Maurizio Manzo: Adamo P. (Bollettini Indigeni)

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ADAMO P.

Adamo P. non aveva mai sbattuto la porta di casa così forte, facendola traballare alle sue spalle e senza neanche voltarsi scese la rampa di scale, breve, che lo immetteva direttamente sulla piazza principale del paese e si mischiò alla gente.

Era furioso, quello che inizialmente gli sembrava una sensazione, strana, ma una sensazione, ormai era un vero e proprio sospetto: il signor Adamo P. aveva un sospetto, quasi una certezza.

La rabbia con cui chiuse la porta di casa, faceva pensare a qualche problema con i suoi conviventi; però tutti in paese sapevano che Adamo P. viveva da solo in quella casa, ereditata dai genitori alla loro morte.

Alcune persone notarono Adamo P. brontolare e agitarsi, mentre si dirigeva verso la strada che porta fuori paese, verso il bosco; altri riferivano nei bar che andava incontro a una donna, apparentemente più giovane di lui, Adamo aveva quasi sessant’anni, che viveva sugli alberi, ma questa può essere un’altra storia di cui parlare un altro giorno.

Adamo P. quella sera salì le scale in modo deciso. Si mise di sbieco e andò avanti con il lato destro, sul pianerottolo c’erano i calcinacci caduti quella mattina, dopo che aveva sbattuto la porta violentemente; li spostò unicamente con il piede destro.

Di fatto non sappiamo se il signor Adamo P. era destro o mancino, quella sera, in quel suo comportamento accorto, stava di guardia esclusivamente con il lato destro. Aprì la porta e la richiuse dolcemente; la casa presentava un ordine quasi maniacale, appoggiò le chiavi e appese il soprabito, sempre con la mano destra, accese le luci ed entrò nella sala da pranzo, il tavolo tondo era ricoperto di centrini fatti a mano, sui mobili non si contavano le cornici in argento con le foto che ritraevano i genitori nei vari periodi della loro vita, lui avanzava nella sala e si guardava attorno con delle espressioni tristi a volte compiaciute, ma più che altro nostalgiche.

Adamo P. aveva i tratti gentili della madre, ricordò che questo faceva arrabbiare spesso il padre, Raffaele P., che non gli manifestava mai un segnale di affetto, come se l’assenza di somiglianza gli impedisse di amarlo abbastanza, ma soprattutto di manifestarglielo. Il signor Adamo girava la stanza e toccava con la mano destra i volti ritratti nelle foto, il suo atteggiamento si faceva sempre più diffidente; ormai era chiaro, Adamo P., aveva un sospetto su sé stesso, era un paio di settimane che gli capitava di avere questa sensazione, ma ormai era una certezza. Questa, per così dire, lotta interna, lo rendeva furibondo, che vita era di non potersi fidare neanche di una parte di sé stessi?

La mattina della settimana seguente, la piazza principale del paese era più affollata e rumorosa del solito. La folla sembrava radunarsi proprio davanti alla casa del signor Adamo P., e questo nonostante la puzza tremenda sembrava arrivare proprio dalle scale della casa del signor Adamo.

Chi riuscì a vedere qualcosa, raccontò sconvolto di aver visto l’uomo completamente graffiato in volto e rattrappito sul lato sinistro; alcune stanze, a parte la sala da pranzo, tutte sottosopra e il tanfo di morte così forte che si poteva vedere.

 

malos mannaja – Premio Nobel per la genufletteratura: quando la cultura s’inchina al mercato.

Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)
Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)

Bob Dylan è un artista folk-rock conosciuto in tutto il mondo.

Al di là del mito, a fronte di due albums che sono vere e proprie pietre miliari della storia della musica (“Blonde on blonde” e “Highway 61 revisited”), va detto per amor di verità che il resto della produzione artistica di Dylan, specie quella post-1970 (da “Nashville skyline” in poi) naviga di conserva su un livello qualitativo spesso e volentieri addirittura imbarazzante (si ascoltino ad esempio “Saved”, “Self portrait”, “Down in the groove”, “Under the red sky” o “Together through life”, tutti albums di rara pochezza).

In ogni caso, mettendo da parte il solito tifo calcistico pro e contro dettato da opinioni e gusti musicali, un dato di fatto resta inoppugnabile: private del loro accompagnamento musicale, le lyrics di Bob Dylan denotano una “risonanza poetica” pressoché nulla. Inoltre, le produzioni strettamente letterarie di Dylan (“Tarantula” e affini) sono poco più di facezie se rapportate alle opere di autori del calibro di Pynchon, Lethem, Oats, De Lillo, Roth, Egan, O’Brien, giusto per rimanere nell’ambito di scrittori/scrittrici di nazionalità americana cui poteva essere assegnato il Nobel per la letteratura.

Detto questo, potrei anche non aggiungere altro: per una mia evidente tara mentale, il darwinismo sociale con annesso culto della competizione, mi appare poco più d’una ideologia sconclusionata ad uso e consumo della retorica neoliberista. Quindi, in ultima analisi, il fatto che vinca questo o quello, ovvero che il Nobel per la letteratura venga assegnato a Dylan o a mio cugino, finisce per lasciarmi piuttosto indifferente.

Mi affascina, invece, notare come in una società consumistica che si è consegnata alla signoria del mercato, gli schiavi convinti di essere liberi s’accodino gaudenti al banco macelleria, poggiando da soli la testa sul tagliere per congratularsi con la mannaia.

