Leggendo Pagliarani – Fernando Della Posta, inedito.

rosario-capuana__tram-e-il-suo-arco-della-pace_gRosario Capuana

fortuna che i tram
fortuna che nei tram di mezzogiorno
la gente ti preme ti urta ti tocca
magari ti blocca con il gomito
ma non ti lascia cadere

[da “La ragazza Carla”, Elio Pagliarani]

Leggendo Pagliarani
ho amato innanzitutto le poesie
giovanili, il poemetto della ragazza
Carla, che sembra portarsi il nome nella sporta
non come una verità che dovrebbe unicizzarla
agli occhi dei parenti o dei lettori attenti
che leggono di lei cercando un’empatia
che si trasformi in simpatia,
ma che sembra che la bolli come iscritta
ad un gruppo sindacale dai presenti
e dai trascorsi molto poco chiari
sotto i cieli milanesi, sotto i quali ad ogni modo
quella limpida tenerezza delle nostre vite tutte uguali
di tanto in tanto si palesa con la lirica
degli usignoli. E ho amato anche le poesie sparse
e della vecchiaia, non quelle
avanguardiste filastrocche per bambini ingioiellate e imbarocchite
dell’età matura.

(nelle curve statistiche a U
che rappresentano la vita umana
la maturità è il punto che tocca il fondo
ma forse è solo una questione di addii che inaridiscono
e per i quali nessuno è pronto.

©Fernando Della Posta

hopper8-e1391017848125Foto Richard Tuschman

Annunci

Maurizio Manzo: Adamo P. (Bollettini Indigeni)

bym-manzo_abitanti-via-stretta-fuori-al-sole
bym-manzo_abitanti-via-stretta-fuori-al-sole

ADAMO P.

Adamo P. non aveva mai sbattuto la porta di casa così forte, facendola traballare alle sue spalle e senza neanche voltarsi scese la rampa di scale, breve, che lo immetteva direttamente sulla piazza principale del paese e si mischiò alla gente.

Era furioso, quello che inizialmente gli sembrava una sensazione, strana, ma una sensazione, ormai era un vero e proprio sospetto: il signor Adamo P. aveva un sospetto, quasi una certezza.

La rabbia con cui chiuse la porta di casa, faceva pensare a qualche problema con i suoi conviventi; però tutti in paese sapevano che Adamo P. viveva da solo in quella casa, ereditata dai genitori alla loro morte.

Alcune persone notarono Adamo P. brontolare e agitarsi, mentre si dirigeva verso la strada che porta fuori paese, verso il bosco; altri riferivano nei bar che andava incontro a una donna, apparentemente più giovane di lui, Adamo aveva quasi sessant’anni, che viveva sugli alberi, ma questa può essere un’altra storia di cui parlare un altro giorno.

Adamo P. quella sera salì le scale in modo deciso. Si mise di sbieco e andò avanti con il lato destro, sul pianerottolo c’erano i calcinacci caduti quella mattina, dopo che aveva sbattuto la porta violentemente; li spostò unicamente con il piede destro.

Di fatto non sappiamo se il signor Adamo P. era destro o mancino, quella sera, in quel suo comportamento accorto, stava di guardia esclusivamente con il lato destro. Aprì la porta e la richiuse dolcemente; la casa presentava un ordine quasi maniacale, appoggiò le chiavi e appese il soprabito, sempre con la mano destra, accese le luci ed entrò nella sala da pranzo, il tavolo tondo era ricoperto di centrini fatti a mano, sui mobili non si contavano le cornici in argento con le foto che ritraevano i genitori nei vari periodi della loro vita, lui avanzava nella sala e si guardava attorno con delle espressioni tristi a volte compiaciute, ma più che altro nostalgiche.

