Abele Longo: Roma viandanza dell’esilio. Rafael Alberti tradotto da Vittorio Bodini

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Vi propongo un mio saggio sulla traduzione di Vittorio Bodini della raccolta Roma, pericolo per i viandanti di Rafael Alberti, in cui analizzo la traduzione di Bodini in relazione al tema dell’esilio e, a esso connesso, della “viandanza” di Alberti, l’andare senza meta del poeta per vie e vicoli di Roma, in una successione di incontri reali e immaginari che è il tema stesso della raccolta.

Il saggio fa parte del primo tomo del libro (pagina 105) a cura di Novella di Nunzio e Francesco Ragni, «GIÀ TROPPE VOLTE ESULI» LETTERATURA DI FRONTIERA E DI ESILIO, Università degli Studi di Perugia, 2014.

Primo tomo pdf

Secondo tomo pdf

Rafael Alberti, Notturno (trad. Di Vittorio Bodini)

Tieni, tieni la chiave di Roma,
perché in Roma c’è una via,
nella via c’è una casa,
nella casa c’è una stanza,
nella stanza c’è un letto,
nel letto c’è una dama,
una dama innamorata,
che prende la chiave,
che lascia il letto,
che lascia la stanza,
che lascia la casa,
che va per la via,
che prende una spada,
che corre di notte
e uccide chi passa,
che torna nella via,
che torna nella casa,
che sale alla stanza,
che entra nel letto,
che nasconde la chiave,
che nasconde la spada,
e Roma resta
senza gente che passa,
senza morte e senza notte,
senza chiave e senza dama.

(da Rafael Alberti, Roma pericolo per i viandanti, pag. 123).

 

 

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PLINIO PERILLI – IL CUORE ANIMALE saggio dedicato ad Alfredo de Palchi

Edizioni Empiria

Libreria  – via Baccina 79 – 00184  Roma

Tel. fax 06 69940850 – www.empiria.com – info@empiria.com

 

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martedì 31 maggio alle ore 18

Luigi  Fontanella

presenta

PLINIO PERILLI – IL CUORE ANIMALE   

saggio dedicato ad Alfredo de Palchi

Empiria 2016

Stefano Amorese leggerà alcune liriche di Alfredo De Palchi

 

 

Amici cari,

a volte non è vero che la presentazione di un nuovo libro sia solo e semplicemente la presentazione di un nuovo libro… Nel senso che viene anche il momento in cui in un libro si getta, si condensa, si rischia qualcosa che riguarda in toto la propria idea di esito letterario, di metodo – e perfino, fra le righe, di etica intellettuale (comunque di deontologia). Gli si affida insieme la propria gioia, scommessa nella scrittura, e il turbato travaglio che ne consegue, ci convive. Eliot lo scrisse, lo sancì fra anima e Storia com’altri mai: “… E l’azione giusta / È pur libertà dal passato / E futuro.”…

Nella storia di Alfredo de Palchi ho intravisto a un certo punto l’enigma, le ombre lunghe, trame o ferite: l’eccesso e il difetto stesso del Novecento. Un Novecento che spesso ha occultato sé medesimo, si è nascosto, rimosso, ha avuto paura – razionalmente, strategicamente – del proprio Cuore Animale.

Leggere, postillare, recuperare le opere, i travagli, perfino le intemperanze di questo grande poeta sconosciuto ai più, mi ha dunque consentito di romanzare l’esegesi stessa del nostro secolo – che è insieme trascorso, archiviato, e perfettamente in atto, per linfa profonda di radici, l’eterno sospeso in progress di tempo perduto e ritrovato.

 

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In perfetta e vitale controtendenza, Alfredo de Palchi, classe 1926, veronese esulato negli USA dopo una balda, scapestrata giovinezza, ha risalito e scontato la Storia come il personaggio di un romanzo che non sapeva o voleva essere. Schieratosi diciassettenne dalla parte sbagliata, si è ritrovato repubblichino nelle Brigate nere, arrestato e torturato, accusato di un delitto mai commesso.