Ad esempio, il conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha ottenuto riscontri particolarmente positivi presso il grande pubblico. Il tenore dei commenti era il seguente: “milioni e milioni di persone hanno applaudito al riconoscimento; per contro solo una manciata di intellettuali smaniosi di farci sapere quanto sono colti, hanno storto il naso con spocchia in difesa dei templi noiosi e polverosi della letteratura alta”.

Ciò ha innescato alcune mie oblique riflessioni.

Nel mondomercato capitalista, l’unico soggetto giuridico che goda di diritti costituzionali è la merce, ogni cosa ha un prezzo e qualunque bisogno (innato o indotto) è parafrasato in termini di marketing. In tal senso il libro non fa certo eccezione e può essere classificato come manufatto da arredamento vintage a basso impatto commerciale. Fatti salvi i casi in cui uno scrittore è anche un sex symbol (tipo Baricco, per citare un esempio nostrano), i casi in cui uno scrittore è anche un feticcio politico (tipo Saviano, sempre per citare un esempio nostrano), o in casi in cui uno scrittore è anche un profeta (tipo la Bibbia o il Corano), la letteratura non è quasi mai un fenomeno di massa.

Ciò implica che, nonostante gli sforzi delle boutique del libro e dei romanzi da macelleria seriale (si legga a tal proposito “La libreria Feltribelli”), assai di rado un’opera letteraria è in grado di far accorrere torme di clienti riempiendo chiese, ipermercati, piazze o stadi. Ergo, in termini di “spendibilità” in senso lato (risonanza mediatica, ritorno d’immagine e consenso di pubblico) oltre che in senso stretto (valorizzazione del capitale umano), è evidente che è assai più funzionale assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un’icona “pop” di fama planetaria piuttosto che ad una realtà di nicchia per intellettuali. Brrr, in effetti che orrore essere un intellettuale! L’altro ieri ho sentito due tizi discutere in fila alle casse: “non sarai mica un intellettuale” – insinuava uno, “fanculo!” – replicava l’altro piccato per l’offesa ricevuta. La sensazione, dunque, è quella che anche la giuria del Nobel abbia sentito il bisogno di adeguarsi e giustificarsi: non emarginateci, non siamo degli intellettuali, anche noi siamo clienti da ipermercato, guardateci, siamo così pop! Altro che “scelta coraggiosa”, come suggerito da prezzolati opinionisti!!

Tali considerazioni vanno a braccetto col dato di fatto che, nel mondomercato capitalista, l’arte non ha alcuna finalità, in quanto l’unico fine riconosciuto è quello del profitto. In tal senso l’arte, come ogni merce, esiste ed è ammessa solo finché è uno strumento utile a produrre guadagni in modo diretto o indiretto. In una realtà siffatta, la vera letteratura non solo è poco redditizia, ma ha tutte le potenzialità per essere il linguaggio artistico più subdolo e pericoloso in assoluto (si veda in tal senso la mutazione genetica di “1984” di Orwell, romanzo anticomunista finanziato dalla CIA che oggi finisce per denunciare gli orrori dell’impero globale del suo principale antagonista, il capitalismo; si vedano, inoltre, alcuni romanzi più recenti “Fight Club” e “Invisible Monsters” di Palahniuk, “Globalia” di Rufin, “Logoland” di Barry, “Profit” di Morgan e “Lire 26900” di Beigbeder). Quindi, secondo una logica di mercato, assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un famoso cantante folk-rock è una bella trovata perché garantisce un’ottima *copertura mediatica* ed è socialmente e politicamente innocua. Parimenti, altra bella trovata capace di unire l’utile al dilettevole è stata quella di premiare nel 2015 la giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic, perché è doveroso inventarsi una grande scrittrice quando è utile ai media occidentali per strumentalizzare politicamente la notizia in senso anti-Lukashenko (alla vigilia delle elezioni in Bielorussia) e anti-Putin (riportando dichiarazioni della neopremiata del tipo: “Amo la Russia, ma non quella di Stalin e Putin”).

C’è poi un altro aspetto sostanziale su cui è opportuno riflettere: durante la lettura, il cervello umano allarga i confini del suo modo di pensare gettando le basi della sua evoluzione intellettuale (si veda in tal senso l’opera divulgativa della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf). Recenti studi di neuroimaging (Saygin et al. su Nature Neurosciences) dimostrano che non appena un bambino impara a leggere, il suo cervello si modifica sia fisiologicamente che intellettualmente, sviluppando l’abilità di collegare ed integrare fonti diverse di informazioni (visive, uditive, linguistiche e concettuali). Il famoso assioma di Cartesio “penso dunque sono” andrebbe pertanto integrato con “penso dunque leggo” e visto che a sua volta la letteratura è un potente strumento di interpretazione e assimilazione della realtà, otteniamo come corrispondenza biunivoca “leggo dunque penso”. Non a caso, lo scrittore/insegnante/critico letterario Aidan Chambers ha intitolato un suo ottimo saggio del 2001 “siamo quello che leggiamo”, sottolineando che più di ogni altra arte, la letteratura è un’attività culturale complessa che accresce l’intelligenza sociale di chi legge. Il che si aggiunge alla intrinseca pericolosità del libro in sé e per sé, rendendo anche il consumatore-lettore uno schiavo più pericoloso in quanto dotato di maggiori capacità critiche e d’insubordinazione (si veda in tal senso “Farenheit 451” di Ray Bradbury).

