malos mannaja – Premio Nobel per la genufletteratura: quando la cultura s’inchina al mercato.

Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)
Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)

Bob Dylan è un artista folk-rock conosciuto in tutto il mondo.

Al di là del mito, a fronte di due albums che sono vere e proprie pietre miliari della storia della musica (“Blonde on blonde” e “Highway 61 revisited”), va detto per amor di verità che il resto della produzione artistica di Dylan, specie quella post-1970 (da “Nashville skyline” in poi) naviga di conserva su un livello qualitativo spesso e volentieri addirittura imbarazzante (si ascoltino ad esempio “Saved”, “Self portrait”, “Down in the groove”, “Under the red sky” o “Together through life”, tutti albums di rara pochezza).

In ogni caso, mettendo da parte il solito tifo calcistico pro e contro dettato da opinioni e gusti musicali, un dato di fatto resta inoppugnabile: private del loro accompagnamento musicale, le lyrics di Bob Dylan denotano una “risonanza poetica” pressoché nulla. Inoltre, le produzioni strettamente letterarie di Dylan (“Tarantula” e affini) sono poco più di facezie se rapportate alle opere di autori del calibro di Pynchon, Lethem, Oats, De Lillo, Roth, Egan, O’Brien, giusto per rimanere nell’ambito di scrittori/scrittrici di nazionalità americana cui poteva essere assegnato il Nobel per la letteratura.

Detto questo, potrei anche non aggiungere altro: per una mia evidente tara mentale, il darwinismo sociale con annesso culto della competizione, mi appare poco più d’una ideologia sconclusionata ad uso e consumo della retorica neoliberista. Quindi, in ultima analisi, il fatto che vinca questo o quello, ovvero che il Nobel per la letteratura venga assegnato a Dylan o a mio cugino, finisce per lasciarmi piuttosto indifferente.

Mi affascina, invece, notare come in una società consumistica che si è consegnata alla signoria del mercato, gli schiavi convinti di essere liberi s’accodino gaudenti al banco macelleria, poggiando da soli la testa sul tagliere per congratularsi con la mannaia.

Ad esempio, il conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha ottenuto riscontri particolarmente positivi presso il grande pubblico. Il tenore dei commenti era il seguente: “milioni e milioni di persone hanno applaudito al riconoscimento; per contro solo una manciata di intellettuali smaniosi di farci sapere quanto sono colti, hanno storto il naso con spocchia in difesa dei templi noiosi e polverosi della letteratura alta”.

Ciò ha innescato alcune mie oblique riflessioni.

Nel mondomercato capitalista, l’unico soggetto giuridico che goda di diritti costituzionali è la merce, ogni cosa ha un prezzo e qualunque bisogno (innato o indotto) è parafrasato in termini di marketing. In tal senso il libro non fa certo eccezione e può essere classificato come manufatto da arredamento vintage a basso impatto commerciale. Fatti salvi i casi in cui uno scrittore è anche un sex symbol (tipo Baricco, per citare un esempio nostrano), i casi in cui uno scrittore è anche un feticcio politico (tipo Saviano, sempre per citare un esempio nostrano), o in casi in cui uno scrittore è anche un profeta (tipo la Bibbia o il Corano), la letteratura non è quasi mai un fenomeno di massa.

Ciò implica che, nonostante gli sforzi delle boutique del libro e dei romanzi da macelleria seriale (si legga a tal proposito “La libreria Feltribelli”), assai di rado un’opera letteraria è in grado di far accorrere torme di clienti riempiendo chiese, ipermercati, piazze o stadi. Ergo, in termini di “spendibilità” in senso lato (risonanza mediatica, ritorno d’immagine e consenso di pubblico) oltre che in senso stretto (valorizzazione del capitale umano), è evidente che è assai più funzionale assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un’icona “pop” di fama planetaria piuttosto che ad una realtà di nicchia per intellettuali. Brrr, in effetti che orrore essere un intellettuale! L’altro ieri ho sentito due tizi discutere in fila alle casse: “non sarai mica un intellettuale” – insinuava uno, “fanculo!” – replicava l’altro piccato per l’offesa ricevuta. La sensazione, dunque, è quella che anche la giuria del Nobel abbia sentito il bisogno di adeguarsi e giustificarsi: non emarginateci, non siamo degli intellettuali, anche noi siamo clienti da ipermercato, guardateci, siamo così pop! Altro che “scelta coraggiosa”, come suggerito da prezzolati opinionisti!!

