Maurizio Manzo: Adamo P. (Bollettini Indigeni)

bym-manzo_abitanti-via-stretta-fuori-al-sole
bym-manzo_abitanti-via-stretta-fuori-al-sole

ADAMO P.

Adamo P. non aveva mai sbattuto la porta di casa così forte, facendola traballare alle sue spalle e senza neanche voltarsi scese la rampa di scale, breve, che lo immetteva direttamente sulla piazza principale del paese e si mischiò alla gente.

Era furioso, quello che inizialmente gli sembrava una sensazione, strana, ma una sensazione, ormai era un vero e proprio sospetto: il signor Adamo P. aveva un sospetto, quasi una certezza.

La rabbia con cui chiuse la porta di casa, faceva pensare a qualche problema con i suoi conviventi; però tutti in paese sapevano che Adamo P. viveva da solo in quella casa, ereditata dai genitori alla loro morte.

Alcune persone notarono Adamo P. brontolare e agitarsi, mentre si dirigeva verso la strada che porta fuori paese, verso il bosco; altri riferivano nei bar che andava incontro a una donna, apparentemente più giovane di lui, Adamo aveva quasi sessant’anni, che viveva sugli alberi, ma questa può essere un’altra storia di cui parlare un altro giorno.

Adamo P. quella sera salì le scale in modo deciso. Si mise di sbieco e andò avanti con il lato destro, sul pianerottolo c’erano i calcinacci caduti quella mattina, dopo che aveva sbattuto la porta violentemente; li spostò unicamente con il piede destro.

Di fatto non sappiamo se il signor Adamo P. era destro o mancino, quella sera, in quel suo comportamento accorto, stava di guardia esclusivamente con il lato destro. Aprì la porta e la richiuse dolcemente; la casa presentava un ordine quasi maniacale, appoggiò le chiavi e appese il soprabito, sempre con la mano destra, accese le luci ed entrò nella sala da pranzo, il tavolo tondo era ricoperto di centrini fatti a mano, sui mobili non si contavano le cornici in argento con le foto che ritraevano i genitori nei vari periodi della loro vita, lui avanzava nella sala e si guardava attorno con delle espressioni tristi a volte compiaciute, ma più che altro nostalgiche.

Adamo P. aveva i tratti gentili della madre, ricordò che questo faceva arrabbiare spesso il padre, Raffaele P., che non gli manifestava mai un segnale di affetto, come se l’assenza di somiglianza gli impedisse di amarlo abbastanza, ma soprattutto di manifestarglielo. Il signor Adamo girava la stanza e toccava con la mano destra i volti ritratti nelle foto, il suo atteggiamento si faceva sempre più diffidente; ormai era chiaro, Adamo P., aveva un sospetto su sé stesso, era un paio di settimane che gli capitava di avere questa sensazione, ma ormai era una certezza. Questa, per così dire, lotta interna, lo rendeva furibondo, che vita era di non potersi fidare neanche di una parte di sé stessi?

La mattina della settimana seguente, la piazza principale del paese era più affollata e rumorosa del solito. La folla sembrava radunarsi proprio davanti alla casa del signor Adamo P., e questo nonostante la puzza tremenda sembrava arrivare proprio dalle scale della casa del signor Adamo.

Chi riuscì a vedere qualcosa, raccontò sconvolto di aver visto l’uomo completamente graffiato in volto e rattrappito sul lato sinistro; alcune stanze, a parte la sala da pranzo, tutte sottosopra e il tanfo di morte così forte che si poteva vedere.

 

Annunci

Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Su callentèddu)

bastione-santa-croce-1979-aiuole-gia-ridotte_by-m-manzo
bastione-santa-croce-1979-aiuole-gia-ridotte_by-m-manzo

SU CALLENTEDDU

Pò ìs picciocchéddusu le macerie sono come un parco giochi, come le giostre, meraviglie create dalla negligenza.

Rolando Musu quel giorno fìara zaccàu e l’unica cosa che lo calmava, era la luce che sfoddàva sù ciorbèddu, filtrava dal tetto, dalle finestre dai piani de asùtta, eri nel ventre di una balena sderrùtta, che spruzzava prùini che parìara polvere d’argento.

Le macerie, oltre ai rischi de malarìas de arrùi e si cravài con il ferro del cemento armato sgretolato, erano il regno della libertà e tutta quella luce chi filtràra de dògna pàrti, ne era la conferma.

