malos mannaja – Premio Nobel per la genufletteratura: quando la cultura s’inchina al mercato.

Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)
Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)

Bob Dylan è un artista folk-rock conosciuto in tutto il mondo.

Al di là del mito, a fronte di due albums che sono vere e proprie pietre miliari della storia della musica (“Blonde on blonde” e “Highway 61 revisited”), va detto per amor di verità che il resto della produzione artistica di Dylan, specie quella post-1970 (da “Nashville skyline” in poi) naviga di conserva su un livello qualitativo spesso e volentieri addirittura imbarazzante (si ascoltino ad esempio “Saved”, “Self portrait”, “Down in the groove”, “Under the red sky” o “Together through life”, tutti albums di rara pochezza).

In ogni caso, mettendo da parte il solito tifo calcistico pro e contro dettato da opinioni e gusti musicali, un dato di fatto resta inoppugnabile: private del loro accompagnamento musicale, le lyrics di Bob Dylan denotano una “risonanza poetica” pressoché nulla. Inoltre, le produzioni strettamente letterarie di Dylan (“Tarantula” e affini) sono poco più di facezie se rapportate alle opere di autori del calibro di Pynchon, Lethem, Oats, De Lillo, Roth, Egan, O’Brien, giusto per rimanere nell’ambito di scrittori/scrittrici di nazionalità americana cui poteva essere assegnato il Nobel per la letteratura.

Detto questo, potrei anche non aggiungere altro: per una mia evidente tara mentale, il darwinismo sociale con annesso culto della competizione, mi appare poco più d’una ideologia sconclusionata ad uso e consumo della retorica neoliberista. Quindi, in ultima analisi, il fatto che vinca questo o quello, ovvero che il Nobel per la letteratura venga assegnato a Dylan o a mio cugino, finisce per lasciarmi piuttosto indifferente.

Mi affascina, invece, notare come in una società consumistica che si è consegnata alla signoria del mercato, gli schiavi convinti di essere liberi s’accodino gaudenti al banco macelleria, poggiando da soli la testa sul tagliere per congratularsi con la mannaia.

Ad esempio, il conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha ottenuto riscontri particolarmente positivi presso il grande pubblico. Il tenore dei commenti era il seguente: “milioni e milioni di persone hanno applaudito al riconoscimento; per contro solo una manciata di intellettuali smaniosi di farci sapere quanto sono colti, hanno storto il naso con spocchia in difesa dei templi noiosi e polverosi della letteratura alta”.

Ciò ha innescato alcune mie oblique riflessioni.

Nel mondomercato capitalista, l’unico soggetto giuridico che goda di diritti costituzionali è la merce, ogni cosa ha un prezzo e qualunque bisogno (innato o indotto) è parafrasato in termini di marketing. In tal senso il libro non fa certo eccezione e può essere classificato come manufatto da arredamento vintage a basso impatto commerciale. Fatti salvi i casi in cui uno scrittore è anche un sex symbol (tipo Baricco, per citare un esempio nostrano), i casi in cui uno scrittore è anche un feticcio politico (tipo Saviano, sempre per citare un esempio nostrano), o in casi in cui uno scrittore è anche un profeta (tipo la Bibbia o il Corano), la letteratura non è quasi mai un fenomeno di massa.

Ciò implica che, nonostante gli sforzi delle boutique del libro e dei romanzi da macelleria seriale (si legga a tal proposito “La libreria Feltribelli”), assai di rado un’opera letteraria è in grado di far accorrere torme di clienti riempiendo chiese, ipermercati, piazze o stadi. Ergo, in termini di “spendibilità” in senso lato (risonanza mediatica, ritorno d’immagine e consenso di pubblico) oltre che in senso stretto (valorizzazione del capitale umano), è evidente che è assai più funzionale assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un’icona “pop” di fama planetaria piuttosto che ad una realtà di nicchia per intellettuali. Brrr, in effetti che orrore essere un intellettuale! L’altro ieri ho sentito due tizi discutere in fila alle casse: “non sarai mica un intellettuale” – insinuava uno, “fanculo!” – replicava l’altro piccato per l’offesa ricevuta. La sensazione, dunque, è quella che anche la giuria del Nobel abbia sentito il bisogno di adeguarsi e giustificarsi: non emarginateci, non siamo degli intellettuali, anche noi siamo clienti da ipermercato, guardateci, siamo così pop! Altro che “scelta coraggiosa”, come suggerito da prezzolati opinionisti!!

