Leggendo Pagliarani – Fernando Della Posta, inedito.

rosario-capuana__tram-e-il-suo-arco-della-pace_gRosario Capuana

fortuna che i tram
fortuna che nei tram di mezzogiorno
la gente ti preme ti urta ti tocca
magari ti blocca con il gomito
ma non ti lascia cadere

[da “La ragazza Carla”, Elio Pagliarani]

Leggendo Pagliarani
ho amato innanzitutto le poesie
giovanili, il poemetto della ragazza
Carla, che sembra portarsi il nome nella sporta
non come una verità che dovrebbe unicizzarla
agli occhi dei parenti o dei lettori attenti
che leggono di lei cercando un’empatia
che si trasformi in simpatia,
ma che sembra che la bolli come iscritta
ad un gruppo sindacale dai presenti
e dai trascorsi molto poco chiari
sotto i cieli milanesi, sotto i quali ad ogni modo
quella limpida tenerezza delle nostre vite tutte uguali
di tanto in tanto si palesa con la lirica
degli usignoli. E ho amato anche le poesie sparse
e della vecchiaia, non quelle
avanguardiste filastrocche per bambini ingioiellate e imbarocchite
dell’età matura.

(nelle curve statistiche a U
che rappresentano la vita umana
la maturità è il punto che tocca il fondo
ma forse è solo una questione di addii che inaridiscono
e per i quali nessuno è pronto.

©Fernando Della Posta

hopper8-e1391017848125Foto Richard Tuschman

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La luce delle crepe, di Luciano Nota, letto da Fernando Della Posta.

Nel nuovo libro di Luciano Nota, “La luce delle crepe”, Edilet 2016, il poeta rivendica il suo bisogno di una nuova visione delle cose, una visione innanzitutto nitida e libera. Libera da rumori e intermittenze, una messa a fuoco intima e precisa, come il puntare un unico soggetto dallo spiraglio di luce che da un bosco si apre su una radura o su un pendio, o più banalmente da una fessura in una parete.

Seguendo l’insegnamento di Leonard Cohen, le crepe per Nota non minano la stabilità delle cose e dei concetti, al contrario sono utili per gettare nuova luce sulle loro strutture più intime.

Ma non pensate che il vero scopo dell’autore sia un mero intento conoscitivo. Il poeta, probabilmente ispirato dall’atmosfera limpida e pulita delle montagne e dei boschi della sua città natale, Accettura in Basilicata, utilizza la luce come mezzo per tentare di andare oltre l’apparenza e i significati.

Si scopre così un fitto universo in continua metamorfosi, metamorfosi incentrata in primo luogo sull’ascesi.

Come un folletto che danza allegro sulle pendici e sulle cime dei suoi monti, Nota canta la pietra, il muschio, il legno e la calce, i quali diventano materia impalpabile e spirituale, così come l’invito al lettore che più di tutti risalta, è quello a farsi fluido insieme a lui fino alla scomparsa nel divenire continuativo e immarcescibile di tutte le cose.

Un’ascesi che è percorso iniziatico fatto attraverso la pienezza dei sensi e lo stupore. Un perdere peso e un guardare dall’alto il mondo e l’esperienza interpretando appieno il noto invito di Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

Passano così in rassegna nel libro, fissati in tratti ideali e dematerializzati, considerazioni personali, fantasie oniriche, ricordi, amicizie e affettività del poeta. Un riprodurre il proprio vissuto che il lettore potrà riversare su se stesso e la propria esistenza, con indubbio giovamento.

***

01 LA LUCE DELLE CREPE copertina_01 LA LUCE DELLE CREPE copertin

***

Visione leggera

Del muro, della lastra, della pietra
ho sempre avuto una visione leggera
nonostante, il muro, la lastra, la pietra
m’avessero accerchiato.
È sempre stato un tragitto alterato
simile ad un occhio orbo
che ha voglia di scrivere sul marmo
che il vento, il muschio, la luce
non sono mai esistiti.