Non bastasse, altro elemento deprecabile della letteratura, è che leggere un libro è un’esperienza di slow food cerebrale, una full-immersion che richiede tempo e risorse mentali molto maggiori rispetto a sfogliare un quotidiano o ad ascoltare un album di musica folk-rock. Ciò è gravissimo, perché durante tutta la lettura di un romanzo, il consumatore non è in grado di comprare nient’altro né necessita di spazi o supporti mediatici a pagamento per espletare tale attività: nell’intimità e nel silenzio della propria stanza, si può leggere per ore e ore sfuggendo sia alle campagne pubblicitarie che alla grancassa mediatica di regime; nell’intimità e nel silenzio delle propria stanza, la voce dell’autore trascritta sulla pagina diventa la voce di chi legge e si può ancora provare a pensare e comunicare, nonché convincersi di esistere. Nel mondomercato capitalista, dunque, il libro è colpevole di sequestro di persona, poiché il tempo è denaro e leggere un libro fa perdere un sacco di tempo distraendo l’essere umano dalla sua principale funzione, quella di consumatore. E se è vero che negli anni sessanta, suonare e ascoltare musica rock poteva essere un atto di ribellione contro il sistema, oggi, la musica rock è parte integrante del mondo mercato dello show business, gestito “ad arte” dal capitale globalizzato. In tempi moderni, l’unico vero atto di ribellione contro il sistema, è quello di leggere un libro.

E allora, in un contesto sociale dove per il 95% della popolazione l’unico libro letto negli ultimi anni è il manuale di istruzioni dell’iPhone o del televisore ultraHD, perché il nobel dovrebbe andare controcorrente? L’esperienza insegna che chi va controcorrente e se ne frega del mercato, fa una brutta fine. Prendiamo ad esempio le parabole artistiche del suddetto Bob Dylan e di Syd Barrett, il geniale fondatore dei Pink Floyd: il primo, perfetto manager di se stesso, è arrivato addirittura al Nobel per la letteratura; il secondo, troppo scomodo per essere vendibile, è morto qualche anno fa, dimenticato da tutti, in perfetta solitudine. Cosa mancava a Barrett per essere universalmente riconosciuto come grande artista? Mmmm… forse il codice a Barrett?

Ma tu guarda il caso! Proprio Barrett scrisse in tempi non sospetti (era il lontano 1967!!) un brano dedicato a Dylan. Melodia ironicamente dylaniana, testo acutamente irriverente… un gioellino che potete leggere e ascoltare qui, cliccando su play

http://www.sydbarrett.com/bob-dylan-blues/

Riporto di seguito la traduzione di alcuni versi della canzone, lucidissimi nel riconoscere a Dylan encomiabili capacità di neuromarketing.

”Andando di città in città / riconosco di rattristare la gente / ma non me ne preoccupo troppo / perché ho la pancia e il portafoglio pieni / faccio un sacco di soldi / ma me li merito tutti: / ho un’anima e un cuore d’oro / quindi canto la guerra fredda / Perché sono un poeta / non lo sapevi?/ e il vento puoi soffiarlo tu / perché io sono Mr. Dylan, il re / e sono libero come un uccello in volo”

Già: un uomo libero nel libero mercato. Che altro aggiungere?

syd

Fausta Genziana Le Piane: Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan
Françoise Sagan

Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan, pseudonimo di Françoise Quoirez, divenne famosa con “Bonjour tristesse”, “Buongiorno tristezza”, pubblicato nel 1954, trasposto al cinema con interpreti quali David Niven e Jean Seberg.

Il successo di questa ragazza di diciotto anni creava il “mito Sagan”. L’adolescente Cécile – eroina del romanzo – scopre, in un mondo malato, la noia di vivere, la tristezza esistenziale. Certo, non si può negare alla scrittrice di aver svolto il ruolo di testimone di una certa gioventù degli anni 1950 sempre in cerca di non si sa quale felicità, e priva di ogni illusione. Il successo del libro significa che la Sagan ha toccato il punto debole di una generazione che – dopo aver distrutto ogni tradizione – si trovava a disagio in un mondo deperibile.

Ricordiamo che è del 1955 il celebre film “Gioventù bruciata” diretto da Nicholas Ray ed interpretato da James Dean. Il titolo originale del film, Rebel Without A Cause, è un riferimento al libro del 1944 dello psichiatra Robert Lidner: Ribelle senza causa: analisi di uno psicopatico criminale.

Dopo questo successo fulminate, Françoise Sagan ha continuato a scrivere, con lo stesso disincanto dei suoi primi personaggi. Nei suoi libri (o nelle sue opere teatrali) si ritrova la stessa noia metafisica, la stessa lucidità disincantata, la stessa mediocrità.

 

Date di una vita

1935                            nasce a Cajarl (Lot)

1951-1952                   studi irregolari

1954                            Bonjour tristesse (Premio delle critiche)

1956                            Un certain sourire

1957                            Dans un mois dans un an

1959                            Aimez-vous Brahms?

1960                            Le château an Suède (opera teatrale)

1961                            Les merveilleux nuages. Les violons par fois…(opera teatrale)

1963                            La robe neuve de Valentine (opera teatrale)

1965                            La chamade (romanzo). L’écharde (opera teatrale)

1966                            Le cheval évanoui (opera teatrale)

1970                            Un peu de soleil dans l’eau froide

1972                            Des bleus à l’âme.

 

Aimez-vous Brahms? Le piace Brahms?