La sua Isola di Arturo dolentemente fantastica è stato il penitenziario di Procida dove tracciò sui muri i suoi primi versi, lesse e amò Cardarelli quando era in voga l’ermetismo, poi anelò il simbolo quando vinceva il neorealismo, o corteggiò seducenti brume esistenzialiste quando tutto e tutti dovevano essere sperimentali… Surrealista, Alfredo lo è stato dopo, uscito di prigione, affrancato di libertà, a Parigi o in Spagna, quando in un incontro hemingwayano si unì a Sonia. Insieme vissero vent’anni a Manhattan, en artiste, traducendo dalle rive dell’Hudson il nostro ’900 poetico, e dirigendo “Chelsea”, una rivista che divenne un altro, trasparente Ponte di Brooklyn…

Uomo del suo tempo, De Palchi non lo è stato insomma coi versi auratici di Quasimodo, ma coi ruvidi Strumenti umani di Sereni. Lo conobbe anni dopo, nei suoi brevi, fervidi ritorni in Italia, assieme ad Erba, Cattafi, Ferrata e altri felici pochi. Pubblicò nel ’67 da Mondadori un libro, Sessioni con l’analista, che fu scambiato per un frutto “informale” della voga psicanalitica, genere Male Oscuro & dintorni. La critica non lo capì, non riusciva ad accettarlo. Morto Sereni e arenatesi le vecchie amicizie, dovette aspettare trent’anni nel dimenticatoio.

Ebbe un nuovo, definitivo amore in Rita, una giovane italoamericana uscita forse da un racconto struggente di Soldati: e che gli diede in dono una bimba cui tributarono un nome futurista, Luce… Ma nell’autunno del 1999 nella loro casa di Manhattan a Union Square, si ritrovarono tre, quattro generazioni di poeti a stringergli la mano, e brindare insieme.

Animoso e dolcissimo, ho subito stimato di Alfredo, in pari grado, l’umiltà e la fierezza, l’estro leale, naturale – quest’impennato, istintivo Cuore Animale che lo ha sempre spinto a mettersi controcorrente, di taglio, libero come il volo d’un gabbiano che taglia d’ali il suo cielo, taglia d’aria l’azzurro, e poi l’azzurro sempre gli s’imporpora, perché quel cuore vero, pulsa e trema, svanisce o si ferisce di sogno.

 

Roma, 29 Maggio 2016

«Già troppe volte esuli» – Letteratura di frontiera e di esilio

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«Già troppe volte esuli» – Letteratura di frontiera e di esilio

 

Biblioteca di San Matteo degli Armeni, in collaborazione con la Fondazione Centro Studi  Aldo Capitini

 

Perugia, 6-7 novembre 2013

Biblioteca San Matteo degli Armeni

via Monteripido 2, 06125 Perugia

 

Contatti

Esuliperugia2013@gmail.com

https://www.facebook.com/esuli.perugia

Persistenze o Rimozioni

http://www.persistenzeorimozioni.wordpress.com

 

Le idee di frontiera e di esilio rimandano ad esperienze geograficamente e storicamente determinate: esistono luoghi in cui culture diverse si fronteggiano lungo barriere territoriali concrete, ed esistono momenti in cui si assiste all’attraversamento, da parte del singolo o di un popolo, di quello stesso limite verso terre straniere. Ciò determina l’esistenza di un al di qua e di un al di là, di un prima e di un dopo, di un io/noi e di un altro/altri. Spesso queste contrapposizioni si rivelano fonti particolarmente produttive di creazione letteraria: per molti autori segnati da tali esperienze, le idee di frontiera ed esilio superano la vicenda strettamente biografica, caricandosi di richiami, risonanze e significati che trascendono il piano storico per arrivare a quello dell’esistenza. In questi casi la situazione geografica liminale, la fuoriuscita dal sostrato nazionale e familiare o l’immersione nell’intreccio (dis)organico di due o più tradizioni diventano espressioni di una condizione apolide assoluta che porta al riconoscimento di una vera e propria identità di confine.

