pergole
ravvisava l’apice
il ragazzo alto
che già da imberbe
cingeva l’aria.

***

Luciano Nota è nato ad Accettura in provincia di Matera. È laureato in Pedagogia ad indirizzo psicologico e in Lettere Moderne. Vive e lavora a Pordenone svolgendo attività di Educatore. Ha pubblicato: “Intestatario di assenze” (Campanotto, 2008), “Sopra la terra nera” (Campanotto, 2010), “Tra cielo e volto” (Edizioni del Leone, 2012, con prefazione di Paolo Ruffilli e postfazione di Giovanni Caserta), “Dentro” (Associazione Culturale LucaniArt Onlus, 2013, con prefazione di Abele Longo). Cura insieme ad altri amici poeti il blog letterario “La presenza di Erato”.

Plinio Perilli: I menestrelli del verso – poesia da cantare

“… gli angeli suonano le loro trombe tutto il giorno / la terra intera in movimento sembra oltrepassarli / ma nessuno sente la musica che suonano / nessuno neppure ci prova”… Così cantava, stornellava acido e sublime il Bob Dylan di New Morning… Correva, per la precisione, il novembre 1970 – l’anno in cui l’aspro e ormai famoso cantore della nuova protesta giovanile, non ancora trentenne, fuggito sette volte di casa adolescente, e poi vissuto perennemente ramingo, on the road, si ritrova laureato honoris causa dall’Università di Princeton… Precisamente da allora, come ricorda la Fernanda Pivano, ci “mostrò una sua nuova maniera, non più folk, non più folk-rock, non più country and western: di un Dylan ripiegato sulla solitudine e la disperazione, che con l’antica voce rauca propose di vincere alienazione e paranoia tentando di accostare o almeno di non respingere la gioia della vita lontano dalla corruzione cittadina, dal falso eccitamento urbano, dall’inquinamento mortale delle metropoli.”

   Poi molta acqua passò sotto i lunghi ponti di tutti i grandi fiumi del mondo – e il cosiddetto cantautorato s’irradiò, si diversificò, si autorigenerò, si conclamò… Il decennio degli anni ’70 fu forse il primo in cui, a livello mondiale, questi soavi o asprissimi ballatisti divennero non mera curiosità per rari amatori, o scelta comunque preziosa, ma merce corrente, materia prima usuale del mercato: insomma ampio oggetto di consumo… Basta scorrere, e limitiamoci ai menestrelli di successo di casa nostra, quelle ormai lontane classifiche degli l.p.; dove spiccano, tra i 33 giri più suonati, nomi già ben consolidati (la mitica Scuola genovese, per intenderci), o del tutto e felicemente nuovi. Gino Paoli, ovviamente tra i primi, torna a pubblicare Le due facce dell’amore proprio nel ’71. E Fabrizio De Andrè fa uscire in quello stesso anno tre dischi presto celebri: La buona novella, Tutti morimmo a stento, Non al denaro, non all’amore né al cielo. Gaber stampa Polli da allevamento nel ’79. Per la generazione successiva, è proprio l’inizio di una tendenza, diciamo di un cult in progress: Francesco Guccini pubblica Radici nel ’72, Le stanze della vita quotidiana nel ’74, Via Paolo Fabbri 43 nel ’76; Lucio Dalla, in collaborazione con un poeta di ruolo come Roberto Roversi, ci dona Anidride solforosa nel ’75, e l’anno dopo Automobili, con quella perla di “Nuvolari”, piccolo frammento melodico e mentale di un vero epos collettivo:

Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati
Quando corre Nuvolari quando passa Nuvolari
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo,
a cavallo nel cielo d’aprile