Tali considerazioni vanno a braccetto col dato di fatto che, nel mondomercato capitalista, l’arte non ha alcuna finalità, in quanto l’unico fine riconosciuto è quello del profitto. In tal senso l’arte, come ogni merce, esiste ed è ammessa solo finché è uno strumento utile a produrre guadagni in modo diretto o indiretto. In una realtà siffatta, la vera letteratura non solo è poco redditizia, ma ha tutte le potenzialità per essere il linguaggio artistico più subdolo e pericoloso in assoluto (si veda in tal senso la mutazione genetica di “1984” di Orwell, romanzo anticomunista finanziato dalla CIA che oggi finisce per denunciare gli orrori dell’impero globale del suo principale antagonista, il capitalismo; si vedano, inoltre, alcuni romanzi più recenti “Fight Club” e “Invisible Monsters” di Palahniuk, “Globalia” di Rufin, “Logoland” di Barry, “Profit” di Morgan e “Lire 26900” di Beigbeder). Quindi, secondo una logica di mercato, assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un famoso cantante folk-rock è una bella trovata perché garantisce un’ottima *copertura mediatica* ed è socialmente e politicamente innocua. Parimenti, altra bella trovata capace di unire l’utile al dilettevole è stata quella di premiare nel 2015 la giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic, perché è doveroso inventarsi una grande scrittrice quando è utile ai media occidentali per strumentalizzare politicamente la notizia in senso anti-Lukashenko (alla vigilia delle elezioni in Bielorussia) e anti-Putin (riportando dichiarazioni della neopremiata del tipo: “Amo la Russia, ma non quella di Stalin e Putin”).

C’è poi un altro aspetto sostanziale su cui è opportuno riflettere: durante la lettura, il cervello umano allarga i confini del suo modo di pensare gettando le basi della sua evoluzione intellettuale (si veda in tal senso l’opera divulgativa della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf). Recenti studi di neuroimaging (Saygin et al. su Nature Neurosciences) dimostrano che non appena un bambino impara a leggere, il suo cervello si modifica sia fisiologicamente che intellettualmente, sviluppando l’abilità di collegare ed integrare fonti diverse di informazioni (visive, uditive, linguistiche e concettuali). Il famoso assioma di Cartesio “penso dunque sono” andrebbe pertanto integrato con “penso dunque leggo” e visto che a sua volta la letteratura è un potente strumento di interpretazione e assimilazione della realtà, otteniamo come corrispondenza biunivoca “leggo dunque penso”. Non a caso, lo scrittore/insegnante/critico letterario Aidan Chambers ha intitolato un suo ottimo saggio del 2001 “siamo quello che leggiamo”, sottolineando che più di ogni altra arte, la letteratura è un’attività culturale complessa che accresce l’intelligenza sociale di chi legge. Il che si aggiunge alla intrinseca pericolosità del libro in sé e per sé, rendendo anche il consumatore-lettore uno schiavo più pericoloso in quanto dotato di maggiori capacità critiche e d’insubordinazione (si veda in tal senso “Farenheit 451” di Ray Bradbury).

Non bastasse, altro elemento deprecabile della letteratura, è che leggere un libro è un’esperienza di slow food cerebrale, una full-immersion che richiede tempo e risorse mentali molto maggiori rispetto a sfogliare un quotidiano o ad ascoltare un album di musica folk-rock. Ciò è gravissimo, perché durante tutta la lettura di un romanzo, il consumatore non è in grado di comprare nient’altro né necessita di spazi o supporti mediatici a pagamento per espletare tale attività: nell’intimità e nel silenzio della propria stanza, si può leggere per ore e ore sfuggendo sia alle campagne pubblicitarie che alla grancassa mediatica di regime; nell’intimità e nel silenzio delle propria stanza, la voce dell’autore trascritta sulla pagina diventa la voce di chi legge e si può ancora provare a pensare e comunicare, nonché convincersi di esistere. Nel mondomercato capitalista, dunque, il libro è colpevole di sequestro di persona, poiché il tempo è denaro e leggere un libro fa perdere un sacco di tempo distraendo l’essere umano dalla sua principale funzione, quella di consumatore. E se è vero che negli anni sessanta, suonare e ascoltare musica rock poteva essere un atto di ribellione contro il sistema, oggi, la musica rock è parte integrante del mondo mercato dello show business, gestito “ad arte” dal capitale globalizzato. In tempi moderni, l’unico vero atto di ribellione contro il sistema, è quello di leggere un libro.