E’ il racconto di una solitudine: Paule (39 anni) è sentimentalmente legata a Roger, un uomo della sua età. Sotto le sembianze di Simon, ragazzo di 25 anni, l’amore entra nella sua vita. Ma la donna matura non si lascia ubriacare dal profumo di giovinezza di questa avventura e finirà col scegliere un sentimento sicuro; tornerà al primo amore, più confortevole nella sua abitudine. Le tentazioni, i dubbi, le lacerazioni di Paule sono accompagnati da una sinfonia di Brahms: è la musica ascoltata la prima volta che Simon ha invitato Paule ed è la prima domanda che lui le ha fatto: “Aimez-vous Brahms?” Anche da questo romanzo fu tratto un film interpretato da Ingrid Bergman, Yves Montand e Anthony Perkins che ebbe il premio al 14° Festival di Cannes per la migliore interpretazione maschile.

LA MUSICA DI BRAHMS

Capitolo sesto

Svegliandosi, la domenica, Paule trovò un biglietto infilato sotto la porta, uno di quei messaggi che una volta venivano detti poeticamente bleu, e che Paule trovò poetico perché il sole, riapparso nel cielo così terso di novembre, riempiva la sua camera di ombre e di luci piene di calore. “C’è un bellissimo concerto alle sei, alla sala Pleyel”, scriveva Simon.
“Le piace Brahms? Le chiedo scusa per ieri.”
Paule sorrise. Sorrise per la seconda frase: “le piace Brahms?
Era proprio il genere di domande che le facevano i ragazzi quando aveva diciassette anni.
Naturalmente, anche in seguito le facevano domande del genere, ma non aspettavano risposta. In quel suo ambiente, e a quell’età, chi ascoltava mai qualcuno? Ma poi, le piaceva Brahms?
Aprì il grammofono, frugò tra i dischi, e sul rovescio di una ouverture di Wagner che sapeva a memoria trovò un concerto di Brahms che non aveva mai ascoltato.
A Roger piaceva Wagner. Diceva: “E’ bello, fa rumore, questa è musica.”
Mise su il concerto, trovò romantico l’inizio e si dimenticò di ascoltarlo sino alla fine.
Se ne accorse quando la musica finì e le fece rabbia.
Adesso, ci metteva sei giorni per leggere un libro, non ritrovava mai la pagina, dimenticava anche la musica.
La sua attenzione ormai era polarizzata da campionari di tessuti, e da un uomo che non c’era mai.
Si stava perdendo? Perdeva le proprie tracce, non si sarebbe ritrovata mai.
“Le piace Brahms?” Restò un attimo davanti alla finestra aperta, ricevette il sole negli occhi e ne restò abbagliata. E le sembrò che quella breve domanda: “Le piace Brahms?” rivelasse improvvisamente, un’immensa dimenticanza: tutto quello che lei aveva dimenticato, tutte le domande che aveva deliberatamente evitato di rivolgersi.
“le piace Brahms?”. Ma le piaceva ancora qualcosa, oltre se stessa e la sua esistenza?
Beninteso, diceva che le piaceva Stendhal, sapeva che le piaceva. Ecco quella era la parola giusta: lo sapeva. Forse con tutta semplicità, sapeva che le piaceva Roger.
Cose buone ed acquisite, punti di riferimento sicuri. Ebbe voglia di parlare a qualcuno, come ne aveva voglia a vent’anni.
Chiamò Simon. Ancora non sapeva cosa dirgli. Probabilmente: “Non so se mi piace Brahms, non credo.” Non sapeva se sarebbe andata a quel concerto. Dipendeva da quello che avrebbe detto lui, dalla sua voce: esitava e trovava piacevole quell’esitazione.

Ma Simon era fuori, faceva colazione in campagna, sarebbe passato da casa alle cinque, per cambiarsi.
Paule riagganciò, Intanto aveva deciso di andare al concerto. Diceva fra sè: “Non ci vado per Simon, ma per la musica. Finirò per andarci tutte le domeniche, se l’atmosfera non è odiosa, nel pomeriggio; è un’ottima occupazione per una donna sola”.
E intanto deplorava che fosse domenica e non potesse precipitarsi subito in un negozio a comperare quei Mozart che le piacevano, e qualche Brahms.
Aveva solo paura che Simon le tenesse la mano durante il concerto; lo temeva proprio perché se lo aspettava, e la conferma di ciò che la sua fantasia attendeva la colmava sempre di una noia mortale.
Le era piaciuto Roger anche per questo.
Perché era sempre imprevisto, sempre un po’ sfasato in tutte le situazioni già scontate.
Alle sei alla Sala Pleyel, Paule si trovò presa nella folla e rischiò di non vedere Simon, che le porse il biglietto senza dire niente. Fecero le scale di corsa, in una baraonda di gente.
la sala era immensa, tetra; l’orchestra offriva come preambolo dei suoni particolarmente discordanti , come per far meglio apprezzare al pubblico, poi, il miracolo dell’armonia musicale.
Paule si voltò verso il suo vicino: “Non sapevo se mi piaceva Brahms.” “E io non sapevo se sarebbe venuta,” disse Simon “Le assicuro che non m’importa se le piace Brahms o no”.
“Com’era la campagna?”
Simon la guardò stupito.
“Ho telefonato a casa,” disse Paule, “per dirle che….accettavo.”
“Avevo così paura che telefonasse per dire di no, o che non telefonasse, che sono andato via,” disse Simon.
“Era bella la campagna? Dove è andato?”
Provava un piacere triste nell’immaginare la collina di Houdan nella luce della sera: le sarebbe piaciuto che Simon ne parlasse. A quell’ora si sarebbe fermata a Septeuil con Roger, avrebbero camminato insieme sulla stessa strada, sotto gli alberi rossi.
“Sono andato un po’ in giro,” disse Simon. “Non ho guardato i nomi. Adesso sta per cominciare.”
Il pubblico applaudiva, il direttore d’orchestra salutava, alzava la bacchetta, Paule e Simon si lasciarono scivolare nella poltrona, con le altre duemila persone.
Era una sinfonia che Simon credeva di riconoscere, un po’ patetica, un po’ troppo patetica in certi momenti. Sentiva il gomito di Paule contro il suo, e quando l’orchestra saliva, lui ne seguiva l’impeto; ma, appena la musica illanguidiva, tornava ad essere cosciente della tosse dei vicini, della forma del cranio di uno seduto due file più avanti, e soprattutto della rabbia che aveva in corpo.