Tali considerazioni vanno a braccetto col dato di fatto che, nel mondomercato capitalista, l’arte non ha alcuna finalità, in quanto l’unico fine riconosciuto è quello del profitto. In tal senso l’arte, come ogni merce, esiste ed è ammessa solo finché è uno strumento utile a produrre guadagni in modo diretto o indiretto. In una realtà siffatta, la vera letteratura non solo è poco redditizia, ma ha tutte le potenzialità per essere il linguaggio artistico più subdolo e pericoloso in assoluto (si veda in tal senso la mutazione genetica di “1984” di Orwell, romanzo anticomunista finanziato dalla CIA che oggi finisce per denunciare gli orrori dell’impero globale del suo principale antagonista, il capitalismo; si vedano, inoltre, alcuni romanzi più recenti “Fight Club” e “Invisible Monsters” di Palahniuk, “Globalia” di Rufin, “Logoland” di Barry, “Profit” di Morgan e “Lire 26900” di Beigbeder). Quindi, secondo una logica di mercato, assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un famoso cantante folk-rock è una bella trovata perché garantisce un’ottima *copertura mediatica* ed è socialmente e politicamente innocua. Parimenti, altra bella trovata capace di unire l’utile al dilettevole è stata quella di premiare nel 2015 la giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic, perché è doveroso inventarsi una grande scrittrice quando è utile ai media occidentali per strumentalizzare politicamente la notizia in senso anti-Lukashenko (alla vigilia delle elezioni in Bielorussia) e anti-Putin (riportando dichiarazioni della neopremiata del tipo: “Amo la Russia, ma non quella di Stalin e Putin”).

C’è poi un altro aspetto sostanziale su cui è opportuno riflettere: durante la lettura, il cervello umano allarga i confini del suo modo di pensare gettando le basi della sua evoluzione intellettuale (si veda in tal senso l’opera divulgativa della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf). Recenti studi di neuroimaging (Saygin et al. su Nature Neurosciences) dimostrano che non appena un bambino impara a leggere, il suo cervello si modifica sia fisiologicamente che intellettualmente, sviluppando l’abilità di collegare ed integrare fonti diverse di informazioni (visive, uditive, linguistiche e concettuali). Il famoso assioma di Cartesio “penso dunque sono” andrebbe pertanto integrato con “penso dunque leggo” e visto che a sua volta la letteratura è un potente strumento di interpretazione e assimilazione della realtà, otteniamo come corrispondenza biunivoca “leggo dunque penso”. Non a caso, lo scrittore/insegnante/critico letterario Aidan Chambers ha intitolato un suo ottimo saggio del 2001 “siamo quello che leggiamo”, sottolineando che più di ogni altra arte, la letteratura è un’attività culturale complessa che accresce l’intelligenza sociale di chi legge. Il che si aggiunge alla intrinseca pericolosità del libro in sé e per sé, rendendo anche il consumatore-lettore uno schiavo più pericoloso in quanto dotato di maggiori capacità critiche e d’insubordinazione (si veda in tal senso “Farenheit 451” di Ray Bradbury).

Non bastasse, altro elemento deprecabile della letteratura, è che leggere un libro è un’esperienza di slow food cerebrale, una full-immersion che richiede tempo e risorse mentali molto maggiori rispetto a sfogliare un quotidiano o ad ascoltare un album di musica folk-rock. Ciò è gravissimo, perché durante tutta la lettura di un romanzo, il consumatore non è in grado di comprare nient’altro né necessita di spazi o supporti mediatici a pagamento per espletare tale attività: nell’intimità e nel silenzio della propria stanza, si può leggere per ore e ore sfuggendo sia alle campagne pubblicitarie che alla grancassa mediatica di regime; nell’intimità e nel silenzio delle propria stanza, la voce dell’autore trascritta sulla pagina diventa la voce di chi legge e si può ancora provare a pensare e comunicare, nonché convincersi di esistere. Nel mondomercato capitalista, dunque, il libro è colpevole di sequestro di persona, poiché il tempo è denaro e leggere un libro fa perdere un sacco di tempo distraendo l’essere umano dalla sua principale funzione, quella di consumatore. E se è vero che negli anni sessanta, suonare e ascoltare musica rock poteva essere un atto di ribellione contro il sistema, oggi, la musica rock è parte integrante del mondo mercato dello show business, gestito “ad arte” dal capitale globalizzato. In tempi moderni, l’unico vero atto di ribellione contro il sistema, è quello di leggere un libro.

