Leonard Cohen: La croce (trad. Abele Longo)

Leonard Cohen
Leonard Cohen

La croce

Sono Teodoro poeta che
non sapeva né leggere né scrivere
Ormai vecchio per lavorare
facevo oggetti sacri
per negozi di souvenir
rompevo porte
allungavo le mani sulle donne
donne americane e di Parigi
Furono loro
a dire che ero un poeta
Non vi parlerò dei miei problemi
delle sciagure di mio figlio
della mia vita per mare
Ho scolpito croci
e come ogni altro
ho portato la mia
Ho fatto colpo sulle donne
pescato per loro
con maschera e fiocina
le ho nutrite
di ciò che mai avevano avuto
Se sei una donna
e al chiaro di luna
guardi tra i trucioli
del lavoro di quest’uomo
troverai lo spettro muscoloso
sulla strada di mare per Vlychos
Se sei un uomo
sentirai voci di donne
sulla stessa strada
come le ho sentite io
venire dall’acqua
e dalle barche
e capirai così la mia vita
sarai indulgente con la mia anima
mi accorderai il tuo perdono
Questa è la mia preghiera a colui
che mi ha foggiato da me stesso
Di fronte al vino lo confesso
a Leonardo mio amico ebreo
che prende nota
per quelli che verranno

– Kamini, Hydra, 1980 (da “Book of Longing”)
traduzione Abele Longo, 2016

The Cross

I am Theodoros
the poet who could not read or write
When I was too old to work
I made religious items
for the tourist shops
I broke down doors
and I put my hands on women
women from America and Paris
They were the ones
who said that I was a poet
I will not tell you about my problems
my son’s fall
or my life at sea
I carved crosses
and like everybody else
I carried one
I astonished women with my desire
I fished for them
with goggles and a spear
and I fed them
with what they had never eaten before
If you are a woman
and you follow the shavings
of this man’s effort
in the moonlight
you will see my muscled ghost
on the sea road to Vlychos
and if you are a man
on the same road
you will hear women’s voices
exactly as I heard them
coming from the water
coming from boats
and from in between the boats
and then surely
you will understand my life
and do a kindness to my soul
by forgiving me
I pray this to the one
who fashioned me out of myself
I confess this
over the wine
to Leonardos
my Hebrew friend
who writes it down
for those to come

– Kamini, Hydra, 1980 (from Book of Longing)

Ho sempre pensato al Teodoro di questa poesia, che scolpisce oggetti sacri per un negozio di souvenir, come a un ritratto dello stesso Leonard. Errabondo, malinconico, inquieto, perso tra tante donne… Adieu Leonard Cohen, grande poeta e cantore.
A. L.

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Abele Longo: Roma viandanza dell’esilio. Rafael Alberti tradotto da Vittorio Bodini

corrieresalentino.it
corrieresalentino.it

 

Vi propongo un mio saggio sulla traduzione di Vittorio Bodini della raccolta Roma, pericolo per i viandanti di Rafael Alberti, in cui analizzo la traduzione di Bodini in relazione al tema dell’esilio e, a esso connesso, della “viandanza” di Alberti, l’andare senza meta del poeta per vie e vicoli di Roma, in una successione di incontri reali e immaginari che è il tema stesso della raccolta.

Il saggio fa parte del primo tomo del libro (pagina 105) a cura di Novella di Nunzio e Francesco Ragni, «GIÀ TROPPE VOLTE ESULI» LETTERATURA DI FRONTIERA E DI ESILIO, Università degli Studi di Perugia, 2014.

Primo tomo pdf

Secondo tomo pdf

Rafael Alberti, Notturno (trad. Di Vittorio Bodini)

Tieni, tieni la chiave di Roma,
perché in Roma c’è una via,
nella via c’è una casa,
nella casa c’è una stanza,
nella stanza c’è un letto,
nel letto c’è una dama,
una dama innamorata,
che prende la chiave,
che lascia il letto,
che lascia la stanza,
che lascia la casa,
che va per la via,
che prende una spada,
che corre di notte
e uccide chi passa,
che torna nella via,
che torna nella casa,
che sale alla stanza,
che entra nel letto,
che nasconde la chiave,
che nasconde la spada,
e Roma resta
senza gente che passa,
senza morte e senza notte,
senza chiave e senza dama.