E allora, in un contesto sociale dove per il 95% della popolazione l’unico libro letto negli ultimi anni è il manuale di istruzioni dell’iPhone o del televisore ultraHD, perché il nobel dovrebbe andare controcorrente? L’esperienza insegna che chi va controcorrente e se ne frega del mercato, fa una brutta fine. Prendiamo ad esempio le parabole artistiche del suddetto Bob Dylan e di Syd Barrett, il geniale fondatore dei Pink Floyd: il primo, perfetto manager di se stesso, è arrivato addirittura al Nobel per la letteratura; il secondo, troppo scomodo per essere vendibile, è morto qualche anno fa, dimenticato da tutti, in perfetta solitudine. Cosa mancava a Barrett per essere universalmente riconosciuto come grande artista? Mmmm… forse il codice a Barrett?

Ma tu guarda il caso! Proprio Barrett scrisse in tempi non sospetti (era il lontano 1967!!) un brano dedicato a Dylan. Melodia ironicamente dylaniana, testo acutamente irriverente… un gioellino che potete leggere e ascoltare qui, cliccando su play

http://www.sydbarrett.com/bob-dylan-blues/

Riporto di seguito la traduzione di alcuni versi della canzone, lucidissimi nel riconoscere a Dylan encomiabili capacità di neuromarketing.

”Andando di città in città / riconosco di rattristare la gente / ma non me ne preoccupo troppo / perché ho la pancia e il portafoglio pieni / faccio un sacco di soldi / ma me li merito tutti: / ho un’anima e un cuore d’oro / quindi canto la guerra fredda / Perché sono un poeta / non lo sapevi?/ e il vento puoi soffiarlo tu / perché io sono Mr. Dylan, il re / e sono libero come un uccello in volo”

Già: un uomo libero nel libero mercato. Che altro aggiungere?

syd

malos mannaja: Mustang

mustang
mustang

Mustang (2015) regia di Deniz Gamze Ergüven, recensione

Mustang è un film in cui indubbiamente si parla della condizione di cinque sorelle orfane nel nord della Turchia e per estensione della condizione delle donna in Turchia e nel mondo (argomento scomodo, troppo spesso dimenticato o cavalcato per ragioni politiche). Eppure si confronta con la materia usando soprattutto come chiave di lettura la fisicità dei corpi, intesi come strumenti di contatto e di interazione tangibile con l’altro e col mondo. Dunque, senza erotismi proto-hollywoodiani o denunce porno-intellettualoidi, la cinepresa si muove con piglio quasi etologico, filmando le cinque sorelle: volti, grovigli di gambe, di lunghi capelli e chilometri quadri di pelle per mettere a nudo la realtà dell’essere vivi. Nessuna malizia, nessuna assoluzione o condanna, semplicemente la volontà di fare piazza pulita delle sovrastrutture culturali che ci impediscono di riconoscerci nel guardaci allo specchio: questo siamo, mammiferi a sangue *caldo*, punto. Ed ecco che, a inevitabile corollario, lo spettatore viene colpito e affondato, (ri)scoprendosi più vulnerabile all’esperienza tattile che a quella visiva (non è forse vero che quando perdiamo un affetto ciò che più ci strazia è il fatto di non poter più stringere/abbracciare il defunto?). In tal senso, Mustang è un potente antidoto alla virtualizzazione estrema della nostra vita di relazione in epoca di social networks, un benefico elettroshock a fior di pelle, capace di risvegliare ricordi d’infanzia di indurci a cercare il conforto della mano di chi è accanto a noi in sala.
Sempre in tal senso, Mustang ci restituisce non tanto l’innocenza degli “occhi bambini”, quanto la spietata umanità degli occhi bambini nel *punto di flesso* in cui “trapassano” all’adolescenza: carne e pensiero in attiva ebollizione, i cinque sensi che si ribellano al senso della vita, il minimo scarto che può separare la vita (Lale) dalla morte (Ece) e molto altro.
Insomma davvero un ottimo film, da vivere più che da vedere, lasciandosi guidare dalla voce narrante della più piccola delle cinque sorelle verso un altrove che è ancora indiscutibilmente tutto da scrivere. Nota particolare anche per la recitazione potente, corale (quasi che le cinque protagoniste fossero parte di un unico corpo) delle giovani attrici, d’una bravura davvero non comune.