In campagna, in un albergo vicino a Houdan, aveva incontrato Roger, Roger con una ragazza. Si era alzato, aveva salutato Simon, ma non l’aveva presentato.
“Non facciamo che incontrarci, non le pare?”
Simon sorpreso, non aveva detto niente. Lo sguardo di Roger lo minacciava, gli ordinava di non parlare di quell’incontro. Non era, grazie a Dio, lo sguardo complice di un donnaiolo a un altro donnaiolo. Era uno sguardo furibondo. Simon non aveva risposto.
Non aveva paura di Roger, aveva paura di far soffrire Paule. Si giurava che non sarebbe mai successo niente di male a quella donna per colpa sua.
Per la prima volta sentiva il desiderio di interporsi tra qualcuno e la sventura.
Lui che si stancava così in fretta delle sue amiche, che si spaventava delle loro confidenze, dei loro segreti, di quel loro accanimento nel volergli far recitare ad ogni costo la parte del maschio protettore, lui così abituato a sottrarsi e a fuggire, adesso aveva voglia di voltarsi indietro e di aspettare. Ma aspettare che cosa? Che quella donna capisse di amare un farabutto: ce ne sarebbe voluto del tempo….Forse era triste, forse pensava a Roger ed al suo modo di fare, forse ne conosceva i difetti.
Un violino salì più alto dell’orchestra, palpitò disperatamente in una nota d’angoscia e ricadde, sommerso dall’onda di melodia travolgente degli altri. Fu sul punto di voltarsi ad abbracciare Paule. baciarla…immaginò di curvarsi su di lei, di sfiorarne le labbra, lei gli metteva le mani attorno al collo….Chiuse gli occhi.
Vedendo l’espressione di Simon, Paule si disse che doveva essere un melomane.
Ma subito una mano tremante cercò la sua. Se ne liberò con un gesto impaziente.
Dopo il concerto Simon la portò a prendere un cocktail: cioè una spremuta di pompelmo per lei, e per lui due dry………….

Françoise Sagan, Le piace Brahms?, Longanesi, 2010, p. 70

Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Su callentèddu)

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SU CALLENTEDDU

Pò ìs picciocchéddusu le macerie sono come un parco giochi, come le giostre, meraviglie create dalla negligenza.

Rolando Musu quel giorno fìara zaccàu e l’unica cosa che lo calmava, era la luce che sfoddàva sù ciorbèddu, filtrava dal tetto, dalle finestre dai piani de asùtta, eri nel ventre di una balena sderrùtta, che spruzzava prùini che parìara polvere d’argento.

Le macerie, oltre ai rischi de malarìas de arrùi e si cravài con il ferro del cemento armato sgretolato, erano il regno della libertà e tutta quella luce chi filtràra de dògna pàrti, ne era la conferma.

Rolando attraversava quelle che un tempo erano stanze, seghèndi in cùrtzu per i tramezzi sciusciàsu, e comunque a quello che atturàra delle stanze, si assegnava una destinazione d’uso, c’era la stanza pò cagài, cùssa per farsi le seghe, quella per iniziare a fumare e cùssa per lanciarsi le sfide, a ròglio a birìglie e pò si bogài su càzzu e su cù si andava a certài alla piccola casa sotto il portico di via Corte d’Appello tutti assieme po’ bìri chi vinceva.

Dalle macerie poi si andàra a giogài al bastioncino di santa Croce a furrìsca, quando ancora c’erano le aiuole lunghe e strette, e si misuràra la distanza palmo a palmo prima de pòrri sdòngiai la biglia che ti trovavi davanti e farla finire in furrìsca.

Rolando Musu una dì, aveva sdongiàto le biglie così forte, da scioddàrle e ridurle in mille frantumi di vetro. A volte scendeva in campo col manzillòne, una biglia gigantesca, teneva la mano destra ritta sulle punte de is dìrusu, poi siccome era mancino, appoggiava la mano arrevèscia e tenendo la biglia con l’unghia del pollice e il dito indice, prendeva la mira e siccàra dògna cosa  si trovasse davanti.

Dai giochi, come imbruniva, si passàra al nostro salotto, a su callentèddu, un angolo delle scalette di Santa Croce a fàcci del bastione, dove non arrivava mai vento e accumulava il sole di tutta la giornata, po si du torrài come un abbraccio ad accompagnare i nostri racconti, che finivano con il mitizzare còntusu e persone.

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1980-via-dei-genovesi-macerie-ancora-cosi-by-m-manzo
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ex-collegio-gesuita-s-croce-piccola-casa-by-m-manzo
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Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Sa Scafa)

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SA SCAFA

“Tua mamma fa la puttana.” Così dissi a quello che sarebbe diventato il mio migliore amico tra i sei e i dodici anni.