E allora, in un contesto sociale dove per il 95% della popolazione l’unico libro letto negli ultimi anni è il manuale di istruzioni dell’iPhone o del televisore ultraHD, perché il nobel dovrebbe andare controcorrente? L’esperienza insegna che chi va controcorrente e se ne frega del mercato, fa una brutta fine. Prendiamo ad esempio le parabole artistiche del suddetto Bob Dylan e di Syd Barrett, il geniale fondatore dei Pink Floyd: il primo, perfetto manager di se stesso, è arrivato addirittura al Nobel per la letteratura; il secondo, troppo scomodo per essere vendibile, è morto qualche anno fa, dimenticato da tutti, in perfetta solitudine. Cosa mancava a Barrett per essere universalmente riconosciuto come grande artista? Mmmm… forse il codice a Barrett?

Ma tu guarda il caso! Proprio Barrett scrisse in tempi non sospetti (era il lontano 1967!!) un brano dedicato a Dylan. Melodia ironicamente dylaniana, testo acutamente irriverente… un gioellino che potete leggere e ascoltare qui, cliccando su play

http://www.sydbarrett.com/bob-dylan-blues/

Riporto di seguito la traduzione di alcuni versi della canzone, lucidissimi nel riconoscere a Dylan encomiabili capacità di neuromarketing.

”Andando di città in città / riconosco di rattristare la gente / ma non me ne preoccupo troppo / perché ho la pancia e il portafoglio pieni / faccio un sacco di soldi / ma me li merito tutti: / ho un’anima e un cuore d’oro / quindi canto la guerra fredda / Perché sono un poeta / non lo sapevi?/ e il vento puoi soffiarlo tu / perché io sono Mr. Dylan, il re / e sono libero come un uccello in volo”

Già: un uomo libero nel libero mercato. Che altro aggiungere?

syd

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Plinio Perilli: I menestrelli del verso – poesia da cantare

“… gli angeli suonano le loro trombe tutto il giorno / la terra intera in movimento sembra oltrepassarli / ma nessuno sente la musica che suonano / nessuno neppure ci prova”… Così cantava, stornellava acido e sublime il Bob Dylan di New Morning… Correva, per la precisione, il novembre 1970 – l’anno in cui l’aspro e ormai famoso cantore della nuova protesta giovanile, non ancora trentenne, fuggito sette volte di casa adolescente, e poi vissuto perennemente ramingo, on the road, si ritrova laureato honoris causa dall’Università di Princeton… Precisamente da allora, come ricorda la Fernanda Pivano, ci “mostrò una sua nuova maniera, non più folk, non più folk-rock, non più country and western: di un Dylan ripiegato sulla solitudine e la disperazione, che con l’antica voce rauca propose di vincere alienazione e paranoia tentando di accostare o almeno di non respingere la gioia della vita lontano dalla corruzione cittadina, dal falso eccitamento urbano, dall’inquinamento mortale delle metropoli.”