Adamo P. aveva i tratti gentili della madre, ricordò che questo faceva arrabbiare spesso il padre, Raffaele P., che non gli manifestava mai un segnale di affetto, come se l’assenza di somiglianza gli impedisse di amarlo abbastanza, ma soprattutto di manifestarglielo. Il signor Adamo girava la stanza e toccava con la mano destra i volti ritratti nelle foto, il suo atteggiamento si faceva sempre più diffidente; ormai era chiaro, Adamo P., aveva un sospetto su sé stesso, era un paio di settimane che gli capitava di avere questa sensazione, ma ormai era una certezza. Questa, per così dire, lotta interna, lo rendeva furibondo, che vita era di non potersi fidare neanche di una parte di sé stessi?

La mattina della settimana seguente, la piazza principale del paese era più affollata e rumorosa del solito. La folla sembrava radunarsi proprio davanti alla casa del signor Adamo P., e questo nonostante la puzza tremenda sembrava arrivare proprio dalle scale della casa del signor Adamo.

Chi riuscì a vedere qualcosa, raccontò sconvolto di aver visto l’uomo completamente graffiato in volto e rattrappito sul lato sinistro; alcune stanze, a parte la sala da pranzo, tutte sottosopra e il tanfo di morte così forte che si poteva vedere.

 

Leonard Cohen: La croce (trad. Abele Longo)

Leonard Cohen
Leonard Cohen

La croce

Sono Teodoro poeta che
non sapeva né leggere né scrivere
Ormai vecchio per lavorare
facevo oggetti sacri
per negozi di souvenir
rompevo porte
allungavo le mani sulle donne
donne americane e di Parigi
Furono loro
a dire che ero un poeta
Non vi parlerò dei miei problemi
delle sciagure di mio figlio
della mia vita per mare
Ho scolpito croci
e come ogni altro
ho portato la mia
Ho fatto colpo sulle donne
pescato per loro
con maschera e fiocina
le ho nutrite
di ciò che mai avevano avuto
Se sei una donna
e al chiaro di luna
guardi tra i trucioli
del lavoro di quest’uomo
troverai lo spettro muscoloso
sulla strada di mare per Vlychos
Se sei un uomo
sentirai voci di donne
sulla stessa strada
come le ho sentite io
venire dall’acqua
e dalle barche
e capirai così la mia vita
sarai indulgente con la mia anima
mi accorderai il tuo perdono
Questa è la mia preghiera a colui
che mi ha foggiato da me stesso
Di fronte al vino lo confesso
a Leonardo mio amico ebreo
che prende nota
per quelli che verranno

– Kamini, Hydra, 1980 (da “Book of Longing”)
traduzione Abele Longo, 2016

The Cross

I am Theodoros
the poet who could not read or write
When I was too old to work
I made religious items
for the tourist shops
I broke down doors
and I put my hands on women
women from America and Paris
They were the ones
who said that I was a poet
I will not tell you about my problems
my son’s fall
or my life at sea
I carved crosses
and like everybody else
I carried one
I astonished women with my desire
I fished for them
with goggles and a spear
and I fed them
with what they had never eaten before
If you are a woman
and you follow the shavings
of this man’s effort
in the moonlight
you will see my muscled ghost
on the sea road to Vlychos
and if you are a man
on the same road
you will hear women’s voices
exactly as I heard them
coming from the water
coming from boats
and from in between the boats
and then surely
you will understand my life
and do a kindness to my soul
by forgiving me
I pray this to the one
who fashioned me out of myself
I confess this
over the wine
to Leonardos
my Hebrew friend
who writes it down
for those to come

– Kamini, Hydra, 1980 (from Book of Longing)

Ho sempre pensato al Teodoro di questa poesia, che scolpisce oggetti sacri per un negozio di souvenir, come a un ritratto dello stesso Leonard. Errabondo, malinconico, inquieto, perso tra tante donne… Adieu Leonard Cohen, grande poeta e cantore.
A. L.

malos mannaja – Premio Nobel per la genufletteratura: quando la cultura s’inchina al mercato.

Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)
Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)

Bob Dylan è un artista folk-rock conosciuto in tutto il mondo.

Al di là del mito, a fronte di due albums che sono vere e proprie pietre miliari della storia della musica (“Blonde on blonde” e “Highway 61 revisited”), va detto per amor di verità che il resto della produzione artistica di Dylan, specie quella post-1970 (da “Nashville skyline” in poi) naviga di conserva su un livello qualitativo spesso e volentieri addirittura imbarazzante (si ascoltino ad esempio “Saved”, “Self portrait”, “Down in the groove”, “Under the red sky” o “Together through life”, tutti albums di rara pochezza).

In ogni caso, mettendo da parte il solito tifo calcistico pro e contro dettato da opinioni e gusti musicali, un dato di fatto resta inoppugnabile: private del loro accompagnamento musicale, le lyrics di Bob Dylan denotano una “risonanza poetica” pressoché nulla. Inoltre, le produzioni strettamente letterarie di Dylan (“Tarantula” e affini) sono poco più di facezie se rapportate alle opere di autori del calibro di Pynchon, Lethem, Oats, De Lillo, Roth, Egan, O’Brien, giusto per rimanere nell’ambito di scrittori/scrittrici di nazionalità americana cui poteva essere assegnato il Nobel per la letteratura.

Detto questo, potrei anche non aggiungere altro: per una mia evidente tara mentale, il darwinismo sociale con annesso culto della competizione, mi appare poco più d’una ideologia sconclusionata ad uso e consumo della retorica neoliberista. Quindi, in ultima analisi, il fatto che vinca questo o quello, ovvero che il Nobel per la letteratura venga assegnato a Dylan o a mio cugino, finisce per lasciarmi piuttosto indifferente.

Mi affascina, invece, notare come in una società consumistica che si è consegnata alla signoria del mercato, gli schiavi convinti di essere liberi s’accodino gaudenti al banco macelleria, poggiando da soli la testa sul tagliere per congratularsi con la mannaia.

Ad esempio, il conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha ottenuto riscontri particolarmente positivi presso il grande pubblico. Il tenore dei commenti era il seguente: “milioni e milioni di persone hanno applaudito al riconoscimento; per contro solo una manciata di intellettuali smaniosi di farci sapere quanto sono colti, hanno storto il naso con spocchia in difesa dei templi noiosi e polverosi della letteratura alta”.

Ciò ha innescato alcune mie oblique riflessioni.

Nel mondomercato capitalista, l’unico soggetto giuridico che goda di diritti costituzionali è la merce, ogni cosa ha un prezzo e qualunque bisogno (innato o indotto) è parafrasato in termini di marketing. In tal senso il libro non fa certo eccezione e può essere classificato come manufatto da arredamento vintage a basso impatto commerciale. Fatti salvi i casi in cui uno scrittore è anche un sex symbol (tipo Baricco, per citare un esempio nostrano), i casi in cui uno scrittore è anche un feticcio politico (tipo Saviano, sempre per citare un esempio nostrano), o in casi in cui uno scrittore è anche un profeta (tipo la Bibbia o il Corano), la letteratura non è quasi mai un fenomeno di massa.

Ciò implica che, nonostante gli sforzi delle boutique del libro e dei romanzi da macelleria seriale (si legga a tal proposito “La libreria Feltribelli”), assai di rado un’opera letteraria è in grado di far accorrere torme di clienti riempiendo chiese, ipermercati, piazze o stadi. Ergo, in termini di “spendibilità” in senso lato (risonanza mediatica, ritorno d’immagine e consenso di pubblico) oltre che in senso stretto (valorizzazione del capitale umano), è evidente che è assai più funzionale assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un’icona “pop” di fama planetaria piuttosto che ad una realtà di nicchia per intellettuali. Brrr, in effetti che orrore essere un intellettuale! L’altro ieri ho sentito due tizi discutere in fila alle casse: “non sarai mica un intellettuale” – insinuava uno, “fanculo!” – replicava l’altro piccato per l’offesa ricevuta. La sensazione, dunque, è quella che anche la giuria del Nobel abbia sentito il bisogno di adeguarsi e giustificarsi: non emarginateci, non siamo degli intellettuali, anche noi siamo clienti da ipermercato, guardateci, siamo così pop! Altro che “scelta coraggiosa”, come suggerito da prezzolati opinionisti!!