L’interesse critico dimostrato negli ultimi anni sul tema della frontiera o dell’extra-frontiera, e le implicazioni che tale prospettiva di studio presenta con la produzione letteraria e il pensiero europei moderni e contemporanei incoraggiano a porre al centro di questi incontri la letteratura di confine e di esilio, intendendo tali concetti sia nel senso storico di limite e dramma imposti all’esperienza biografica, sia nel senso esistenziale e morale di stati dell’interiorità.

PROGRAMMA DEL CONVEGNO:

Programma Esuli pdf

Beatrice Barbalato: Commiato a Vincenzo Cerami, Sisifo felice

 

Vincenzo Cerami ha attraversato il XX secolo  con una voracità creativa  senza pari. Ha assorbito la poesia di Giorgio Caproni, Attilio  Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, come fosse liquido amniotico. Il suo sguardo nudo verso l’uomo,  verso la sua tendenza alla menzogna, alla simulazione, alla duplicità  e al crimine (da Il borghese piccolo piccolo a Fattacci) non ha mai offuscato la forza poetica, presente in tanti racconti e che si rileva grandissima  nelle sceneggiature filmiche. Poesia come  progetto: “In poesia l’ineffabile – ha scritto in  Intramuros, Madrid, 2004 – è un deragliamento lessicale a cui la parola viene forzata proprio perché costretta nella rigidissima struttura delle sillabe e degli accenti”.

   Le sue opere dai romanzi, ai poemi,  al teatro, al musical, sono innumerevoli. Una capacità e un desiderio di sperimentare l’arte nella vasta gamma delle sue espressioni. Ha lavorato usando  tantissimi registri, e secondo le sue stesse parole ha agito come un  artigiano che tratta, forgia le materie prime. Ha affermato: “Scrivere, per me, è spaventosamente faticoso, e il più del tempo lo passo a nascondere al lettore questa fatica”.

   Ho conosciuto e frequentato Cerami per  alcuni anni.  È stato il maestro di due ateliers di scrittura polivalente all’Université catholique de Louvain (2002-2003). Ho curato il libro Vincenzo Cerami: le récit et la scène (Presses Universitaires de Louvain, 2005), dove esperti di discipline diverse hanno anatomizzato il suo  lavoro. Ho letto tutti i testi teatrali editi e inediti che Cerami mi ha affidato per studiarli.  Una riflessione da condurre sull’insieme delle creazioni drammaturgiche che all’inizio mi ha creato disorientamento per la quantità e varietà:  dal suo Amleto ne L’assassinio di Gonzalo,  a La favola delle tre melarance di gozziana memoria. Ho mirato ad analizzare dei concetti chiave  e per certi versi rivelatori di strati più profondi del suo lavoro. Narrare e capire come si racconta  è stato non solo l’ossessivo refrain del suo mestiere, ma della sua vita. Nell’uomo, insomma,  non succede nulla se non attraverso il plasmarsi  dell’esperienza in parole. Sulla produzione teatrale, in gran parte inedita, e su due sceneggiature filmiche ho pubblicato Sisifo felice: Vincenzo Cerami drammarurgo (Peter Lang, 2009). Se oggi dovessi riprendere questo studio non cambierei quasi nulla, contrariamente alle mie abitudini, tanto alcune modalità mi sono apparse chiare alla fine della ricerca. Del vasto lavoro teatrale ho messo in evidenza analiticamente quei tratti che riecheggiano in tutta la sua produzione, che ne rivelano nelle sottotracce  il  modo di funzionamento.