Allora, le finestre dove abitavo donànta in sa bìa strìnta, avevo cinque anni e nei is bàscius, era arrivata a bìvi una nuova famiglia.

Avevo la fronte appoggiata a sa ringhèra e spuràmmu sa mia beriràri, con innocente atrocità tenendomi forte alle sbarre del balcone, verità che de sicùru avevo captato in casa.

Lui sìndi torrò aìntru de dòmu e riuscì fuori con la madre, signora Lina, dèu pùru mìndi sèu fuìu dentro casa mentre s’intendìri su nòmini di mamma zerrìài e lei con la sua solita cortesia che si affaccia.

“Buongiorno, signora Lina, ìta è suzzèrio?…”

Non ricordo la mortificazione di mia madre, ma mi rimbomba ancora òi su zèrriu chi m’àri donàu.

Con Pinetto, su fìllu de signora Lina, ci siamo poi ritrovati a scuola, in prima elementare in sa pròpia clàssi, e de inzàsa siamo diventati amicùsu pò sa pèddi.

Mia mamma non ci ha mai imposto amicizie o impedito de frequentài persone, io passavo is dìsi con Pinetto in giro e spesso andàmu a dòmu sua.

A casa sua, però, frequentavano anche altre amiche e amici della mamma di Pinetto, e si naràra che fossero colleghe de trabàllu. Le amiche di signora Lina, bestiànta a sa moda e fiànta sèmpri in minigonna. Ricordo di avere visto le prime minigonne in camoscio sfrangiàrasa, con l’apertura davanti e le lisce cosce, a casa di Pinetto e di Lorella mi fèmmu innamoràu, con quel suo trucco forte e i capelli sempre ben pettonàusu.

Dopo qualche tempo, mia madre iàra cumentzàu a mettere qualche paletto, anche perché mi portavano in giro, al mare e io non mancàmmu mai, con Pinetto avevamo giài sbertìu ùnu sàccu mànnu de gènti.

Un giorno stava passando un ragazzo di fronte al bar della piazzetta, vicino a Santa Croce, con Pinetto che gli si piazza davanti dèu du pàrtu alle spalle, portandolo a terra e tralascio il resto. Il bar fiàra prènu di gente che stava arrescinàta lì tutto il giorno, buffèndi bìnu nièddu e birra. Ricordo ancora, che per quell’azione siànta pùru cumbiràu su gelàu.

“Venite qui, lollò, tròppu togùsu, pùru a sà coàtta! Pigaisì un bel gelato.”

I miei mi avevano proibito di andare in macchina con gli amici della mamma di Pinetto, però ci andàmmu su pròpiu, e ricordo che una sera, tornando dal mare, andavano sotto il ponte de Sa Scàfa, e già lì mia madre mi avrebbe dato una bella sùrra e còrpusu, arrivati in Piazza Yenne, chiesi all’amico di tutte quelle donne, di fermare la macchina, che dovevo passare a prendere delle cose e sarei salito in Castello a piedi. Avevo il terrore che i miei potevano vedermi calèndindi da quella macchina, che tantissimi anni dopo scoprii che fiàra la stessa che aveva Pasolini.

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Plinio Perilli: Essere uno – in margine alle “Macerazioni” di Nina Maroccolo

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Essere Uno

 

(in margine alle Macerazioni

di Nina Maroccolo – mostra e

“performance” condivisa: tra

musica, poesia e amicizia…)

 

   Una delle circostanze in genere più scontata – anche leziosa – delle varie e assortite presentazioni di mostre d’arte o letture di poesia, è ricadere al solito nell’ennesimo rito delle chiacchiere agiografiche, poi nelle letture impostate e paludate; al massimo con l’optional provvido e benefico di una performance (vera ciliegina sulla torta), si spera briosa e vivace. Venerdì 9 settembre a Firenze, a via Guelfa 22/a r, nella galleria IMMAGINARIA di Francesco e Gregorio Giannattasio, questo amabile rischio mi sembra proprio che sia stato fugato, dribblato, e vorrei rendere merito a Nina, certo, ma anche agli amici ospiti, se

tutto non è scivolato nel solito minestrone autoreferenziale…

   Che l’arte, ogni arte, sempre più abbia bisogno delle altre arti tutte – è oramai un segreto di Pulcinella: lo sanno tutti, ma ci girano intorno. Le serate di poesia solo vocate, riservate alla lettura poetica, si impennano, si “incartano” in se stesse; lo stesso dicasi per le mostre troppo “iniziatiche”, dove i quadri sembrano appesi al muro come reliquie di chissà quale gesto iniziatico…

   La musica, almeno quella, serba sempre in sé e con sé un’agilità e una duttilità irrinunciabili – a farsi esperanto del silenzio e lessico famigliare di suoni in mirabilia… Ma non sempre basta.