Rolando attraversava quelle che un tempo erano stanze, seghèndi in cùrtzu per i tramezzi sciusciàsu, e comunque a quello che atturàra delle stanze, si assegnava una destinazione d’uso, c’era la stanza pò cagài, cùssa per farsi le seghe, quella per iniziare a fumare e cùssa per lanciarsi le sfide, a ròglio a birìglie e pò si bogài su càzzu e su cù si andava a certài alla piccola casa sotto il portico di via Corte d’Appello tutti assieme po’ bìri chi vinceva.

Dalle macerie poi si andàra a giogài al bastioncino di santa Croce a furrìsca, quando ancora c’erano le aiuole lunghe e strette, e si misuràra la distanza palmo a palmo prima de pòrri sdòngiai la biglia che ti trovavi davanti e farla finire in furrìsca.

Rolando Musu una dì, aveva sdongiàto le biglie così forte, da scioddàrle e ridurle in mille frantumi di vetro. A volte scendeva in campo col manzillòne, una biglia gigantesca, teneva la mano destra ritta sulle punte de is dìrusu, poi siccome era mancino, appoggiava la mano arrevèscia e tenendo la biglia con l’unghia del pollice e il dito indice, prendeva la mira e siccàra dògna cosa  si trovasse davanti.

Dai giochi, come imbruniva, si passàra al nostro salotto, a su callentèddu, un angolo delle scalette di Santa Croce a fàcci del bastione, dove non arrivava mai vento e accumulava il sole di tutta la giornata, po si du torrài come un abbraccio ad accompagnare i nostri racconti, che finivano con il mitizzare còntusu e persone.

scalette-santa-croce-a-sinistra-su-callenteddu-by-m-manzo
scalette-santa-croce-a-sinistra-su-callenteddu-by-m-manzo
1980-via-dei-genovesi-macerie-ancora-cosi-by-m-manzo
1980-via-dei-genovesi-macerie-ancora-cosi-by-m-manzo
ex-collegio-gesuita-s-croce-piccola-casa-by-m-manzo
ex-collegio-gesuita-s-croce-piccola-casa-by-m-manzo
macerie-portico-corte-dappello-by-m-manzo
macerie-portico-corte-dappello-by-m-manzo

Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Sa Scafa)

ponte-de-sa-scafa-1979-by-m-manzo
ponte-de-sa-scafa-1979-by-m-manzo

SA SCAFA

“Tua mamma fa la puttana.” Così dissi a quello che sarebbe diventato il mio migliore amico tra i sei e i dodici anni.

Allora, le finestre dove abitavo donànta in sa bìa strìnta, avevo cinque anni e nei is bàscius, era arrivata a bìvi una nuova famiglia.

Avevo la fronte appoggiata a sa ringhèra e spuràmmu sa mia beriràri, con innocente atrocità tenendomi forte alle sbarre del balcone, verità che de sicùru avevo captato in casa.

Lui sìndi torrò aìntru de dòmu e riuscì fuori con la madre, signora Lina, dèu pùru mìndi sèu fuìu dentro casa mentre s’intendìri su nòmini di mamma zerrìài e lei con la sua solita cortesia che si affaccia.

“Buongiorno, signora Lina, ìta è suzzèrio?…”

Non ricordo la mortificazione di mia madre, ma mi rimbomba ancora òi su zèrriu chi m’àri donàu.

Con Pinetto, su fìllu de signora Lina, ci siamo poi ritrovati a scuola, in prima elementare in sa pròpia clàssi, e de inzàsa siamo diventati amicùsu pò sa pèddi.

Mia mamma non ci ha mai imposto amicizie o impedito de frequentài persone, io passavo is dìsi con Pinetto in giro e spesso andàmu a dòmu sua.

A casa sua, però, frequentavano anche altre amiche e amici della mamma di Pinetto, e si naràra che fossero colleghe de trabàllu. Le amiche di signora Lina, bestiànta a sa moda e fiànta sèmpri in minigonna. Ricordo di avere visto le prime minigonne in camoscio sfrangiàrasa, con l’apertura davanti e le lisce cosce, a casa di Pinetto e di Lorella mi fèmmu innamoràu, con quel suo trucco forte e i capelli sempre ben pettonàusu.

Dopo qualche tempo, mia madre iàra cumentzàu a mettere qualche paletto, anche perché mi portavano in giro, al mare e io non mancàmmu mai, con Pinetto avevamo giài sbertìu ùnu sàccu mànnu de gènti.

Un giorno stava passando un ragazzo di fronte al bar della piazzetta, vicino a Santa Croce, con Pinetto che gli si piazza davanti dèu du pàrtu alle spalle, portandolo a terra e tralascio il resto. Il bar fiàra prènu di gente che stava arrescinàta lì tutto il giorno, buffèndi bìnu nièddu e birra. Ricordo ancora, che per quell’azione siànta pùru cumbiràu su gelàu.