   Poi molta acqua passò sotto i lunghi ponti di tutti i grandi fiumi del mondo – e il cosiddetto cantautorato s’irradiò, si diversificò, si autorigenerò, si conclamò… Il decennio degli anni ’70 fu forse il primo in cui, a livello mondiale, questi soavi o asprissimi ballatisti divennero non mera curiosità per rari amatori, o scelta comunque preziosa, ma merce corrente, materia prima usuale del mercato: insomma ampio oggetto di consumo… Basta scorrere, e limitiamoci ai menestrelli di successo di casa nostra, quelle ormai lontane classifiche degli l.p.; dove spiccano, tra i 33 giri più suonati, nomi già ben consolidati (la mitica Scuola genovese, per intenderci), o del tutto e felicemente nuovi. Gino Paoli, ovviamente tra i primi, torna a pubblicare Le due facce dell’amore proprio nel ’71. E Fabrizio De Andrè fa uscire in quello stesso anno tre dischi presto celebri: La buona novella, Tutti morimmo a stento, Non al denaro, non all’amore né al cielo. Gaber stampa Polli da allevamento nel ’79. Per la generazione successiva, è proprio l’inizio di una tendenza, diciamo di un cult in progress: Francesco Guccini pubblica Radici nel ’72, Le stanze della vita quotidiana nel ’74, Via Paolo Fabbri 43 nel ’76; Lucio Dalla, in collaborazione con un poeta di ruolo come Roberto Roversi, ci dona Anidride solforosa nel ’75, e l’anno dopo Automobili, con quella perla di “Nuvolari”, piccolo frammento melodico e mentale di un vero epos collettivo:

Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati
Quando corre Nuvolari quando passa Nuvolari
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo,
a cavallo nel cielo d’aprile

   I nomi nuovi, che presto sarebbero esplosi, erano Venditti e De Gregori (il loro primo album a mezzi, Theorius Campus, uscì nel ’72), Alan Sorrenti (anche Aria nasce nel ’72), Riccardo Cocciante (Anima, 1974; L’alba, ’75), Edoardo Bennato (I buoni e i cattivi è del ’74), Angelo Branduardi (La luna, ’76; così come Alla fiera dell’Est), il professore di filosofia Roberto Vecchioni (Elisir, ‘76; Samarcanda,’77), Ivan Graziani (I lupi, ’77),  Eugenio Finardi (Diesel, 1977), Rino Gaetano (Aida, ’77), Renato Zero (Trapezio, 1977; id. Zerofobia), perfino Franco Califano, il grezzo autocritico viveur di Tutto il resto è noia (’77)… Talenti così diversi, malinconici o divertenti, impertinenti o sbroccati – ma sempre e comunque “autori”, maledettamente autori del loro stesso canto… Lasciamo perciò a parte il discorso di Lucio Battisti, così mediato e guidato dai testi di Mogol, se pure così importante e nuovo per quegli anni, e riuscito col tempo a diventare sinonimo infibrato e campione fonosimbolico di un certo modo di far canzone come racconto, scena sensibile, teatro mentale, lacerto vissuto di un suono che trasmette rimbalza parole come aforismi stessi emozionali. Una recente poesia di Valentino Zeichen “Per Lucio Battisti” (dalla sua ultima raccolta Neomarziale, del 2006), dà conto di questa deriva preziosa, scanzonata, che è al contempo golfo o ripostiglio di interi, minimi orizzonti generazionali:

Anche i poeti che fanno lo stage
nelle torri d’avorio, sull’Atlantico
dove meditano sui millenni,
fischieranno un tuo motivo
come le sirene delle navi.
Non si conosce nostalgia
che non sia da lontananza, fin
dalle frecce preistoriche degli addii.
Perciò le canzoni accompagnano le vite
mentre la buona poesia i secoli.

   E sorvoliamo il percorso di tanti gruppi, ben miscelati e aggregati di talenti, dove è più arduo individualizzare la personalità creativa, insomma l’autore: e citiamo en passant l’esempio nobile dei Nomadi, dei New Trolls, del Banco, delle Orme, della stessa Nuova Compagnia di Canto Popolare (Li sarracini adorano lu sole risale al 1974). Finalmente, Pino Daniele, Vasco Rossi, Rino Gaetano, Gianna Nannini, Ivano Fossati, Alberto Fortis; e i Litfiba col loro rock duro, acerrimo e davvero indiavolato…