   I nomi nuovi, che presto sarebbero esplosi, erano Venditti e De Gregori (il loro primo album a mezzi, Theorius Campus, uscì nel ’72), Alan Sorrenti (anche Aria nasce nel ’72), Riccardo Cocciante (Anima, 1974; L’alba, ’75), Edoardo Bennato (I buoni e i cattivi è del ’74), Angelo Branduardi (La luna, ’76; così come Alla fiera dell’Est), il professore di filosofia Roberto Vecchioni (Elisir, ‘76; Samarcanda,’77), Ivan Graziani (I lupi, ’77),  Eugenio Finardi (Diesel, 1977), Rino Gaetano (Aida, ’77), Renato Zero (Trapezio, 1977; id. Zerofobia), perfino Franco Califano, il grezzo autocritico viveur di Tutto il resto è noia (’77)… Talenti così diversi, malinconici o divertenti, impertinenti o sbroccati – ma sempre e comunque “autori”, maledettamente autori del loro stesso canto… Lasciamo perciò a parte il discorso di Lucio Battisti, così mediato e guidato dai testi di Mogol, se pure così importante e nuovo per quegli anni, e riuscito col tempo a diventare sinonimo infibrato e campione fonosimbolico di un certo modo di far canzone come racconto, scena sensibile, teatro mentale, lacerto vissuto di un suono che trasmette rimbalza parole come aforismi stessi emozionali. Una recente poesia di Valentino Zeichen “Per Lucio Battisti” (dalla sua ultima raccolta Neomarziale, del 2006), dà conto di questa deriva preziosa, scanzonata, che è al contempo golfo o ripostiglio di interi, minimi orizzonti generazionali:

Anche i poeti che fanno lo stage
nelle torri d’avorio, sull’Atlantico
dove meditano sui millenni,
fischieranno un tuo motivo
come le sirene delle navi.
Non si conosce nostalgia
che non sia da lontananza, fin
dalle frecce preistoriche degli addii.
Perciò le canzoni accompagnano le vite
mentre la buona poesia i secoli.

   E sorvoliamo il percorso di tanti gruppi, ben miscelati e aggregati di talenti, dove è più arduo individualizzare la personalità creativa, insomma l’autore: e citiamo en passant l’esempio nobile dei Nomadi, dei New Trolls, del Banco, delle Orme, della stessa Nuova Compagnia di Canto Popolare (Li sarracini adorano lu sole risale al 1974). Finalmente, Pino Daniele, Vasco Rossi, Rino Gaetano, Gianna Nannini, Ivano Fossati, Alberto Fortis; e i Litfiba col loro rock duro, acerrimo e davvero indiavolato…

   Paolo Conte, oramai così storicizzato, esordisce in verità con un suo bel ’33 solo nel 1974: Paolo Conte (già ricco di golosi o svogliati classici come “Questa sporca vita”, “Wanda”, “La fisarmonica di Stradella”, “Onda su onda”, “La giarrettiera rosa”). In pochi anni seguiranno Un gelato al limon (’79), Paris milonga (’81), e insomma la celebrità. Ma era già autore noto e riverito per altri (“Azzurro”, “Tripoli ‘69”). C’è comunque aria nuova, e la sensazione di un qualche superamento della bella tradizione degli chansonniers francesi poi così ben imitati, perfino innovati dai nostri Paoli e Tenco, Bindi, Lauzi ed Endrigo. “Paolo Conte è un luogo geografico in cui la memoria e la fantasia si scambiano i ruoli” – scriveva Vincenzo Mollica in una vecchia monografia dell’82 uscita per Lato Side Editori  – “giocando con le luci e la prospettiva e sfrugugliando con la gamma delle sfumature esistenti tra il bianco e il nero.” E Vito Riviello, poeta giocoso, non esita a riconoscergli, anzi diagnosticargli, un vivace talento surrealdadaista innestato su melanconico sguardo crepuscolare: “Infatti con un filo alchimistico di cui conosciamo la provenienza riesce a legare lo sguardo degli ascoltatori a sensibili immagini vaganti, in un’atmosfera più dadaista che surrealista. Infatti nell’area dadaista le cose vivono di luce propria, mentre in quella surreale di luce riflessa. Per queste caratteristiche ‘dada’ e per le diavolerie evocative, la ‘romanza’ di Paolo si ascolta, s’immagina ma anche si ‘vede’. Perché la canzone di Conte si può rappresentare non appena è stata evocata. La rappresentazione escogita un tempo presente che sembra reale (in qualche modo lo è), invece è la possibilità dell’inconscio di vivere un’apparente attualità.”