Pila d’acqua

Dietro la porta oserò poggiarti
parte di me, un’unghia, un capello,
o se preferisci, la perdizione
del nostro tempo, dentro un ciocco.
Vedi, è troppo il mare, la sua grandezza
fa male, bisogna ridurre.
Il detrito è un corpo stabile,
nessun colpo potrà dividerlo.
Vieni, osiamo farci falda,
resa armonica oltre la porta.
Muoviamoci in quella pila d’acqua.

Se poggiassi il mio viso sul tuo
sui fianchi del globo primordiale
apriremmo case di vetro,
montagne, scenari mai assodati.

Se poggiassi il mio viso sul tuo
dormiremmo su un fondale eterno
e insieme apriremmo il sipario
al più allegro funerale.

La mia terra

La mia terra è ciò che incide
duramente il dorso
e nel petto si stagna.
E non sarà mai spina,
ma cima.

Aria
(a Rocco Trivigno)

Il pane triturato
l’acanto, le letture …
Il ventenne alto
che già da imberbe
spronava l’aria.
E c’era da mirarlo
nei suoi passi di danza
nel fogliame che annidava
passeri e papiri.
Sapeva di pergole
ravvisava l’apice
il ragazzo alto
che già da imberbe
cingeva l’aria.

***

Luciano Nota è nato ad Accettura in provincia di Matera. È laureato in Pedagogia ad indirizzo psicologico e in Lettere Moderne. Vive e lavora a Pordenone svolgendo attività di Educatore. Ha pubblicato: “Intestatario di assenze” (Campanotto, 2008), “Sopra la terra nera” (Campanotto, 2010), “Tra cielo e volto” (Edizioni del Leone, 2012, con prefazione di Paolo Ruffilli e postfazione di Giovanni Caserta), “Dentro” (Associazione Culturale LucaniArt Onlus, 2013, con prefazione di Abele Longo). Cura insieme ad altri amici poeti il blog letterario “La presenza di Erato”.

Nella terra dei confini, di Fernando Della Posta, inedito.

Nella terra dei confini non si cresce
né di corpo né di anima
vagano su di essa demoni deformi
gli uomini vestono basse stature
e le case possono cambiare
abitanti più volte in un giorno.

Nella terra dei confini
dove tutto è provvisorio
la semina è svelta come un delitto
e non c’è tempo per i fiori
come sprazzi colorati
o fuochi d’artificio.

Nella terra dei confini
l’ape giunge una sola volta
in avanscoperta, e se vi torna
è solo alla fine della stagione
per assicurarsi di non aver dimenticato
isolati cespi di camelie
o nascoste forre ricoperte di pervinche.

Nella terra dei confini
non c’è tempo per i colori
gli stucchi sono stoffe araldiche
e le osterie confessionali.

Nella terra dei confini
si scontrano forze senza controllo
la carne si fa macello
bandiere impettite si fronteggiano
come scheletri vestiti,
a gonfiarle solo il vento.

Sono cresciuto in una terra
che è stata terra di confini
tra monarchia e santità
tra follia e libertà.
Sul suo vero nome
ancora oggi non c’è accordo.
Tutte le idee qui si confondono.

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Il fazzoletto di terra che oggi si estende grossomodo tra Lazio e Campania, in special modo quello sul versante laziale, attraversato dal fiume Liri-Garigliano e dominato dal massiccio del Monte Cairo e dall’abbazia di Montecassino, vive da sempre in un regime di disordine e di confusione d’identità.

Nel Medioevo fu il teatro principale degli scontri prima tra il papato e i ducati longobardi campani e poi tra il papato e Federico II e suo figlio Manfredi. Tra Medioevo e Rinascimento veniva attraversato continuamente dagli eserciti papale, angioino e francese per le lotte tra le varie dinastie per il trono del Regno di Napoli, i quali puntualmente distruggevano, depredavano e saccheggiavano ogni cosa al loro passaggio. A tutto ciò va aggiunto il potere feudale che l’abbazia di Montecassino ha esercitato su queste terre per gran parte della sua storia e che ha sempre cercato di preservare alleandosi prima con l’uno poi con l’altro padrone contrapponendosi spesso e volentieri al volere dei vari signori locali che aspiravano a liberarsi dal suo giogo.