   Come non basta richiamare le virtù apotropaiche di certi termini

a noi anche cari: sinestesie, compresenze, comparazioni, tessiture… Si rischia proprio un vocabolario da merceologia industriale… Nina Maroccolo è stata brava a far da fulcro a una serata che non ha voluto incentrare tutta su di sé, ambasciatrice d’immagini, immagini radiose dentro e oltre le parole – bensì condividere, ripeto, con amici poeti: e soprattutto rimare, sintonizzare in consonanza con un altro generoso artista dei suoni, il livornese Emiliano Pietrini. Aggiungete al magico mix i versi (e lo sguardo sul mondo) di personalità come Helene Paraskeva (di fiera origine greca, anche se vive da tempo a Roma), il bolognese Enea Roversi e la venexiana Lucia Guidorizzi, e tutto si tiene – lievita denso e armonico come cibo dell’anima, nettare/ambrosia per brindisi divini…

   Macerazioni, ecco forse il segreto e la chiave di volta. Ecco il comun denominatore – non solo il titolo – di tutta la mostra. Che si è animata, “incarnata” e cadenzata serata; e alla fine è tornata una bella mostra, imago d’ombre e d’anime. Nina le ha preparate, inseguite, distillate, fotografate come rito alchemico – e poi ancora poetate, cantate, librate… Emiliano la accompagnava – o anche il contrario…

   Ma tutti, venerdì sera, la accompagnavamo. I soggetti veri, poi rapiti, flashati in aura dentro, dietro la soglia dei quadri (Lia ragazza, Violetta…). I Signori poeti chiamati alle proprie “macerazioni”… Helene, Enea, Lucia…

 

   E nell’orecchio la voce di Artemide,

   rauca e soffocata dalle sigarette…

   Invocando le stelle / differite ferite…

   Forza verde miccia immaginale…

   Per scaturire in polla zampillante

Come idea nella camera segreta

   Che risveglia l’avventura della carne…

   Archeologia di labbra / carminio

   sulla pelle / vuoti di memoria…

   Ma Ifigenia ha fretta, non aspetta più.

   Trascura lo scalino dell’altare

   Inciampa, crolla

   e cade sgranocchiando ossa di eroi…

 

*********

 

   “Eravamo Uno…” alla fine ha esclamato, ha gioito un’altra amica cara e saggia come Monia Balsamello.

   Essere Uno – o meglio, un Uno! C’è forse formula più bella – traguardo più democratico, progressista e unificante, a tonificare lo stanco mondo dell’arte, troppo spesso annoiato o avvelenato di Se Stesso?… Sarebbe come ascoltare tre poesie di tre poeti differenti, e rimarne una – aggregarne, distillarne una sola!

Commentata poi magari da una frase di Nina che è insieme canto e pensiero. Un Je suis Toi, insomma, che non ha più né frontiere né confini… “Fiori e volti, solo fiori e volti”… “Cuori morenti / cuori nascenti”…

   Forse a macerarsi sono i nostri rami prosciugati, le vecchie mute, i reduci sonetti…

   Macerazione, dunque, come nuova via obbligata e illuminata dell’arte… Di tutte le arti, in genere. Penso alla coreografa Marie Chouinard, che nei suoi lavori affronta anche il tema del “passo imperfetto”: lei che danza e fa danzare tutto un filone ancestrale, e più ancora l’elogio dell’imperfezione (avrebbe detto la Rita Levi Montalcini): purché il pubblico resti indotto “a una dimensione di nutrimento della propria interiorità”…

   Penso a un artista come Sergio Scarcelli che raccoglie i materiali pericolosi per l’ambiente nei pressi delle coste – e ci costruisce, assembla maschere, mammozzi, installazioni. Un po’ come Patrik Alò fa per le sue sculture monumentali col ferro rugginito recuperato da vecchi capannoni o fabbriche abbandonate… Oppure, mutatis mutandis, come fa Teho Teardo, “Phantasmagorica”-mente, per incubazione di sogni, incrociando musica e animazioni di MP5…

   Nina Maroccolo sublima le scorie medesime della Natura naturans come doni sublimi, rarefazioni effuse, gemme materiche, Natura naturata… Una foglia rinsecchita assume la visionaria sembianza del corpo d’un migrante sottratto, salvato dall’acqua e dal sale scoglioso d’un naufragio… Oppure è un fiore che annega di luce in una pozza di pioggia e di rugiada… Fiore sfiorito fino a rifiorirne, trasmutato in colore, essenza, miracolo di vegetale espressionismo…

   La deriva della materia non è mai deriva vera. Uno stadio intermedio comprende il limbo: divenire dell’inverno verso la primavera, limbo/oblio della contraddizione, dove tutto si macera e si distilla…

   “Partiture vegetali” poi Nina chiama i suoi incisi preziosi, le sue frasi da cantare, intonare in coesistenza col suono impennato, danzato, infibrato, dal theremin acustico, dall’elettronico “orecchio di Dioniso” di Emiliano Pietrini. Sì, l’altra sera c’è stato un momento in cui l’acuto di Nina era restituito perfettamente identico dal magico, bizzarro strumento… O viceversa…

   Che è come dire: ecco – che bello! – l’Immagine che assomiglia alla sua parola; ecco delle poesie che escono dalla carta e tornano lo sguardo, l’ispirazione della loro origine. Ecco la musica che si macera, pulsa e si rigenera come amplificato palpito emotivo, respiro epocale, riposo intimissimo. Ecco l’arte che diventa un Uno – e ci assomma rispettandoci, macerandoci tutti: un dono, una voce, un viso; un nome dopo l’altro.

   E macerandosi, macerandone – rinasce, rigemma pronta sia per la nuova luce che per la sapienza dell’ombra. Dunque “Immaginaria” è, è stata anche questo. Dislocare o allocare ex novo sia l’Immaginario che l’Immaginazione… Figurarsi poi le Immagini, povere ninfe di mare o di bosco o di fiume, sempre coartate e inseguite da satiri o dèi indegni, eroi meschini, mitografie di parte, diciamo pure politicamente corrette – come ama dirsi oggi, come ama dire l’Oggi che è smottato e frana di continuo, sia nell’arte che nell’amore.