 

 

malos mannaja: Nebbia

 

Buio. Freddo umido. Aroma di ecoballe dal vicino termovalorizzatore.

L’ingegner Stefani smonta dal lavoro, salta in macchina e s’avvia nervoso verso casa. E’ stata una settimana difficile (due incidenti sulla linea di produzione del polivinilcloruro, più l’incontro-scontro col magnate della Tepko), ma infine è giunta l’agognata sera del venerdì e la speranza è quella che la pausa del week-end con annessa gita sulle Dolomiti sia capace di rigenerarlo da un punto di vista psicologico, oltre che fisico. La rana appesa allo specchietto pare essere d’accordo, difatti dondola e annuisce. Odore di pino lacustre. Appena fuori città, accende i fendinebbia: la visibilità è ridotta a pochi metri. Era da un bel po’ che non gli capitava di incappare in un nebbione simile.

Chissà se sua moglie, per cena, ha davvero preparato le tigelle: gliel’aveva mezzo promesso lunedì, anche se poi non se n’è più riparlato… “speriamo si ricordi…”

Pregustando la cenetta, un sorso di buon vino e un mandarino, l’ingegnere si allontana dalla zona urbana: abita in campagna, una casetta immersa nel verde in cui programma di far crescere una prole numerosa. Sbuffa: la nebbia è sempre più fitta… quasi non si vede la strada. Più d’una volta scruta smarrito oltre il parabrezza, cercando di trovare ai lati della carreggiata un punto di riferimento, un edificio noto che l’aiuti ad orientarsi mentre si muove alla deriva nell’aria lattescente. La strada, in ogni caso, è quella giusta: dopo il terzo ponte non ha più svoltato, tenendo il canale sulla destra ed ora, per arrivare a destinazione, deve soltanto proseguire andando sempre dritto. Dritto. Drit… “Occazzo! C’è mancato poco…” La nebbia rende così arduo indovinare l’orlo della carreggiata, che all’improvviso è costretto a sterzare d’istinto, dopo aver messo due ruote sull’erba. “Ci manca solo che in una serata come questa finisca nel canale… non mi ritrovano fino a domattina, eh…” Rallenta: trenta chilometri all’ora. Rallenta ancora: poco più di venti, meglio non rischiare. Tanto manca poco.

Tanto manca poco.

Tanto o poco?

“Mmmm… andando così piano, sembra di non arrivare mai. Comunque, Muuuaaadonna che nebbione c’è stasera…” Se la ride, rivisitando il tormentone di un vecchio film, e prosegue a passo di lumaca. Avanti. Avanti ancora. Continua a costeggiare il canale, ora parzialmente illuminato dai lampioni. “Buon segno, eh… ormai quasi ci siamo.” Ancora avanti, sempre dritto: da un momento all’altro dovrebbe incontrare il cartello di località, che segna l’inizio della frazione di Campetto. Niente. Sempre nuovi lampioni. “Magari ho confuso il bianco del cartello con quello della nebbia, sì sì, proprio così… probabilmente sono già in paese, ma… no, no, no, non posso essere già oltre il cartello: c’è ancora il canale e non si vede nessuna abitazione.” Guarda nervosamente l’orologio: è più di mezz’ora che è in macchina, dovrebbe già essere arrivato, e invece…. “Dev’essere perché sto andando molto piano, non più di trenta all’ora… certo, dev’essere per questo… a questa velocità ci vuole ben più dei soliti 15-20 minuti.”  Continua a tuffare lo sguardo nella nebbia, senza che dal mare lattescente affiori il salvagente d’un segnale o di un cancello noto. Niente, non riesce a capire a che punto è arrivato. “Eppure la strada è giusta! C’è il canale, i lampioni!” Accende la radio, provando a rilassarsi.

Continua e continua.

Sempre avanti, sempre dritto.