Per avere un po’ d’ordine si dovette aspettare papa Alessandro VI Borgia che decise l’assetto territoriale che ebbe vita più lunga, dalla fine del ‘400 all’unità d’Italia: un confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli sull’alto corso del fiume Liri a partire dall’Appenino all’altezza di Sora che proseguiva attraversando i monti Ausoni fino al Tirreno tra Terracina e Fondi, vicinissima a questo confine un’enclave pontificia all’interno del Regno di Napoli costituita dalla città di Pontecorvo, e l’abbazia di Montecassino che manteneva i suoi diritti di sfruttamento sul territorio circostante su mandato del re di Napoli.

Fino al fascismo la bassa valle del Liri fece parte delle provincie di Terra di Lavoro del Regno di Napoli e del Regno d’Italia, con capoluogo Caserta, poi fu accorpata alla nuova provincia di Frosinone voluta da Mussolini, ovvero alla Ciociaria.

L’uso di oggi è di chiamare anche questa terra Ciociaria per estensione del nome della parte nord della provincia di Frosinone a tutto il suo territorio. Uso fortemente contestato da diversi studiosi e, tra gli altri, anche dallo scrittore Tommaso Landolfi, nativo di questa zona, che ne parlò espressamente in un suo racconto.

La storia travagliata di questo territorio proseguì nel novecento con gli eventi bellici della seconda guerra mondiale legati alla battaglia di Cassino, che portarono distruzione e morte in tutta la vallata e le zone montuose vicine dei monti Aurunci e dei monti Ausoni, particolarmente colpite e oltraggiate anche dalle “marocchinate”, la pagina nera della nostra storia patria raccontata prima da Moravia nel romanzo “La Ciociara” e poi da De Sica nell’omonimo film con Sofia Loren.

Nel dopoguerra quasi tutte le cittadine furono ricostruite con criteri moderni, le testimonianze storiche autentiche rimaste sono davvero poche e la popolazione ancora oggi soffre fortemente di queste ferite. Ferite particolarmente stranianti, in quanto da queste parti, per la particolare furia dei combattimenti e delle violenze subite, per diversi decenni a moltissime persone risultò davvero difficile distinguere tra occupanti e liberatori.

©Fernando Della Posta

 

Fernando Della Posta: Baba il sikh

Chiedono spesso a Baba il sikh
se come dice la leggenda
mentre attraversa la strada
porta il coltello nel turbante.
Al bar fa sempre il pieno di drink
nonostante la popolazione
ne dica di tutti i colori
su quelli come lui
e la sua razza.

Gli anziani talvolta lo ringraziano,
tra un’ingiuria e l’altra,
dimenticati da quegli stessi figli
che pagano quelli come Baba,
di professione infermieri e badanti
col bisturi pronto
per ogni emergenza
nascosto nel turbante.

©Fernando Della Posta

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Foto dal web.

Canzoni della Cupa di Vinicio Capossela, ascoltato da Fernando Della Posta

Un disco folk italiano “sudista” di qualità, nell’universo musicale italiano sempre più esasperatamente influenzato da tendenze globalizzatrici neomelodiche e anglofone, potrà sembrare una scommessa azzardata, un lavoro di nicchia, una confezione di sigari di tabacco buono per pochi intenditori. E laddove potrebbe venir meno l’intento del “destinare il proprio lavoro a pochi”, il pericolo di scadere in generi musicali considerati ancora più inferiori come il country cafonaccio da fiera o di sparire nell’oceano nazional popolare, diventa assai grande.