“Venite qui, lollò, tròppu togùsu, pùru a sà coàtta! Pigaisì un bel gelato.”

I miei mi avevano proibito di andare in macchina con gli amici della mamma di Pinetto, però ci andàmmu su pròpiu, e ricordo che una sera, tornando dal mare, andavano sotto il ponte de Sa Scàfa, e già lì mia madre mi avrebbe dato una bella sùrra e còrpusu, arrivati in Piazza Yenne, chiesi all’amico di tutte quelle donne, di fermare la macchina, che dovevo passare a prendere delle cose e sarei salito in Castello a piedi. Avevo il terrore che i miei potevano vedermi calèndindi da quella macchina, che tantissimi anni dopo scoprii che fiàra la stessa che aveva Pasolini.

1via-stretta-by-m-manzo
1via-stretta-by-m-manzo
macerie-portico-corte-dappello-by-m-manzo
macerie-portico-corte-dappello-by-m-manzo
2015-03-28_8-by-m-manzo
2015-03-28_8-by-m-manzo

Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Lellina)

by m. manzo_ ai giardinetti pubblici
by m. manzo_ ai giardinetti pubblici

“Arrò du tìridi sfoddarèddu mi dàri!”

Mentre mi si avvicinava, Lellina, urlava quello a cui aveva appena assistito, ùnu scèrtu stravanàto, quattro lillòni chi ànti fàttu s’ankàra di passare davanti a Carèna scarenàu, che li ha lasciati quasi morti in terra.

Con Lellina si bièmusu ai giardini pubblici, ci viàra una cricca nòa e da qualche giorno avevo iniziato a frequentarli.

In quella cricca c’erano ragazzini di tutti i quartieri vicini, A dodici anni èmo giài cumentzàu a frecuentài fuori dal quartiere di castello.

Con Lellina passavamo is dìsi con is mùrrus appiccigàus. Lei aveva fisso il burro cacao puìta su frìusu le spaccava le labbra, ma cùssa fìara una scusa, èusu passàu più tempo a baciarci che a respirare.

nelle cricche, però, non pòrisi fài su chi bòlisi, e infatti dovevamo stare attenti, non andàra bèni a stare accardancàti continuamente, venivi escluso o pigàu pò cùlu.

Lellina, prima che arrivassi nel gruppo, stava con Stefano spistoràu. Lui era caduto arzièndi in una maceria, e ìara sbàttiu la parte destra della fronte, che si era come scheggiata, appunto: spistoràra. Ogni tanto mi castiàra tròttu e pensavo prima o poi dù pàrtu a cùstu cònk’e birìglia scheggiàra.

Di solito le cricche si ritrovano il pomeriggio, la sera, la notte is prùs mànnusu, con Lellina, invece, èmusu iniziàu a si bìri pùru a su mengiànu. Lei non andava a scuola e così dèu pùru d’àppu accàbara che non ci andavo più. Iniziai il periodo più lungo di vele che sà scòla arregòrdiri.

Ai giardini pubblici ci viànta is arrèxini del carrubo più alte di noi, poi c’erano le altalene per i bambini, ma erano talmente sderrùttasa, che non ci andava nessuno, solo noi pò fài bì che sapevamo fare il giro completo, fino al giorno in cui Dènti e merdòna non s’èsti spistidàu e l’abbiamo dovuto portare al pronto soccorso agonizzante.

Un giorno, con Lellina Lisa e Paoletto coàttu, siamo andati al mare, e sigumènti era a marzo, la spiaggia era deserta e cumènti ruspàra de su bèntu. In quel periodo si usàra di fare le sfide a chìni faìara per primo sù bàgnu a màri. Non avevamo costume e in muràndasa sinci seùsu ghettàusu nell’acqua gelida.

Appena bessìus de s’acua, cumentzàus a cùrri in direzioni insensate per riscaldare i corpi, a si imprassài e notai che gli slip bianchi di Lellina, inciùstusu, faìnta intravedere su pìlu del pube, erano pochi e sprazzinàusu e a me parìara un bosco, un bel luogo aùndi si pèrdi.

Negli autobus la luce che sìndi àndara acugurràndosi tra i vetri e sedili tòttus brùttus, pòniri tristùra, càstiu Lellina che guarda il mare cumènti fèssiri s’ùrtima bòrta e propongo a tòttus càntus di fuggire di casa. Di colpo sembra iniziato un nuovo giorno e una strana euforia si allùiri is ogùsu, che sembravano allampàti dalla fine del gioco, dalla fine de cùssa strana dì de prèxu.