   Leggiamo/ascoltiamo il mitico incipit di “Genova per noi”:

“Ma quella faccia un po’ così / quell’espressione un po’ così / che abbiamo noi prima di andare a Genova / e ogni volta ci chiediamo / se quel posto dove andiamo / non c’inghiotta e non torniamo più.” Con quell’inserto seguente  strepitosamente visivo, se non visionario: “Macaia, scimmia di luce e di follia, / foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. / E intanto nell’ombra dei loro armadi / tengono lini e vecchie lavande. / Lasciaci tornare ai nostri temporali, / Genova, ai giorni tutti uguali”…

   Le ultimissime generazioni già hanno i loro nuovi campioni, menestrelli del verso. Ma noi fermiamoci, per il momento, alle ultime o alle penultime…

   Il brio stralunato e istrionico di Max Gazzè, o le accanite, trasfiguranti metafore di Mauro Bersani (“Il mostro” è una pura, sliricante canzone davvero degna di nota), sono assurti agli onori di ogni aficionado. Vinicio Capossela merita un discorso a parte. Così come in separata sede occorre analizzare certe recenti prove “liriche” di un consumato cow-boy o gringo del rock quale Luciano Ligabue… Molto più ci preme ricordare un altro bravissimo ma trascurato cavaliere, hidalgo tra parole e note, Andrea Chimenti: L’albero pazzo, un album del ’96, resta indimenticabile: “Srotola la mente fragile come carta di riso / calpestata, stropicciata, consumata, lacerata / e unta da mani sporche, senza scrupoli / Carta fragile, da bagnare in acque lacrimose / carta fragile, da stendere sotto al sole / Su cui scrivere belle parole / e notti di tepore / segreti bisbigliati e poi dimenticati”…

    Coi Marlene Kuntz siamo in un’area egualmente romantica e irrequieta, ma assai più energica e cadenzata. “Sin dal loro primo lavoro, dal titolo emblematico, Catartica (1994), da cui hanno cominciato a tessere trame noise-rock all’interno di un panorama italiano in caduta libera, convogliando nelle musiche e nei testi quel malessere esistenziale di una generazione che avanzava” annota Max Parri  “hanno sempre esaltato una teatralità lirica e concettuale” di marcata, esuberante intensità.

   L’odio migliore (’98), Ho ucciso paranoia (’99), Bianco sporco (2005), sono alcuni altri titoli di un gruppo che, sulla scorta dei testi del suo leader Cristiano Godano, lascia davvero il segno quanto a emozione lirica e catartico flusso immaginifico. “Il solitario”, “Poeti”, “La lira di Narciso”, “La cognizione del dolore” (sulla scorta di Gadda), sono in fondo solo parti, schegge, frammenti armonici di un’inquieta, modernissima controelegia, per l’appunto, alla “Bellezza” (citiamo sempre dal c.d. Bianco sporco):

Noi sereni e semplici o cupi e acidi,
noi puri e candidi o un po’ colpevoli
per voglie che ardono:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E noi compresi e amabili o offesi e succubi
di demoni e lupi, noi forti e abili
o spenti all’angolo:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E passiamo spesso il tempo così,
senza utilità (quella che piace a voi)
senza utilità (perché non serve a noi)