Non è stato questo il caso dell’ultimo lavoro di Vinicio Capossela. Balzato immediatamente al primo posto nelle classifiche nazionali, “Canzoni della Cupa” sembra aver smentito tutto quanto successo finora nell’universo parallelo del folk italiano.

Non è facile spiegare questo straordinario successo, o almeno, dato il poco gradimento del grande pubblico verso questo genere musicale, è sensato pensare che sia dovuto a fattori plurimi e diversificati. Non ultimo il consolidato gradimento verso questo cantautore, che già aveva dato assaggi in passato, del suo voler arrischiarsi in questo tipo di avventura. Si veda il grande successo di brani come “Il ballo di San Vito” ad esempio, datato 1996. Non possiamo dimenticare, inoltre, la recente pubblicazione del libro “Il paese dei coppoloni” e l’uscita del film tratto da quest’ultimo, entrambi legati a doppio filo con il nuovo disco.

Lo stesso Capossela ha dichiarato più volte che si tratta di un album frutto di un lavoro durato ben tredici anni, lungamente incubato e “auscultato” dalla sua vena creatrice. Una vena creatrice che sembra aver mediato al meglio nella sua memoria “d’emigrante” in riferimento agli echi della sua terra d’origine, l’alta Irpinia, quella piccola regione situata a ridosso del Vulture e parte della Lucania storica, e più particolare la città di Calitri, paese dei suoi genitori.

Sono nati così i due capitoli di “Canzoni della Cupa”, “Polvere” e “Ombra”, i quali non a caso prendono il nome dal noto aforisma di Orazio, anch’egli lucano, che si presentano come una vera e propria immersione a trecentosessanta gradi nella tradizione. Una immersione che tuttavia non scade mai nella nostalgia, ma un vero e proprio cosmo altro, in cui le tradizioni e le sedimentazioni della cultura arcaica dell’Italia del sud e contadina vengono incastonate in un mosaico al limite della fiaba, intesa secondo l’opera dei fratelli Grimm o dei contemporanei registi Tim Burton e Hayao Miyazaki.

Ed ecco che in questo mosaico ogni tassello trova un posto ben preciso: le masciare (le mitiche streghe di paese), le mammane, la mammenonne (le bonarie anziane centenarie), il lupo mannaro, le cuccuvasce (le civette), le carovane dei muli che viaggiavano di villaggio in villaggio portando merci di ogni tipo, gli emigrati, i sentieri “cupi” nei boschi, i boschi “animati”, il malocchio, l’amore violento e frustrato, le litanie ai santi, le zitelle, le tanto vituperate quadriglie forsennate che una volta animavano matrimoni e fiere, gli stornelli a dispetto e tanto altro. Non disdegnando nemmeno cenni al mondo del lavoro di quest’Italia considerata “minore” o alla cementificazione e all’industrializzazione, che inevitabilmente l’hanno in parte snaturata e violentata.

Ottimi gli arrangiamenti che, insieme alle ballarelle e agli stornelli, si rifanno al blues e alle musiche cubane alla maniera del Buena Vista Social Club, i quali fortunatamente non oscurano la materia prima e non ne annacquano la provenienza, a testimonianza anche dell’ottimo lavoro di collaborazione instaurato con la cantautrice Giovanna Marini, pluri-premiata artista che da sempre in Italia fa del folk l’unica ragione della sua arte. In molti pezzi, inoltre, ho ravvisato anche diversi echi molto velati del De André dialettale, genovese e sardo, e delle atmosfere di Anime Salve. Davvero un capolavoro! Forse il capostipite di un qualcosa, un genere musicale, che potrà avere un seguito futuro o, se già esiste, un proseguimento con maggiore rilevanza e dignità.

©Fernando Della Posta

“Nuove nomenclature e altre poesie” di Anna Maria Curci: nota di lettura di Fernando Della Posta

Il linguaggio che governa le discussioni relative ai fenomeni politici, economici e finanziari, può essere utilizzato come strumento poetico? Molti critici e cultori della tradizione poetica potrebbero storcere il naso, anche comprensibilmente, ma non è questo il caso di Anna Maria Curci con il suo volume “Nuove nomenclature ed altre poesie” edito da L’arcolaio nel 2013.