(da Rafael Alberti, Roma pericolo per i viandanti, pag. 123).

 

 

Donald Justice – Pantoum della Grande Depressione (trad. Abele Longo)

awarebrain.wordpress.com
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Donald Justice – Pantoum della Grande Depressione

Evitammo la tragedia
guardando sempre avanti,
senza nessun fine o senso apparente.
Ci furono, certo, sciagure e disastri.

Guardando sempre avanti
ci riuscimmo senza nessun eroismo.
Ci furono, certo, sciagure e disastri.
Non ricordo tutti i particolari.

Ci riuscimmo senza nessun eroismo.
Ci furono cerimonie solite e dolore.
Non ricordo tutti i particolari.
Al di là dei recinti, i vicini erano il nostro coro.

Ci furono cerimonie solite e dolore.
Grazie a Dio nessuno lo disse in versi.
I vicini erano il nostro solo coro
e se soffrivamo non ne parlavamo in giro.

Non ci fu nessuno che lo disse in versi.
Fu la solita pietà e paura a consumarci
e se soffrivamo non ne parlavamo in giro.
Nessun pubblico avrebbe mai saputo di noi.

Fu la solita pietà e paura a consumarci.
Ci riunivamo sotto le verande, la luna nel cielo, eravamo poveri.
Quale pubblico avrebbe mai saputo di noi?
Fuori dalle finestre splendeva il mondo vero.

Ci riunivamo sotto le verande, la luna nel cielo, eravamo poveri.
Passava il tempo, tirato da lenti cavalli.
Fuori dalle finestre splendeva il mondo vero.
La Grande Depressione ci avvolse come nebbia.

Passava il tempo, tirato da lenti cavalli.
Neanche noi sapevamo cosa ci attendeva.
La Grande Depressione ci avvolse come nebbia.
Avevamo i nostri difetti e qualche virtù.

Neanche noi sapevamo cosa ci attendeva.
La gente come noi semplicemente va avanti.
Abbiamo difetti e qualche virtù,
ma fu solo un caso se evitammo la tragedia.

E non c’è una trama in questo, non c’è poesia.

(Traduzione di Abele Longo, 2016)

 

Donald Justice: Pantoum of the Great Depression

Our lives avoided tragedy
Simply by going on and on,
Without end and with little apparent meaning.
Oh, there were storms and small catastrophes.

Simply by going on and on
We managed. No need for the heroic.
Oh, there were storms and small catastrophes.
I don’t remember all the particulars.

We managed. No need for the heroic.
There were the usual celebrations, the usual sorrows.
I don’t remember all the particulars.
Across the fence, the neighbors were our chorus.

There were the usual celebrations, the usual sorrows.
Thank god no one said anything in verse.
The neighbors were our only chorus,
And if we suffered we kept quiet about it.

At no time did anyone say anything in verse.
It was the ordinary pities and fears consumed us,
And if we suffered we kept quiet about it.
No audience would ever know our story.

It was the ordinary pities and fears consumed us.
We gathered on porches; the moon rose; we were poor.
What audience would ever know our story?
Beyond our windows shone the actual world.

We gathered on porches; the moon rose; we were poor.
And time went by, drawn by slow horses.
Somewhere beyond our windows shone the world.
The Great Depression had entered our souls like fog.

And time went by, drawn by slow horses.
We did not ourselves know what the end was.
The Great Depression had entered our souls like fog.
We had our flaws, perhaps a few private virtues.

But we did not ourselves know what the end was.
People like us simply go on.
We have our flaws, perhaps a few private virtues,
But it is by blind chance only that we escape tragedy.

And there is no plot in that; it is devoid of poetry.