Tali considerazioni vanno a braccetto col dato di fatto che, nel mondomercato capitalista, l’arte non ha alcuna finalità, in quanto l’unico fine riconosciuto è quello del profitto. In tal senso l’arte, come ogni merce, esiste ed è ammessa solo finché è uno strumento utile a produrre guadagni in modo diretto o indiretto. In una realtà siffatta, la vera letteratura non solo è poco redditizia, ma ha tutte le potenzialità per essere il linguaggio artistico più subdolo e pericoloso in assoluto (si veda in tal senso la mutazione genetica di “1984” di Orwell, romanzo anticomunista finanziato dalla CIA che oggi finisce per denunciare gli orrori dell’impero globale del suo principale antagonista, il capitalismo; si vedano, inoltre, alcuni romanzi più recenti “Fight Club” e “Invisible Monsters” di Palahniuk, “Globalia” di Rufin, “Logoland” di Barry, “Profit” di Morgan e “Lire 26900” di Beigbeder). Quindi, secondo una logica di mercato, assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un famoso cantante folk-rock è una bella trovata perché garantisce un’ottima *copertura mediatica* ed è socialmente e politicamente innocua. Parimenti, altra bella trovata capace di unire l’utile al dilettevole è stata quella di premiare nel 2015 la giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic, perché è doveroso inventarsi una grande scrittrice quando è utile ai media occidentali per strumentalizzare politicamente la notizia in senso anti-Lukashenko (alla vigilia delle elezioni in Bielorussia) e anti-Putin (riportando dichiarazioni della neopremiata del tipo: “Amo la Russia, ma non quella di Stalin e Putin”).

C’è poi un altro aspetto sostanziale su cui è opportuno riflettere: durante la lettura, il cervello umano allarga i confini del suo modo di pensare gettando le basi della sua evoluzione intellettuale (si veda in tal senso l’opera divulgativa della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf). Recenti studi di neuroimaging (Saygin et al. su Nature Neurosciences) dimostrano che non appena un bambino impara a leggere, il suo cervello si modifica sia fisiologicamente che intellettualmente, sviluppando l’abilità di collegare ed integrare fonti diverse di informazioni (visive, uditive, linguistiche e concettuali). Il famoso assioma di Cartesio “penso dunque sono” andrebbe pertanto integrato con “penso dunque leggo” e visto che a sua volta la letteratura è un potente strumento di interpretazione e assimilazione della realtà, otteniamo come corrispondenza biunivoca “leggo dunque penso”. Non a caso, lo scrittore/insegnante/critico letterario Aidan Chambers ha intitolato un suo ottimo saggio del 2001 “siamo quello che leggiamo”, sottolineando che più di ogni altra arte, la letteratura è un’attività culturale complessa che accresce l’intelligenza sociale di chi legge. Il che si aggiunge alla intrinseca pericolosità del libro in sé e per sé, rendendo anche il consumatore-lettore uno schiavo più pericoloso in quanto dotato di maggiori capacità critiche e d’insubordinazione (si veda in tal senso “Farenheit 451” di Ray Bradbury).