L’uomo comincia a sudare freddo: il mondo prende corpo una decina di metri oltre i fanali e poi scompare dietro all’auto, ingoiato dalla nebbia. Ferma l’auto e prova a scendere. Nulla. Silenzio assoluto e ovatta bianca in ogni direzione. Risale. Adesso l’inquietudine inizia a cedere il campo alla paura. “Cazzo! E’ un’ora che sono in macchina!”  La sfilata di lampioni a lato della strada prosegue ininterrotta. “Anche se ho sbagliato strada, da qualche parte finirò: ci sono i lampioni.”  Comincia a contarli per aiutarsi a non pensare, ma arrivato a duemiladuecentosette grida e desiste. Com’è possibile??  Si attacca al telefonino: è un’ora e mezza che è partito, sua moglie sarà in pensiero. Niente… non c’è campo. Forse più avanti. Prosegue sempre dritto. Chilometri si sommano a chilometri, la nebbia è sempre fittissima e oltre al canale alla sua destra ed ai lampioni non si vede niente. Riprova a telefonare. Niente. Impossibile.

E…

E adesso che ci pensa, in tutto questo tempo non ha incrociato neanche una macchina! Né in senso contrario, né nel suo senso di marcia… “Cosa diavolo sta succedendo? Nebbia di merda…”

*Bip*. Un’ora più tardi, la spia della benzina si accende e il segnalatore acustico lo avverte che è entrato in riserva. L’ingegnere continua a guidare, sempre avanti, sempre dritto, entrando in uno stato di trance in cui pure i pensieri s’infittiscono facendosi fumosi. Sono quasi quattro ore che è in macchina. “Se ci fosse una via laterale, parcheggerei. Potrei aspettare l’alba. Occazzo… almeno incrociassi una sterrata! Potrei imboccarla e sperare che porti ad una abitazione. Niente… Qui c’è solo nebbia, il canale e i lampioni. E la strada che prosegue dritta.”

Finisce la benzina.  Con una manciata di singhiozzi, l’auto rantola e si spegne. L’uomo resta seduto in macchina, inebetito. Chiude la radio. Inserisce le quattro frecce.

Silenzio.

Cerca di raccogliere le idee: qual è la decisione migliore? Indossa il giacchettino catarifrangente, scende dall’auto e si guarda intorno. Un brivido di freddo. “Magari Campetto è solo qualche centinaio di metri più oltre, dietro un ultimo velo nebbia. E anche se avessi sbagliato strada, proseguendo a piedi potrei comunque arrivare in un centro abitato, o trovare una casa isolata.” Impugna di nuovo il cellulare e compie un ultimo tentativo, provando a mettersi in contatto con la moglie: niente da fare, o s’è rotto il telefonino o c’è un problema coi ripetitori… non c’è copertura.

Meglio provare a dormire in macchina, poi domattina si vedrà. Reclina il sedile e chiude gli occhi. Si gratta il naso, si gira leggermente su di un lato, poi sull’altro, un lieve prurito al piede destro, le mani fredde… ma il sonno non arriva. Infila le mani in tasca e sospira, sbirciando di tanto in tanto l’orologio. Un’ora dopo lancia un grido, picchia i pugni sul volante ed esce nuovamente dall’autovettura.

Così impazzisco. Meglio incamminarmi per la strada, tanto in questa situazione non dormirei neanche sotto anestesia. Almeno faccio qualcosa.”

Rotti gli indugi, s’incammina.

Cammina.

Cammina.

Cammina…

Avanti dritto.

Tutt’intorno soltanto i lampioni, la nebbia, il canale e un nastro d’asfalto logoro che sembra non finire mai.  Per ingannare il tempo, gioca di nuovo a contare i lampioni, notando che riesce a vederne non più di tre contemporaneamente: appena appare il quarto, il primo è già scomparso. Tre. Inizia a avere sonno. Guarda l’orologio: in effetti sono quasi otto ore che è partito, è notte fonda, e sono le tre precise. Prosegue la sua passeggiata nel niente. Inizia a sentire la stanchezza e la sete… ora che ci pensa ha pure fame. “Maledizione, proprio stasera… le tigelle…”

La nebbia gli entra nelle ossa. Trema. Opta per una breve corsetta, tanto per scaldarsi. Poi ancora avanti, di buona lena e passo dopo passo, passano altre ore. La strada, il canale, i lampioni.