Donald Justice, “Pantoum of the Great Depression” from Collected Poems (2004)

 

***
Dopo il pantoum di Giancarlo (https://neobar.wordpress.com/2016/09/18/giancarlo-locarno-pantoum/ ) ho pensato di proporne un altro in una mia traduzione, “Pantoum of the Great Depression”di Donald Justice (1925 – 2004). Uno tra i più famosi, che segue fondamentalmente le regole della forma moderna del pantoum: una serie di quartine, con il secondo e il quarto verso di ogni strofa che diventano, a volte con variazioni minime, il primo e il terzo verso della quartina successiva e con l’ultima strofa in cui il primo e il terzo verso riprendono il secondo e quarto della strofa precedente. Questa poesia presenta tuttavia un verso in più alla fine, isolato, a conferire un tono assertorio al componimento. Il tema è la vita durante la Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti, come anche tanti altri Paesi, dal 1929 al 1941. Justice, originario della Florida, evoca senza retorica, grazie anche alle ripetizioni della forma poetica, la durezza dei tempi e la lotta quotidiana per la sopravvivenza.
A.L.

Abele Longo: Treno

kline-train
by Franz Kline

pianto urlo
in suono di lamento
quando l’impeto dello schianto
attraversa il ferro serrato
Danae d’istinto stringe il figlio
forte al petto il rombo
nell’aria gracile le ossa
la maglietta d’estate

Se sapessimo figlio cosa temere
se la quiete del giorno sotto al lutto
inscenato con parole convulse
quasi a trovare riconoscimento
se agli occhi degli altri o dei potenti

Passerà anche questa con l’insolvenza
delle cicale sotto la calura
l’immagine sgualcita di un bambino
esile con capelli girasole
che prende il treno per il mare
e una chiusa sulla morte che vaga
casellante da una stazione all’altra

William Carlos Williams: Paesaggio con caduta di Icaro (trad. Abele Longo)

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Pieter Brueghel

 

Paesaggio con caduta di Icaro

 

Secondo Brueghel

Icaro cadde

a primavera

 

un contadino arava

il suo campo

la magnificenza

 

della stagione era

desta e fremeva

accanto

 

alla riva del mare

concentrato

su se stesso

 

sudando sotto al sole

che scioglieva

la cera delle ali

 

insignificante

al largo della costa

si vedeva

 

uno spruzzo appena

era

Icaro che annegava

 

(da William Carlos Williams, “Pictures from Brueghel and Other Poems”, 1962, traduzione di Abele Longo)

 

*

Landscape with the Fall of Icarus

 

According to Bruegel
when Icarus fell
it was spring

a farmer was ploughing
his field
the whole pageantry

of the year was
awake tingling
near

the edge of the sea
concerned
with itself

sweating in the sun
that melted
the wings’ wax

unsignificantly
off the coast
there was

a splash quite unnoticed
this was

Icarus drowning

 

**

Uno dei concetti base dell’imagismo, a cui viene associata la poesia di William Carlos Williams (1883 1963 ), è lo scrivere per immagini; immagini precise ed essenziali all’interno di uno stile che lascia fuori il superfluo, procede per ellissi, strofi brevi e aperte, si libera della punteggiatura spostando, come fine, l’accento dall’io all’oggetto.

“Landscape with the Fall of Icarus”, come le altre poesie della raccolta, “Pictures from Brueghel and Other Poems” (1962), traduce in versi dei quadri di Pieter Brueghel. Williams ha aggiunto nel titolo “landscape”, paesaggio, che non appare nel titolo di Brueghel. E il paesaggio è sicuramente l’elemento più importante del quadro, la caduta di Icaro infatti è uno “spruzzo appena” nel mare, tanto da far pensare a un particolare di poco rilievo, forse aggiunto a quadro ultimato. Il paesaggio, con il contadino che ara a dominare lo sfondo, viene visto dall’alto. C’è chi ha pensato a una “soggettiva” di Dedalo che guarda il figlo cadere. Vista tuttavia la poca rilevanza data alla caduta in mare di Icaro, riesce difficile parlare di soggettiva. Icaro è un elemento di poco conto. E la bellezza del quadro di Brueghel, e dei versi di Williams, è proprio nel relegare in uno scorcio di mare il mito, con tutti i significati che conseguono da tale ribaltamento.