Come rientriamo a Cagliari, iniziamo a girovagare e passàusu sa prima parti de sa notti, nelle grotte di fronte al palazzo delle scienze, poi scendiamo di nuovo e circàusu de si cuài nelle macerie che c’erano in via Mameli.

Lì stiamo al caldo, e si arrìbbara sa lùsci di qualche lampione, filtra dai muri sciusciàusu, dalle finestre che non ci fùnti prùsu, poi, non àppu mai cumprèndiu cumènti è stato possibile, ma prima dell’alba, ho sentito zerriài il mio nome ed era mio fratello più grande, che mi circàra a pèrda furriàra per riportarmi a casa da mia madre chi fiàra giài disperàra.

Guardavo Lellina affacciata a sa ventàna sventrata fasciata dalla luce del lampione e più mi allontanavo, più pariàra non sparire.

by m.manzo_ aloni
by m.manzo_ aloni
by m.manzo_ Infiltrazioni
by m.manzo_ Infiltrazioni

Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Upim)

by M. Manzo_ torre dell'elefante-sbocco verso l'esterno 1980
by M. Manzo_ torre dell’elefante-sbocco verso l’esterno 1980

UPIM

Avviene così, inaspettato, ogni nostro passaggio che permetta scoperta, a volte prima della nostra decisione ti sìccara, nel bene e nel male, ti mùssiara in kònca a tìpu prùppu.

Uscire dal quartiere, a sette ott’ànnusu, è un po’ come andare in guerra, hai la sensazione di non tornare o de ‘ndi torrài struppiàu.

Il mondo fuori dalle torri ha un colore prùs pàgu asseliàu, è meno lento, nel quartiere tènisi su tèmpusu carzàu in pìzzusu, fuori dal tuo mondo pùru su cèlu ti impone un passo più veloce: ti sìghisi a fatica, le cose sembrano più grandi, le persone sembrano tipi importanti…via Manno ti scivola de aìntru is ógus, svirgola nelle vene e ti sciumbùllara…

la Upim si fa presto il nostro castello delle meraviglie.

Per la prima volta ci appare la scala mobile, chi pàriri mòvia de dèus. Siamo immobili ed è come nelle sabbie mobili, cambiare stato di visuale a tua insaputa, ma ci pónisi pàgu a imparài a cavalcarla, a da domài.

A fine maggio il reparto mare è già allestito, i costumi che si usano quell’anno sono i mini slip, le francesine, così si chiamano. Ci stanno nel pugno della nostra piccola mano e da quella, a tìpu giocolièri, sfilano veloci a ìntru de is muràndas.

L’antitaccheggio è ancora fantascienza e a ci fài càsu, c’è una lunga processione de picciocchèddusu chi bèssinti con il pacco smisurato…io mi fermo proprio sulla porta d’uscita e bògu a fòras su furàu e la sollevo come un trofeo pò da fài bìri ai miei compagni.

Un gesto improvviso e azzardato, forse spinto dalla tensione d’essere riuscito a compiere un gesto, sbagliato, ma che ci accomunava.

Poi tutti di corsa a incingiàre i piccoli slip e farli ancora più ristretti arrotolando l’elastico sui lati, quando Cònca e cócciula urla: “si funti increcchèndi!”

Lui, Luigi cònca e cócciula fa sempre così, spàrara cazzàrasa a nàstru…e iniziamo a correre più veloci…segàusu pò sa Marina, per le sue viuzze,  per arrivare giù fino al porto a indossare la refurtiva e tuffarci, a fare su bòlu d’àngelu e spezzare gli arcobaleni che si formano nella nafta, il nostro olio e protezione abbronzante.

by M. Manzo_ inferriata fianco della torre dell'elefante
by M. Manzo_ inferriata fianco della torre dell’elefante
by M. Manzo - largo Carlo Felice-1980
by M. Manzo – largo Carlo Felice-1980
by M. Manzo_ Via- Roma-fronte-porto-1979
by M. Manzo_ Via- Roma-fronte-porto-1979

Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Roglio)

by-m-manzo_-passi-1982
by-m-manzo_-passi-1982

ROGLIO

Non so cosa tutto vedesse de pìzzusu delle sue lunghe gambe, ma Cònk’e casciòne planava a tipo condor a scioddài tutte la bardùffule a ròglio lanciando la sua bardùffula.

Cùssu mengiàno, Cònk’e casciòne frantumò 12 trottole che a turno sostavano a ròglio.