   L’ultimo arrivato, in un panorama nazionale intasato di problemi e proposte, mode consunte e nuove pseudoestetiche, sembra essere proprio Simone Cristicchi, trentenne, capace di vincersi – udite udite – l’alloro sanremese con una canzone dedita alla nobile causa dei malati mentali, della follia come costrizione e umiliazione assoluta… Ma ha commosso un po’ tutti, l’estroso, allampanato ragazzone romano, salito alto su una semplice sedia, mimo di una nuda bianca rosa di spine, con un piccolo, struggente inno dostoevskijano al sottosuolo più tacito e fervoroso, alienato eppure ancora e sempre salvato, fiorito d’ipersensibile: “Ti regalerò un rosa”… Dalla sua esperienza di studio e solidarietà artistica e civile presso il Centro di igiene mentale, è nato anche l’omonimo spettacolo teatrale, un fresco libro mondadoriano (con testimonianze e lettere di “pazzi” rinchiusi per anni nei vecchi “manicomi”), e un ispirato film-documentario, Dall’altra parte del cancello.

   Avremmo voglia di recitargli, in assonanza concreta e ideale, una delle ultime poesie del povero Bruno Lauzi, cantautore storico scomparso da non molto. Ma una poesia vera, non una solita canzone. S’intitola “Redde rationem”, e faceva parte di un volumetto alquanto struggente, Riapprodi, edito nel 1996 da Laura Rangoni Editore:

Ma prima o poi
dinnanzi a voi verrà
l’uccello lira
della verità:
comparirà dal vostro
teleschermo
o inaspettato
da un foglio di giornale…
dalle stanze più interne
della casa
correranno curiosi
i tuoi bambini
cui quel canto sgraziato
farà male
però comunque l’incuriosirà…
chiederanno: “Papà,
cosa vuol dire?”
E tu dovrai tacere.
E non morire.

   Lasciamo dunque da parte l’eterna querelle sul valore o meno poetico delle canzoni, e sulla possibile, impensabile assimilazione tra cantautori e poeti, poesia istituzionale, cosiddetta e cartacea o al contrario mera, agile poesia da cantare… Tutti temi scomodati e sciorinati fin dai tempi aurei di Jacques Prévert – con esiti alterni, alterni equivoci e alterne mistificazioni. Valga perciò, a sgombrare il campo da inutili polemiche e aciduli luoghi comuni, il parere ci sembra equilibrato, e finalmente non pregiudiziale, di Maurizio Cucchi, noto poeta di ruolo, e tifoso/amatore di Paolo Conte e dell’arte speciale della canzone: “…il corpo di lei mandava vampate africane, / lui sembrava un coccodrillo / i saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga / …da lei saliva afrore di coloniali… Ecco, rigato, il testo che scende, deriva dalla musica, dal suono dell’epoca, dall’epoca filtrata affettivamente attraverso la memoria del cantante (dico qui, cantante nel senso più letterale e alto, di colui che canta in modo attivo, s’intende, non certo nel senso di pura voce interpretante). Arte speciale la canzone. Il cui discorso, per Conte, torna perfettamente, come tutt’uno – se ben fatto, inscindibile – di parole, musica, voce (la quale ultima è in sé sintesi di parola e musica). Non c’è bisogno di chiamarlo poeta, non ha bisogno di una falsa aureola in più. E poi sono cose diverse. Chi non lo sa è noioso, petulante, tremebondo; e non vuol bene alla canzone…”.