Su Imperfetta Ellisse potete leggere la traduzione di Ariodante Marianni di questa e altre poesie tratte da “Pictures from Brueghel and Other Poems”: http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/556-William-Carlos-Williams-Quadri-da-Brueghel.html

Sull’imagismo, consiglio la lettura di un saggio di Giorgio Linguaglossa: https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/06/04/ezra-pound-e-limagismo-americano-h-d-hilda-doolittle-ezra-pound-richard-aldington-d-h-lawrence-james-joyce-allen-upward-amy-lowell-j-g-fletcher-w-c-williams-f-s-flint-hueffer/

Qui altre mie traduzioni da Williams:

https://neobar.wordpress.com/2013/03/04/william-carlos-williams-la-carriola-rossa/

https://neobar.wordpress.com/2013/02/23/william-carlos-williams-il-giorno-delle-elezioni/

Edwin Muir: Il ritorno di Ulisse (trad. Abele Longo)

Giorgio de Chirico

Il ritorno di Ulisse

Le porte spalancavano la casa di Ulisse,
cedevano i chiavistelli alle mani
di tutti, ciarlatani, traditori e ruffiani.
Frastuono nelle stanze e i corridoi
come al mercato, le pareti servivano
per poggiarsi come quando uno chiacchera,
sputa per terra, rivolge uno sguardo appena
a chi arriva. Potevi sentirti te stesso.
Polvere in ogni angolo, erbacce nel cortile,
muri decrepiti. Persino il bestiame
si avvicinava alle porte con lo sguardo
di chi si sente di casa.
Intorno all’isola l’azzurro del mare.

Nella stanza rassettata, nel cuore della casa,
sola Penelope si dedicava al suo compito,
disfare senza sosta dal suo infinito tessere
i fili dell’ordito. Telaio senza tela
dei giorni che passano. Pensava: “Non faccio niente
e meno di niente creando il vuoto
nel disordine, tessendo e sciogliendo l’inganno
che il giorno richiede. Questo è il dovere, Ulisse,
fare e disfare, lasciare le porte aperte
all’ordine, la giustizia, la speranza e la pace.
Farai mai ritorno? Sei forse morto?
Sarà questo vuoto costruito la mia fine?”

Tesseva, scioglieva e tesseva senza sapere
che proprio in quel momento Ulisse era
sulla lunga tortuosa via del ritorno.

(da The Narrow Place di Edwin Muir, traduzione di Abele Longo)

*

The Return of Odysseus

 

The doors flapped open in Odysseus’ house,

The lolling latches gave to every hand,

Let traitor, babbler, tout and bargainer in.

The rooms and passages resounded

With ease and chaos of a public market,

The walls mere walls to lean on as you talked,

Spat on the floor, surveyed some newcomer

With an absent eye. There you could be yourself.

Dust in the nooks, weeds nodding in the yard,

The thick walls crumbling. Even the cattle came

About the doors with mild familiar stare

As if this were their place.

All round the island stretched the clean blue sea.

 

Sole at the house’s heart Penelope

Sat at her chosen task, endless undoing

Of endless doing, endless weaving, unweaving,

In the clean chamber. Still her loom rand empty

Day after day. She thought: “Here I do nothing

Or less than nothing, making an emptiness

Amid disorder, weaving, unweaving the lie

The day demands. Odysseus, this is duty,

To do and undo, to keep a vacant gate

Where order and right and hope and peace can enter.

Oh will you ever return? Or are you dead,

And this wrought emptiness my ultimate emptiness?”

 

She wove and unwove and wove and did not know

That even then Odysseus on the long

And winding road of the world was on his way.

 

**

Edwin Muir (1887-1959), poeta di origine scozzese, ritenuto tra i più grandi  da Eliot. Traduttore di letteratura ceca e tedesca insieme alla moglie Willa. La sua poesia si ispira ai miti della tradizione classica e si interroga sul tempo, la storia, il destino degli esseri umani. Muir sosteneva che è possibile comprendere la realtà solo in quanto mito e attraverso i sogni. Come in altre poesie della sua raccolta più famosa, “Labyrinth” (1949), “the Return of Odysseus” guarda al confine labile che da sempre  avvicina il bene al male. Si trova anche qui la metafora ricorrente del viaggio. Nonostante il titolo, tuttavia, protagonista di questi versi è soprattutto Penelope. Oltre ai diversi significati a cui rimanda il contrasto tra l’ordine che Penelope cerca e custodisce nel cuore della casa e il disordine circostante, possiamo trovare l’analogia tra il laborioso tessere di Penelope e quello del poeta, nella sua incessante ricerca di senso.

A.L.