   Le sceneggiature per il cinema sono dei capolavori. Tutto tiene, non c’è mai una sbavatura, una gratuità. Il cinema domanda una grande  calibratura e saggezza nel racconto, lo scritto deve coniugarsi con le immagini. La logica del dettaglio e delle unità narrative deve essere perfetta per funzionare con eleganza stilistica. Cioè per non propinare intellettualismi gratuiti o facili e scontate emozioni. Le sceneggiature di Cerami sono straordinarie: un maestro nel senso più pieno della parola. Anche a distanza di anni,  i testi dei films Porte aperte,  I ragazzi di via Panisperna, e del celebre La vita è bella, sono fonte di ammirazione.

   La vita è bella inizia con una voce off  mentre nella nebbia a stento si individuano degli esseri come nell’Ade: «Questa è una storia semplice, eppure non è facile raccontarla, come in una favola c’è dolore  e come in una favola c’è  meraviglia  e felicità». Questo è l’incipit detto da Giosuè adulto. Una scena nebulosa, e una voce bassa ci introducono con gravità nell’argomento.

   «Questa è la mia storia, questo è il sacrificio che mio padre ha fatto, questo il regalo che mio padre ha fatto per me».  Queste sono le  struggenti parole un po’ prima della fine. Il décalage fra l’incipit e l’explicit si pone  esattamente fra l’universalità annunciata nella fiaba, e l’interiorizzazione  di un percorso (mia, mio, mio, per me).  Insomma la tragedia ‘a lieto fine’ de La vita è bella è una storia trasmessa  da un padre ad un figlio.

   In Porte aperte, film di Gianni Amelio dall’omonimo  libro di Sciascia, domina il fantasma de L’Idiota dostojeskiano. È in fondo il  non sapere  – e la consapevolezza di questa condizione – che permette la conoscenza. Il giudice popolare di origine contadina si trova tra le mani L’Idiota e ne usa le parole come utensili: “Quando non si hanno le parole si vanno a cercare”, dice. Credo che in questa attitudine ci sia tutto Cerami, quando non si ha esperienza di certi mezzi espressivi, si va a cercare. Un intelligere e sperimentare, il suo,  sempre in progress. Un’umiltà intellettuale in una grande personalità che ci induce ad esplorare la mente, percorrere l’esperienza umana impastata di parole, canti, immagini, così come di pause, e di  silenzi.

 

Beatrice Barbalato

Silvia Rosa: Italiane d’Argentina

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“È vero che la scansione prescelta per seguire queste traiettorie non si discosta molto da quella più seguita nell’ormai sterminata produzione bibliografica sui movimenti migratori: la partenza, il viaggio e l’arrivo, punti d’avvio obbligati di ogni percorso migratorio, sono la premessa per affrontare le tappe dell’integrazione e per decifrare i comportamenti che l’accompagnano. Questa scelta, tuttavia, risulta particolarmente opportuna proprio per le caratteristiche dei soggetti che vengono presi in esame. È infatti attraverso questi percorsi, seguiti finora con la lente dell’esperienza maschile, che si colgono molte delle peculiarità di genere messe in risalto dall’autrice. Così, se per la partenza il baule diventa una sorta di oggettivazione di una quotidianità femminile a cui non si vuole rinunciare neppure all’estero – e per questo è l’oggetto più ricorrente e simbolicamente più evocato nei racconti autobiografici di donne di provenienze differenti e di fasi migratorie diverse – per il viaggio a dominare i ricordi femminili sono piuttosto le paure fisiche per le aggressioni esterne – divenute spesso una tragica realtà –, per i rischi ai quali vengono esposte le gravidanze, o per le maggiori sofferenze che queste ultime comportano nella già difficile vita a bordo. Mentre per l’arrivo, e per la vita nei nuovi contesti, i racconti declinati al femminile permettono di cogliere soprattutto la non univocità dei ruoli assunti dalle donne nel variegato percorso dell’integrazione all’estero.”

dalla prefazione di Paola Corti

da LE ITALIANE IN PATAGONIA pdf