La Curci, professoressa di lingue, germanista, poeta e critica letteraria, confeziona un volume nella cui prima parte, i significati si spingono molto al di là dei più tradizionali intenti poetici.

Attraverso una riflessione ben ponderata che tocca tutti i temi caldi del novecento europeo e utilizzando richiami soprattutto all’universo culturale tedesco (quale migliore terreno per descrivere l’Europa presente e passata?), l’autrice ci consegna un lavoro fatto di arguzia, capacità analitica, ironia, rimprovero e disincanto, il quale inevitabilmente spinge il lettore ad un’attenta e viscerale riflessione su tutto quanto gli gira intorno, dandogli la possibilità di entrare in quegli oscuri meccanismi che regolano i riflessi delle decisioni prese dalle più “alte sfere” politiche e finanziarie mondiali sul nostro quotidiano.

D’altronde l’utilizzo del sintagma “Nuove nomenclature” nel titolo indica inequivocabilmente un richiamo alle strutture delle vecchie dittature europee come quella sovietica. Un richiamo volto soprattutto ad identificare in termini particolarmente in voga oggigiorno (esempi: NASDAQ, Clandestino, Declassamento, Flessibilità, Precariato, Rigore, Zip) i nuovi mezzi di una forza coercitiva forse più sottile e viscida di qualsiasi altra dittatura storica europea del passato, viscida in quanto endemica emanazione dell’attualità consumistica, neoliberista e, forse solo a parole, liberale.

Ma attenzione a non cadere nel facile tranello del considerare questo libro una denuncia totale del sistema. La Curci, pur condannando le conseguenze più stranianti di questo nuovo ordinamento, ormai giunto a livelli di affinamento che lo rendono riconoscibilissimo in qualsiasi area geografica o tessuto sociale, non fornisce un modello alternativo e soprattutto non ha nostalgia degli errori degli “eroismi” del passato. Al contrario, leggendo tra le righe, si individua una flebile speranza di rinnovamento nelle singole coscienze degli uomini senza il bisogno di particolari azioni eclatanti. Coscienze che, proprio perché oggi libere più che mai, sono rimaste le uniche forze in grado di smussare il feroce homo homini lupus che inevitabilmente fa capolino beffardamente tra queste nuove nomenclature.

Non a caso le uniche immagini vagamente eroiche del libro sono la figura solitaria e onirica di una donna folle che danza e accusa dal panorama desolante di una discarica e la figura di un nonno eroe di guerra morto poi per un banale incidente stradale e la seconda parte del libro è un inequivocabile rivolgimento dello sguardo alle dimensioni più familiari e intime del quotidiano di tutti, intriso di quella forza di sentimenti ed esperienze condivise che corroborano e rafforzano quanto c’è di più nobile in ognuno di noi.

***

Sotto coperta

Il margine slabbrato
il lembo osceno
il coro dei sommersi
ha cavi gli occhi

Sarebbe facile andare salmodiando
prendendosi per mano o in solitaria,
oppure replicare bonomia
(io dono, tu ricevi confuso)
su copione di decime irrisorie.

Ma la coperta o il mantello dimezzato
protegge ancora solo la tua parte
e le ciambelle che lanci a salvataggio
sono sgonfie cadute sottovuoto,
merci avariate offerte in pompa magna.

Tu non respingi l’altro, il postulante
avvolgi di lieve degnazione
e strepiti il tuo sdegno ad usci chiusi.
Mentre di fuori la tempesta inghiotte,
sotto coperta continui le abluzioni.

*

Precariot

Figuranti al minuto, fanno brillar
la miccia del cestino avvelenato.
Farli kannonfutter post-fordista
è mira della nuova produzione.

*

Rigore

Mascherato da gelo di stagione,
intabarrato avvinghia chi è sguarnito
di rostri d’ordinanza e sottobanco.