   Paolo Conte, oramai così storicizzato, esordisce in verità con un suo bel ’33 solo nel 1974: Paolo Conte (già ricco di golosi o svogliati classici come “Questa sporca vita”, “Wanda”, “La fisarmonica di Stradella”, “Onda su onda”, “La giarrettiera rosa”). In pochi anni seguiranno Un gelato al limon (’79), Paris milonga (’81), e insomma la celebrità. Ma era già autore noto e riverito per altri (“Azzurro”, “Tripoli ‘69”). C’è comunque aria nuova, e la sensazione di un qualche superamento della bella tradizione degli chansonniers francesi poi così ben imitati, perfino innovati dai nostri Paoli e Tenco, Bindi, Lauzi ed Endrigo. “Paolo Conte è un luogo geografico in cui la memoria e la fantasia si scambiano i ruoli” – scriveva Vincenzo Mollica in una vecchia monografia dell’82 uscita per Lato Side Editori  – “giocando con le luci e la prospettiva e sfrugugliando con la gamma delle sfumature esistenti tra il bianco e il nero.” E Vito Riviello, poeta giocoso, non esita a riconoscergli, anzi diagnosticargli, un vivace talento surrealdadaista innestato su melanconico sguardo crepuscolare: “Infatti con un filo alchimistico di cui conosciamo la provenienza riesce a legare lo sguardo degli ascoltatori a sensibili immagini vaganti, in un’atmosfera più dadaista che surrealista. Infatti nell’area dadaista le cose vivono di luce propria, mentre in quella surreale di luce riflessa. Per queste caratteristiche ‘dada’ e per le diavolerie evocative, la ‘romanza’ di Paolo si ascolta, s’immagina ma anche si ‘vede’. Perché la canzone di Conte si può rappresentare non appena è stata evocata. La rappresentazione escogita un tempo presente che sembra reale (in qualche modo lo è), invece è la possibilità dell’inconscio di vivere un’apparente attualità.”

   Leggiamo/ascoltiamo il mitico incipit di “Genova per noi”:

“Ma quella faccia un po’ così / quell’espressione un po’ così / che abbiamo noi prima di andare a Genova / e ogni volta ci chiediamo / se quel posto dove andiamo / non c’inghiotta e non torniamo più.” Con quell’inserto seguente  strepitosamente visivo, se non visionario: “Macaia, scimmia di luce e di follia, / foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. / E intanto nell’ombra dei loro armadi / tengono lini e vecchie lavande. / Lasciaci tornare ai nostri temporali, / Genova, ai giorni tutti uguali”…

   Le ultimissime generazioni già hanno i loro nuovi campioni, menestrelli del verso. Ma noi fermiamoci, per il momento, alle ultime o alle penultime…

   Il brio stralunato e istrionico di Max Gazzè, o le accanite, trasfiguranti metafore di Mauro Bersani (“Il mostro” è una pura, sliricante canzone davvero degna di nota), sono assurti agli onori di ogni aficionado. Vinicio Capossela merita un discorso a parte. Così come in separata sede occorre analizzare certe recenti prove “liriche” di un consumato cow-boy o gringo del rock quale Luciano Ligabue… Molto più ci preme ricordare un altro bravissimo ma trascurato cavaliere, hidalgo tra parole e note, Andrea Chimenti: L’albero pazzo, un album del ’96, resta indimenticabile: “Srotola la mente fragile come carta di riso / calpestata, stropicciata, consumata, lacerata / e unta da mani sporche, senza scrupoli / Carta fragile, da bagnare in acque lacrimose / carta fragile, da stendere sotto al sole / Su cui scrivere belle parole / e notti di tepore / segreti bisbigliati e poi dimenticati”…

    Coi Marlene Kuntz siamo in un’area egualmente romantica e irrequieta, ma assai più energica e cadenzata. “Sin dal loro primo lavoro, dal titolo emblematico, Catartica (1994), da cui hanno cominciato a tessere trame noise-rock all’interno di un panorama italiano in caduta libera, convogliando nelle musiche e nei testi quel malessere esistenziale di una generazione che avanzava” annota Max Parri  “hanno sempre esaltato una teatralità lirica e concettuale” di marcata, esuberante intensità.