Plinio Perilli

GIORNATA DEL CONTEMPORANEO – “Sottobraccio”, collettiva internazionale di arte contemporanea

Emlio Isgrò, Preghiera per l’Europa, immagine creata per la XII giornata AMACI per il contemporaneo 2016
Emlio Isgrò, Preghiera per l’Europa, immagine creata per la XII giornata AMACI per il contemporaneo 2016
L’Associazione Culturale Eureka in collaborazione con il Museo della Città e del Territorio di Corato (BA) partecipano alla
GIORNATA DEL CONTEMPORANEO
DODICESIMA EDIZIONE – Sabato 15 Ottobre 2016
con la collettiva internazionale di arte contemporanea
SOTTOBRACCIO
a cura di Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi
 
MUSEO DELLA CITTA’ E DEL TERRITORIO
Via Trilussa, 10
Corato (BA)
In occasione della Giornata del Contemporaneo XII Edizione, il Museo della Città e del Territorio di Corato, insieme ad altri 24 musei AMACI e 1000 realtà in tutta Italia, apre gratuitamente al pubblico i suoi spazi in occasione della collettiva internazionale di arte contemporanea SOTTOBRACCIO, realizzata dall’Associazione Culturale Eureka, in collaborazione con la Soc. Cooperativa Sistema Museo e con il patrocinio morale del Comune di Corato.
I curatori della mostra Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi incontreranno nella serata del 15 ottobre i visitatori e gli studenti della GASSu (Galleria d’Arte Studenti Stupor Mundi) dell’I.I.S.S. “Federico II Stupor Mundi” di Corato (BA).
L’immagine guida della Giornata del Contemporaneo e il tema della dodicesima edizione è “Preghiera per l’Europa, e l’immagine creata appositamente dall’artista Emilio Isgrò,  mostra un’Europa cancellata che estende i suoi confini oltre a quelli dell’Unione Europea, abbracciando idealmente i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Realizzata a marzo 2016, prima del referendum che ha sancito la scelta della Gran Bretagna di uscire dalla EU, l’immagine vuole essere una riflessione sulle divisioni – geografiche, politiche, culturali – che oggi più che mai alimentano sentimenti e spinte nazionaliste che la storia sperava di aver cancellato.
La mia Preghiera per l’Europa – sottolinea Emilio Isgrò – non vuole suggerire sgomento e paura; ma offrire, piuttosto, la possibilità di un confronto con chi, al di qua e al di là del Mediterraneo, chiede alla terra dei tre monoteismi di sovrapporre il suo “volto umano” alla maschera atroce di un mondo  troppo condizionato da guerre e da conflitti. Nessuno può illudersi che l’arte, da sola, possa cambiare l’universo ma certamente tocca agli artisti e alle formiche, cioè alle creature più fragili, esprimere quella forza oscura capace di mutare la disperazione in speranza. Per questo l’arte deve essere libera da condizionamenti ideologici e mercantili: per riacquisire la credibilità perduta agli occhi di chi ne ha veramente bisogno […] È quando cominciamo a pregare tutti insieme – artisti e formiche, religiosi, miscredenti e laici – che la preghiera diventa finalmente efficace. E il cielo si intenerisce”.
Una riflessione sulle divisioni, dunque, e sulla necessità di recuperare dal profondo quel senso di inclusione, quella capacità di sentirsi uniti e fare fronte comune che permette di costruire, anziché distruggere, e di essere più forti di fronte alle difficoltà.
 