A ròglio ci sta chi sbaglia il suo lancio, chi non riesce a pigài con il palmo della mano, allargando le dita, sa bardùffula mentre trottola velocissima, mostrando la meraviglia dei colori che studiavamo apposta per creare un effetto tròppu tògu.

Si non da spaccàra al primo lancio, Cònk’e casciòne, si faìra scivolare sa bardùffula sul palmo della mano e da lanciàra con forza sopra la trottola a ròglio, spaccandola in dusu.

Càndu Cònk’e casciòne ìara accabbàu de fai spinchistài is bardùffulas e inziando a guardarsi intorno con fare da trionfatore, arrivò in piazzetta Ghìsciu tròttu arretzettèndi cumènti is bardùffulas appena scioddàrasa, e tutto concitato inizia a raccontare quello che ha sentito al bar de sa prazzìtta de pìzzusu.

Ghìsciu tròttu si intrufolava nelle discussioni de is mannusu, stava lì in mezzo come se non esistesse e ascoltava, poi torràra a nài su chi cumprendiàra e non sempre capiva bene, ma quella mattina c’era poco da capire su sa bòsci chi circolàra in tòttu su quartieri: cinque ragazzi, de is prùsu tògusu, avevano messo a ròglio Ginetta, tòttu sa nòtti nelle macerie mentre l’alba filtrava dalle finestre sventrate e il sangue che si asciuttàra sui calcinacci.

Ginetta aveva riportato lesioni da tutte le parti, e Ghìsciu tròttu tòttu infogàu nel raccontare, ripeteva le parole della gente nei bar: “sperràra a tìpu sardina, le hanno messo punti da tutte le parti e non pòriri màncu camminài. “

Lei, Ginetta, non viveva in un ambiente de is mellusu, is fràrisi in casànza e toccàra a s’arrangiài, aveva appena iniziato a mostrare la sua bellezza, che era tanta e la faceva camminare con sé, nisciùnusu però da scòcciara e quell’affronto aveva sconvolto il quartiere, perché tòttusu si chiedevano cosa sarebbe successo, càndu sa bòsci sarebbe arrivata a Buoncammino.

Intanto mi chiedevo quanto questa similitudine sarebbe rimasta arretzettèndi nella testa dei bambini che si fanno adulti, dove a ròglio ci finisce una bardùffula allo stesso modo di una ragazzina.

by-m-manzo_trottola-1-2016
by-m-manzo_trottola-1-2016
by-m-manzo_trottola-2-2016
by-m-manzo_trottola-2-2016

Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Sa Crapita)

by M. Manzo - Piazzetta Santa Croce
by M. Manzo – Piazzetta Santa Croce

SA CRAPITA

Rolando si portò la mano al naso e gli si riempì di sangue. Scarigàu di brutto, sfoddàu de conca e un uno due fulmineo dàri accabàu de siccài. Strano, ma non si sentiva allochittàu po nùdda. Una piccola schermaglia iniziale: “bairìndi de noi, ma bairìndi tùi, là chi mas pigàu a is scallònisi!” e così via.

Se si vedono anche le scintille durante queste discussioni, sa còsa accàbbara mali.

Rolando si era alzato barròsu quel giorno, ma in castèddu de sùsu s’attèggio dev’essere quello. Qui siamo tutti ammassati. Ti respirano in faccia e vomitano su chi bòlinti. A questo reflusso gastroesofageo il maalox gli fa il solletico e l’effetto contrario. Però l’amicizia è fraterna. Ti fàisi unu goppài d’ogna dì. Cammini col braccio sul collo e sèsi su prus tògu.

Di fatto non ti bìsi màncu in terra, ma ti cresi su méllusu. I giorni non si consumano senza partì de cònca calincùnu chi si pàrara davanti.

“Àsi agatàu sa crapìta po su péi tùu!” gridavano a Rolando Musu che gocciolava sangue sulla muraglia tòttu spistoràra.

Spesso su sbertìu viene messo alla berlina, ma finisce tutto quasi subito, il tempo di arrivare a su grifòni, sciacquài su nasu e mettere la testa sotto l’acqua, poi fare una corsa giù al porto, specchiarsi nella nafta mentre fàisi su crìstu, che un giorno nuovo ti scivola via de appìzzusu.

 

by M. Manzo - Scale santa croce e muraglia
by M. Manzo – Scale santa croce e muraglia

 

by M. Manzo - Via Stretta
by M. Manzo – Via Stretta

 

by M. Manzo - Porto di Cagliari
by M. Manzo – Porto di Cagliari