   L’odio migliore (’98), Ho ucciso paranoia (’99), Bianco sporco (2005), sono alcuni altri titoli di un gruppo che, sulla scorta dei testi del suo leader Cristiano Godano, lascia davvero il segno quanto a emozione lirica e catartico flusso immaginifico. “Il solitario”, “Poeti”, “La lira di Narciso”, “La cognizione del dolore” (sulla scorta di Gadda), sono in fondo solo parti, schegge, frammenti armonici di un’inquieta, modernissima controelegia, per l’appunto, alla “Bellezza” (citiamo sempre dal c.d. Bianco sporco):

Noi sereni e semplici o cupi e acidi,
noi puri e candidi o un po’ colpevoli
per voglie che ardono:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E noi compresi e amabili o offesi e succubi
di demoni e lupi, noi forti e abili
o spenti all’angolo:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E passiamo spesso il tempo così,
senza utilità (quella che piace a voi)
senza utilità (perché non serve a noi)

   L’ultimo arrivato, in un panorama nazionale intasato di problemi e proposte, mode consunte e nuove pseudoestetiche, sembra essere proprio Simone Cristicchi, trentenne, capace di vincersi – udite udite – l’alloro sanremese con una canzone dedita alla nobile causa dei malati mentali, della follia come costrizione e umiliazione assoluta… Ma ha commosso un po’ tutti, l’estroso, allampanato ragazzone romano, salito alto su una semplice sedia, mimo di una nuda bianca rosa di spine, con un piccolo, struggente inno dostoevskijano al sottosuolo più tacito e fervoroso, alienato eppure ancora e sempre salvato, fiorito d’ipersensibile: “Ti regalerò un rosa”… Dalla sua esperienza di studio e solidarietà artistica e civile presso il Centro di igiene mentale, è nato anche l’omonimo spettacolo teatrale, un fresco libro mondadoriano (con testimonianze e lettere di “pazzi” rinchiusi per anni nei vecchi “manicomi”), e un ispirato film-documentario, Dall’altra parte del cancello.

   Avremmo voglia di recitargli, in assonanza concreta e ideale, una delle ultime poesie del povero Bruno Lauzi, cantautore storico scomparso da non molto. Ma una poesia vera, non una solita canzone. S’intitola “Redde rationem”, e faceva parte di un volumetto alquanto struggente, Riapprodi, edito nel 1996 da Laura Rangoni Editore:

Ma prima o poi
dinnanzi a voi verrà
l’uccello lira
della verità:
comparirà dal vostro
teleschermo
o inaspettato
da un foglio di giornale…
dalle stanze più interne
della casa
correranno curiosi
i tuoi bambini
cui quel canto sgraziato
farà male
però comunque l’incuriosirà…
chiederanno: “Papà,
cosa vuol dire?”
E tu dovrai tacere.
E non morire.

   Lasciamo dunque da parte l’eterna querelle sul valore o meno poetico delle canzoni, e sulla possibile, impensabile assimilazione tra cantautori e poeti, poesia istituzionale, cosiddetta e cartacea o al contrario mera, agile poesia da cantare… Tutti temi scomodati e sciorinati fin dai tempi aurei di Jacques Prévert – con esiti alterni, alterni equivoci e alterne mistificazioni. Valga perciò, a sgombrare il campo da inutili polemiche e aciduli luoghi comuni, il parere ci sembra equilibrato, e finalmente non pregiudiziale, di Maurizio Cucchi, noto poeta di ruolo, e tifoso/amatore di Paolo Conte e dell’arte speciale della canzone: “…il corpo di lei mandava vampate africane, / lui sembrava un coccodrillo / i saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga / …da lei saliva afrore di coloniali… Ecco, rigato, il testo che scende, deriva dalla musica, dal suono dell’epoca, dall’epoca filtrata affettivamente attraverso la memoria del cantante (dico qui, cantante nel senso più letterale e alto, di colui che canta in modo attivo, s’intende, non certo nel senso di pura voce interpretante). Arte speciale la canzone. Il cui discorso, per Conte, torna perfettamente, come tutt’uno – se ben fatto, inscindibile – di parole, musica, voce (la quale ultima è in sé sintesi di parola e musica). Non c’è bisogno di chiamarlo poeta, non ha bisogno di una falsa aureola in più. E poi sono cose diverse. Chi non lo sa è noioso, petulante, tremebondo; e non vuol bene alla canzone…”.

Plinio Perilli