Non bastasse, altro elemento deprecabile della letteratura, è che leggere un libro è un’esperienza di slow food cerebrale, una full-immersion che richiede tempo e risorse mentali molto maggiori rispetto a sfogliare un quotidiano o ad ascoltare un album di musica folk-rock. Ciò è gravissimo, perché durante tutta la lettura di un romanzo, il consumatore non è in grado di comprare nient’altro né necessita di spazi o supporti mediatici a pagamento per espletare tale attività: nell’intimità e nel silenzio della propria stanza, si può leggere per ore e ore sfuggendo sia alle campagne pubblicitarie che alla grancassa mediatica di regime; nell’intimità e nel silenzio delle propria stanza, la voce dell’autore trascritta sulla pagina diventa la voce di chi legge e si può ancora provare a pensare e comunicare, nonché convincersi di esistere. Nel mondomercato capitalista, dunque, il libro è colpevole di sequestro di persona, poiché il tempo è denaro e leggere un libro fa perdere un sacco di tempo distraendo l’essere umano dalla sua principale funzione, quella di consumatore. E se è vero che negli anni sessanta, suonare e ascoltare musica rock poteva essere un atto di ribellione contro il sistema, oggi, la musica rock è parte integrante del mondo mercato dello show business, gestito “ad arte” dal capitale globalizzato. In tempi moderni, l’unico vero atto di ribellione contro il sistema, è quello di leggere un libro.

E allora, in un contesto sociale dove per il 95% della popolazione l’unico libro letto negli ultimi anni è il manuale di istruzioni dell’iPhone o del televisore ultraHD, perché il nobel dovrebbe andare controcorrente? L’esperienza insegna che chi va controcorrente e se ne frega del mercato, fa una brutta fine. Prendiamo ad esempio le parabole artistiche del suddetto Bob Dylan e di Syd Barrett, il geniale fondatore dei Pink Floyd: il primo, perfetto manager di se stesso, è arrivato addirittura al Nobel per la letteratura; il secondo, troppo scomodo per essere vendibile, è morto qualche anno fa, dimenticato da tutti, in perfetta solitudine. Cosa mancava a Barrett per essere universalmente riconosciuto come grande artista? Mmmm… forse il codice a Barrett?

Ma tu guarda il caso! Proprio Barrett scrisse in tempi non sospetti (era il lontano 1967!!) un brano dedicato a Dylan. Melodia ironicamente dylaniana, testo acutamente irriverente… un gioellino che potete leggere e ascoltare qui, cliccando su play

http://www.sydbarrett.com/bob-dylan-blues/

Riporto di seguito la traduzione di alcuni versi della canzone, lucidissimi nel riconoscere a Dylan encomiabili capacità di neuromarketing.

”Andando di città in città / riconosco di rattristare la gente / ma non me ne preoccupo troppo / perché ho la pancia e il portafoglio pieni / faccio un sacco di soldi / ma me li merito tutti: / ho un’anima e un cuore d’oro / quindi canto la guerra fredda / Perché sono un poeta / non lo sapevi?/ e il vento puoi soffiarlo tu / perché io sono Mr. Dylan, il re / e sono libero come un uccello in volo”

Già: un uomo libero nel libero mercato. Che altro aggiungere?

syd

Patty Schneider – La riscrittura del finale (Neobar eBooks)

Paolo Bazzani-sfilata Antonio Marras
Paolo Bazzani-sfilata Antonio Marras

“Questo mondo nuovo è un limes, un’area di confine, un guscio d’uovo (o una pelle di banana) accoccolato in un angolo, delimita  uno spazio ai margini del cosmo. La poesia contempla l’interno dell’uovo come se fosse l’esterno, e mette in relazione il fantasma del suo corpo (anche linguistico) disgregato con una sequenza di immagini vitali vissute nel tempo, come un film continuamente rimontato, “un film che si racconta nel film”.
Giancarlo Locarno