Verso le sei ragiona con fiducia che tra poco sarà l’alba. “Ma certo! Sorgerà il sole e questo fottuto buio lattescente si diraderà. Eh… così qualcuno si metterà in viaggio per andare al lavoro e per forza qualche auto dovrà passare di qua! Si alzerà la nebbia e almeno vedrò la campagna… una casa, un cascinale!” Si rincuora pensando che l’incubo sta per concludersi. Riprova anche a telefonare, senza esito. “Vabbè, oramai è lo stesso.” Quando trova il coraggio di controllare ancora l’orologio, però, sono le otto e…  c’è ancora buio!  “Com’è possibile? Dovrebbe esserci già luce, almeno un poco…”

Alle otto e mezzo in punto lo assale il terrore: più pallido della nebbia, inizia a piangere, a correre e a gridare. “Ehi, c’è nessuno… aiuto… qualcuno mi sente??? Aiuto!!!”

Silenzio. Soltanto il tonfo dei passi sull’asfalto e il suo respiro affannoso. I soliti tre lampioni vegliano sulla sua angoscia in linea retta. Corre ancora. Poco più avanti, una nutria infastidita dal rumore si tuffa nel canale. Qualche secondo dopo, l’acqua è di nuovo immobile nel buio. L’uomo rallenta l’andatura, ma continua a correre sempre dritto avanti, scovando ogni volta un nuovo lampione all’orizzonte.

D’un tratto appare un’auto in mezzo alla caligine. Un’auto ferma sulla strada. “Ehi! Finalmente! Aiuto!! C’è nessuno?”. Soltanto quando arriva a pochi metri scopre che la macchina è la sua.

E’ nata Copylefteratura – biblioteca contro la commercializzazione del pensiero

Alexander Jansson

Se il mondo fosse un enorme centro commerciale, l’arte non esisterebbe.

www.copylefteratura.org

Il supermercato globale totale transustanziale ha contabilizzato ogni forma d’arte, con l’eccezione forse della detersione nasale manuale. Come dite? Beh, come più v’aggrada: con le dite a pinza, a scalpello, a uncino… in base all’ispirazione del momento. Come ridite? Ohi, non ridite, v’ho forse frainteso? Ah, intendevate che scaccolarsi il naso non è una forma d’arte? Allora, se è per questo, neanche la poesia lo è (se a scrivere non è Sanguineti, ma Bondi) e, parimenti, neanche la pittura lo è (se a disegnare sono io invece di De Chirico). Quindi tutto dipende dal come prende corpo il gesto artistico. Ad esempio, una bonifica bimanuale a-tutto-braccio della piramide nasale mentre si è alla guida d’un autoveicolo nel traffico cittadino, richiede un talento decisamente fuori dal comune. Mio cugino Lino (che di cognome fa Scacco), da bambino si scaccolava andando a letto e poi spalmava il muco sulla parete adiacente. Quando raggiunse l’adolescenza, veniva gente da tutta la regione per ammirare il muro affrescato: un’opera mirabile, sviluppo naturale del puntinismo di Seurat e Van Gogh.

Tutto ciò per dirvi che, probabilmente, tra poco il vuoto sullo scaffale sarà colmato dallo Scaccolatore Universale De Longhi, con impugnatura ergonomica e braccio telescopico tripartito a riprodurre il naturale articolarsi di falange, falangina e falangetta: “Dai scacco matto al prurito nasale: Scaccolatore Universale De Longhi, l’unico ficcanaso gra-dito!”.

Tutto ciò per dirvi che, probabilmente, internet e i social network, con il loro corollario di micro-post destrutturati e approssimativi, si vendono bene ma scivolano innocui a fior di pelle senza artigliare il nucleo polposo del bisogno che ci coglie quando la caccola sta lì e non vuol saperne di venire via.

Tutto ciò per dirvi che Copylefteratura non ha prezzo. Per tutto il resto, c’è Mastercard.

malos mannaja

copylefteratura – logo

Domenica Luise – Poeti per don Tonino Bello: malos mannaja

Va il ribollir di trino, l’anime a rallegrar
Periglioso parapen-Dio (parte A): sogno pupazzo
Sottotitolo esplicativo: colto in deflagrante!

Poi m’è tornato in mente questo sogno.
Disteso sotto il cielo nera ardesia, stavo. Ed era notte. Ed ero quasi bosco.
Estrassi da una tasca un gesso bianco
(giocavo al “cosa apparirà”)
unendo insieme i punti delle stelle
(da uno all’infinito).
M’apparve Dio, ritratto mentre usciva a prendere le sigarette
il giorno del *Big Bang*
lasciando il gas aperto in universo.

continua qui