Artisti:
Meral AGAR (Turchia) , Gionatan ALPINI (Italia), Franco ALTOBELLI (Italia), Francesco APRILE (Italia), Vittore BARONI (Italia), Tchello d’BARROS (Brasile), Victoria BARVENKO (Russia), Pier Roberto BASSI (Italia), Lancillotto BELLINI (Italia), John M. BENNETT (USA), Luisa BERGAMINI (Italia), Carla BERTOLA (Italia), Mariella BOGLIACINO (Italia), Maria BONADUCE (Italia), Anna BOSCHI (Italia), Costin BRATEANU (Romania), Rossana BUCCI (Italia), Alfonso CACCAVALE (Italia), Domenico CARELLA (Italia), Michele CARMELLINO (Italia), Paolo CARNEVALE (Italia), Mariangela CASSANO (Italia), Sergio CENA (Francia), Pierluca CETERA (Italia), Daniela CHIONNA (Italia), Francesca CHO (Francia), Pino COCE (Italia), Ryosuke COHEN (Giappone), Franco CORTESE (Italia), Natale CUCINIELLO (Italia), Michele DE LUCA (Italia), Antonio DE MARCHI GHERINI (Italia), Teo DE PALMA (Italia), Paolo DE SANTOLI (Italia), Gianni DE SERIO (Italia), Adolfina DE STEFANI (Italia), Rosa DIDONNA (Italia), Marcello DIOTALLEVI (Italia), Selma DURUKANOGLU (Turchia), Annamarie DZENDROWSKYJ (Inghilterra), Fernando FALCONI (Italia), Fernanda FEDI (Italia), Luc FIERENS (Belgio), Maurizio FOLLIN (Italia), Teresa GALLETTI (Italia), Giorgio GALLI (Italia), Letizia GATTI (Italia), Giulio GIANCASPRO (Italia), Roberto GIANINETTI (Italia), Gino GINI (Italia), Claudio GRANDINETTI (Italia), GRUPPO SINESTETICO (Italia), John HELD Jr. (USA), Juliana HELLMUNDT (Germania), Tanja INKERI (Finlandia), Claudio JACCARINO (Italia), Katja JUHOLA (Finlandia), Saifunnisha KHATUN (India), Reiner LANGER (Germania), Ettore LE DONNE (Italia), Alfonso LENTINI (Italia), Chen LI (Cina), Nicola LIBERATORE (Italia), Pierpaolo LIMONGELLI (Italia), Oronzo LIUZZI (Italia), Maya LOPEZ MURO (Argentina), Eugenio LUCREZI (Italia), Ruggero MAGGI (Italia), Francesca MAGRO (Italia), MAILARTA (Canada), Angela MANGIONE (Italia), Maria MARTINELLI (Italia), Jessie McNEIL (Canada), Italo MEDDA (Italia), Virginia MILICI (Italia), Giorgio MOIO (Italia), Fernando MONTA’ (Italia), Emilio MORANDI (Italia), Enzo MORELLI (Italia), Giovanni MORGESE (Italia), Keiichi NAKAMURA (Giappone), Massimo NARDI (Italia), Paola NASTI (Italia), Pierangela ORECCHIA (Italia), Clemente PADIN (Uruguay), Arturo PAGANO (Italia), Margot PARIS (Canada), Walter PENNACCHI (Italia), Salvatore PEPE (Italia), Michele PERI (Italia), Manoj PODDAR (India), Daniela RAFFAELE (CLITOROSSO) (Italia), Tulio RESTREPO (Colombia), Carla RIGATO (Italia), Susan RINGLER (USA), Dale ROBERTS (Canada), Enzo ROSAMILIA (Italia), Nando ROSAMILIA (Italia), Peppe ROSAMILIA (Italia), Marino ROSSETTI (Italia), Caterina ROTELLA (Italia), Lucia ROTUNDO (Italia), Enzo RUGGIERO (Italia), Alvaro SANCHEZ (Guatemala), Francesco SANNICANDRO (Italia), Roberto SCALA (Italia), Mor Talla SECK (Senegal), Domenico SEVERINO (Italia), Maria Josè SILVA (Portogallo), Fulgor SILVI (Italia), Alberto SORDI (Italia), Lucia SPAGNUOLO (Italia), STILIACHUS (Germania), Giovanni e Renata STRADA (Italia), Angelo TOZZI (Italia), Antonio TRAMONTANO (Italia), Giuseppe VALLARELLI (Italia), Rosanna VERONESI (Italia), Alberto VITACCHIO (Italia), Carol WHITE (Irlanda), Tony WHITE (Francia).
 
 
In collaborazione con:
COMUNE DI CORATO (BA)
ASSOCIAZIONE CULTURALE EUREKA
SISTEMA MUSEO
 
tel. 080.8720732  /  www.sistemamuseo.it   /   e-mail: corato@sistemamuseo.it