cliccare sul titolo qui di seguito: patty-schneider-la-riscrittura-del-finale

Daìta Martinez – la bottega di via alloro, la ragione di un titolo

Mi ha colpito fin da subito il titolo: La bottega di via alloro. “ La bottega” con ciò che richiama nel suo significato più antico di deposito e quello più recente, e già passato, di stanza di lavoro, luogo  di arti intime… e in ultimo la poesia; e quella di Daìta con il suo stupefacente intarsio in una lingua tutta sua, dall’italiano al palermitano (tanto simile al mio salentino, ma che ancora più s’impunta e incupisce sulle U). E poi “di via Alloro”, via di una città dell’anima, Palermo; di un’antica roccaforte, di giardini segreti nati oltre i muri di ruderi lasciati dai bombardamenti; e le sue meraviglie, l’arte più bella custodita nel palazzo  Abatellis (soffermarsi con un amico di fronte al Trionfo della morte, l’Annunciazione di Antonello). E ho chiesto a Daìta perché via Alloro…
Abele

. la bottega di via alloro . , la ragione di un titolo

lu cuppiteddu di calia e simenza s’affresca tra le dita di via alloro mentre il passo s’allenta a ogni scorcio di balata, una melodia asciutta e odorosa d’antico ha l’ombra sulle parole centrate da uno sbuffo di sole . si fa vicino il mare e il campanile dei giorni nascosti sotto il coperchio del cielo e c’è una donna indaffarata a concepire il profilo delle mura ca sunnu di li cattive murmurianu in lontananza i nassaioli di na vota assittati al tavolino dell’usuale bar, all’angolo di un bicchiere e di una sonnolenta partita di bastoni . iddi alluccanu curiosi lu passìu mentre ‘u ciatu s’allunga e s’inclina e dai gradini di torremuzza si porge dal viso la bottega, mai esistita, da sempre lì . l’incipit di una andatura intima che si fa vicenda, a una qualunque ora, sul costato di palermo . una tenda di cordicella e rafia in due punti protegge le spalle del ricordo come di quelle domeniche intese a conservare i buttigghi di pummaroru e la buona mescita del bucato che riposa nel ventre rigonfio dei balconi . la stessa donna indaffarata a concepire il profilo delle mura s’immagina sciogliere la trama incisa sulla porta in legno della sua visione edificata tra il rassetto degli scaffali e il passaggio ai cortili con un ramo bucato affamato di un tempo che adagia allo scrittoio una arteria da custodire .

{ ciuri pittati }

 

avissi a parrari ri chiddu ca nun c’haiu
quannu u ventu cala supra a chiazza
cu li mani azzannate e lu visu stancu

arrubavu

{ ciuri pittati }

pi nun moriri foddi
accussì comu na mennula cunsata
e m’addummisciu sutta u chiantu
‘n mezzu a chista grasta spizzuliata

*

 

| un comodino è pretesto di mezzo nel diaframma
deflessa moltiplicazione di stanza sospesa o poi
avvolta la sabbia capitata al sospetto degli scatti
avuti di sangue gli infissi sbucciati intorno ai piedi
scolpiti sui balconi al ridursi della scena nei vicoli
seguiti di alloro e le ringhiere fiorite sulla rotondità
della pancia incisa un momento torremuzza antica |

. la bottega di via alloro .

salsedine
era questo l’odore

rolla la pagina :

– manica
imprevista parentesi delle alghe

| graffe

vermiglie mani

non ho pelle
fino all’arrivo del rigo
sopra i capelli
guardo

 

. la bottega di via alloro .

un titolo
era questo il passo

abbozza il davanzale :

– bus
puntellato squarcio del disturbo

| strappato

angolo mancino

non ho ombra
fino all’interno della sedia
sopra i seni
sospendo

 

*

. allattari cu l’occhi
lu nidu du jardinu
appuiatu picciriddu
nto funnu di li vrazza .