Arretra invece il suo sosia antico
decidua si è fatta la chioma irsuta
di affievolita voce nel deserto.

Sono crollati i muri di vergogna?
Di altre cortine di ferro il contagio
si è sparso, il ghigno mescola le carte.

*

Vuoto di valori

Lo sento dire e lo ripeto, così,
schiacciato beneficio d’inventori:
serpeggia, incede, non incontra inciampi
un diserbante vuoto di valori.

Ma c’è mai stato un pieno? Il quesito
solletica le froge stupefatte
di cavalli a motore a scoppio tardo.
È aria fritta che sniffano, con blatte.

C’è la fila alla pompa di benzina,
scarseggia il carburante d’ideali
e il vagheggiar d’aedi impavesati
prende quota, è in rialzo, frulla ali.

*

13 agosto 2013

Berlino è piena d’inciampi
e moniti, Stolpersteine.
A Bebelplatz leggi lampi
di Hassan, da Almansor di Heine:

“Non fu che un preludio: chi fa
rogo di libri, persone
brucerà”. Lo ricordano
stele di cemento a Shoah.

Ma i turisti affollano
I negozi di Ampelmann,
storcono bocche, sbuffano
come Federico il Grande

il cavallo, che esibisce
capi di stato maggiore
e con la coda spazzola
poeti a Unter den Linden.

Io guardo muri dipinti,
la sera un video di Arte
su JFK, quel giugno lì.
Se vuoi dai voce alla storia.

*

Sono nipote di un eroe di guerra
miracolato a un filo, poi travolto
da un camion per improvvida manovra

e di un coscritto fuggitivo, preso
e recluso nell’isola severa.
Non vidi mai l’eroe, l’altro mi crebbe.

*

Staffetta

Lenti spesse inforco
e macino chilometri di stampa.
Di giorno mi ammanto
di presbite fierezza, la sera resto.

E mentre duettiamo
caro (è il Lied delle anime belle),
curve nella sala
giocano ai tavoli le frotte ostili.

Vorremmo rovesciar
tavole e torme a imitazione perenne
di quel gesto che fu
orma indelebile, desistiamo però.

***

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Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e lavora. Suoi testi sono apparsi in riviste, in antologie e su lit-blog. È nella redazione di “Poetarum Silva, della rivista trimestrale “Periferie” e del sit “Ticonzero”. Ha pubblicato in rete traduzioni da testi di diversi autori, prevalentemente di lingua tedesca. Sono pubblicate in volume dalla casa editrice Del Vecchio sue traduzioni di poesie da: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio / Sonntags dachte ich an Gott (2012), del romanzo Johanna di Felicitas Hoppe (2014), di poesie da: Hilde Domin, Il coltello che ricorda (2016). Sue sono le raccolte di poesia: Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015).

La gita fuori porta – Fernando Della Posta, inedito.

Nelle contrade perdute dove il papavero bacia
la bocca del leone e il cardo esplode come fuoco
e buca le nuvole, e dove gli ulivi striano d’argento
il cielo più azzurro che c’è,
lì ci si spinge quando il senno sta per rovinare
giù dal piedistallo fino a terra nelle città
insofferenti e d’asfissia dalle cui terrazze non si vola
e gli altri tetti come sbarre impiombano
lo sguardo. Facce distese e pasciute di ore lente
a sfiancarsi guardano comprensive, altre si girano
dall’altra parte, ma qui la luce illumina rugosità
dimenticate. Ascoltare:
ascoltare lo scroscio di cascate che non si vedono
dall’alto della gola. Erodere: erodere il contrafforte
con la discesa al baratro fino al bagno che cancella
sudori mistici e vertigini. Incontrare i folli
di queste vastità: ascoltarne i fatti, parteciparne i riti.
Dimenticare i sunti dei sentieri più battuti.
Riequilibrare la bilancia.

©Fernando Della Posta, inedito 2016

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