*

. imparando a dimenticare il nome
un possibile è rimasto alla cornice
voltata a un cantico copriva acerba
la visione del basilico infilato

al cielo

ancora da cominciare parola la difesa
in ogni vuoto attorcigliato ai grani di
una catenella d’infanzia che era una
promessa il rame quando a dipingersi

bastavano

le tegole lasciate ad asciugare sulla sedia
e un pizzicotto di terra a sciogliersi sopra
le ferite arrivate domani all’imbrunire delle
ciglia più tardi la protesta e il tovagliolo

piegato nella cura

del cotone quasi a strappare le mani per il troppo
buio o per la lingua che non ha l’intenzione dei panieri
sul cortile nei giorni tagliati dietro la persiana incipriata d’alloro
o nascono solo dei minuti appesi al silenzio della porta con davanti

un dondolo

immaginato lento a una pignata
e
g i r a g i r a g i r a
mentre a credere è l’acqua .

( daìta martinez )

Sulla Bottega di via Alloro:

http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/741-Daita-Martinez-La-bottega-di-Via-Alloro,-nota-di-Rita-Pacilio.html

https://larosainpiu.wordpress.com/2016/09/17/daita-martinez-la-bottega-di-via-alloro-nota-di-emilio-paolo-taormina/

http://www.poesia2punto0.com/2014/05/10/poesia-condivisa-n-22-la-bottega-di-via-alloro-di-daita-martinez/

La poesia di Umberto Crocetti (Paola Puzzo Sagrado)

isola2-crocetti

La scrittura di Umberto Crocetti è allo stesso tempo vibrante e delicata, emotivamente densa, ma capace di tracciare geometrie sottili.

Compatta, colta e fortemente concettuale, non si perde in elucubrazioni filosofiche, ma consiste piuttosto nel dialogo – che si percepisce intimo, vero ed umano – di un’anima che porta in sé la consapevolezza stridente dell’esistenza, se ne interroga con coscienza vigile, in bilico tra il proprio immaginario sospeso e l’intromissione ineluttabile, spesso dolorosa, del reale.

Una malinconica e profonda riscrittura del sé e del mondo circostante, dunque, partendo dai gesti concreti, le apparenze fugaci della quotidianità, i frammenti della memoria, ma a un certo punto distaccandosene per rivelarne l’“oltre”, invitando il lettore a procedere non più tramite gli strumenti razionali, ma tramite i sensi, l’ascolto empatico, la comunicazione diretta fra anime attraverso i desideri, i sogni.

Con acuta predisposizione per l’immagine chiaroscurale, l’autore tesse una narrazione poetica che sa essere insieme parola e gesto, miraggio e tangibilità, accoglimento e perdita:

“mi volto, quasi a cercare la tua assenza, | vedo quel vento muovere le spighe, | spingo avanti il mio passo e dentro il petto | tintinna il suono | della tua cavigliera”

Una narrazione poetica in cui anche il silenzio rappresenta una presenza avente valore e significato. Ed è proprio nel non detto o nell’indicibile, che infatti si staglia la composizione di un paesaggio costituito da figure e movimenti in sospeso tra lentezze, raccordi impossibili, distanze incolmabili, immobilità di destini che si sfiorano scanditi da un “tempo che non ha tempo”.

“Quanto manca tra l’alba e questo/ ponte? Quanto potrà durare/ la decadenza vigile dell’ombra?

In conclusione, quella di Crocetti appare senz’altro come una poesia con il coraggio di sostenere sia il peso persistente di un disumanizzante senso di mancata appartenenza, sia il peso delle conseguenti, difficili, ma necessarie ripartenze.

Paola Puzzo Sagrado

 

Poesie scelte: poesie-di-umberto-crocetti

 

NOTE BIOGRAFICHE

Umberto Crocetti, nato a Catanzaro nel 1958, vive in Puglia, dove svolge la sua attività di Medico. Tra le pubblicazioni: Apologia di un poeta (1984, Rubbettino Editore); Il Canto delle Bambole (2009, Masso delle fate Edizioni); Il dialogo remoto (2010, Masso delle fate Edizioni); L’isola riemersa (2014, Calabria Letteraria).