(Roma/Firenze, settembre 2016)

Plinio Perilli

 

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MACERAZIONI

di e con Nina Maroccolo

che forse immola, raccoglie “la strada del cielo”

che “è franata”, e “di primavera irrita i colori”…

   “Macerazioni” è termine aspro, che lo stesso dizionario sembra relegare, voler confinare nei cupi parametri della medicina legale – o peggio nelle cronache nefaste dell’ostetricia… Glissons!

   Ma il gesto e la parola e il segno – insomma l’Arte e la Poesia – dove e quando si macerano? “Il secolo fa sangue, / la strada del cielo è franata.”… poetava Pasolini – lui che tutta la vita si macerò per rifiorire (e anche viceversa: fioriva macerandosi).

   C’è insomma una lunga storia o genìa di macerazioni che attraversa il ’900, poetico o visivo allo stesso modo, giacché se ne ulcera l’anima… Pensiamo alle asprezze corporali della scrittura di Benn… (“Si è disfatta la corteccia che mi portava”)… Salutiamo con ansia selvatica i quadri negletti e primitivi di un Dubuffet… L’Art Brut contro l’“Asfissiante cultura”… I cicli dei “Paesaggi grotteschi”, “Suoli e terreni”, gli “Assemblaggi di impronte”, le “Materiologie”… insomma quest’espressionismo che rinasce camminando e calpestandosi…

   Nina Maroccolo si macera d’Animamadre, si ustiona e spurga romanzando “Il nonsenso dell’Io”; ma si macera e si mette in gioco anche in poesia, nella lunga corruttela, nella frollata auscultazione, macerazione d’empito che assimila i versi, i poemetti d’Illacrimata alle foto che ora qui si presentano, ed attanagliano e commuovono nello stesso modo…

   Sovvengono i canti, gli acuti più belli dell’ungarettiano Sentimento del Tempo: “Sei la donna che passa / Come una foglia // E lasci agli alberi un fuoco d’autunno.”

 

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   Macerarne il senso, macerarsi materia, macerarla a rito.

   Macerazione come pentimento e coraggio, autoritratto d’esistenza, ricordanza sbriciolata (riseminata!) d’ogni desiderio che fu, che fummo. E torneremo ad essere. Pensiamo ancora al miglior Luzi, quello delle Primizie del deserto: “Il freddo / di primavera irrita i colori, / stranisce l’erba, il glicine, fa aspra / la selce”…

   Pensiamo, soprattutto al pianto morale che ci assilla, come una cicatrice che si riapre, macerata da dentro: “Ombre, ma non dovrebbero, m’inducono a pensare: / là fosti colma, qui alcunché si perse”… Nina prende il suo stesso viso e lo nasconde di foglie, sotterra ogni bella cera quasi di tuberi e radici, rizomi di Bellezza.

I nomi non contano, perché La Sua Casa (la casa di Nina, della nipote Violetta, d’ogni Lei che fu e rimane colma) è dimora acquatica o roccaforte di terra, opera incerta tra Dio e l’Uomo, come una filosofia che il medioevo ha preparato per i tempi moderni…

 

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   Nina discioglie l’ombra in chiarità, e poi dissimila quella chiarità in pulviscolo onirico, herpes cromatico, selvatichezza d’ogni primavera che a Botticelli non chiede più germogli, radiosità cilestri, gemme sognanti, ma nodi vegetali, gangli porosi, tagli e intagli di materia, nodosità infrante, affrante come un rimorso o archetipo profondo, immagine interiore…

   Ocra ingrigiti, marroni inargentati, venature di foglie che incorniciano radiosità di pelle come in un tenue inno impallidito… Gli occhi una traccia, un rimorso, un palpito rammemorato allo sguardo che si fa cuore… Le labbra il peso d’ogni bacio promesso o rispettato, adempiuto in boccio. E ne sbocciano i fiori, petali bianchi di parole e silenzi, che galleggiano radiosi come sospiri irredenti: ipotesi di stelle, tramature di linfa, rispecchiamenti ancestrali.

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   Lo splendido enjambement di prima, conscio o inconscio, condensa e racconta mezza arte moderna, e le pene inesauste del nostro pianeta: “Il freddo / di primavera irrita i colori”… Dove sembra quasi che i colori siano irritati dalla primavera… più che dal freddo…

   Ma quando arriva l’Arte, il vocabolario s’interrompe, resta per fortuna indietro… Macerazione della canapa, macerazione della carta… E facciamo pure salve le accezioni figurate, insomma le metafore: mortificazione, castigo come macerazione dell’orgoglio; la macerazione della carne con relative penitenze corporali…

 

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No, qui è la Bellezza che macera e si macera. Ci macera dentro, stride e frana. Per chi in armonia affina e sciorina colori – lucentezze – è tecnica prodigiosa e alchemica, misteriosissima dinamica tra corpo e anima, cuore e pensiero…

I colori s’intridono, s’impolverano – fumigano essenza, leniscono l’assenza… Dunque si frantumano, svolano d’aere, o fanghiglia imputridiscono…

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Vien da pensare a come Natura stessa – per chiamarsi al nuovo – finisca per macerarsi, per spurgarsi in linfa, sangue diremmo cosmogonico… Macerèti si chiamano, nell’uso alpinistico, i cumuli delle macerie franate, disgregate giù a valle dalle pareti rocciose… Pensate ora ai pendìi d’esistenza, alla maroccoliana pratica, terapia espressiva del “Nonsenso dell’Io”…

Un racconto, un passaggio di Malestremo su tutti: “Quel battito di foglia su pelle d’organza rendeva erbacea Annette. Ossigenava ogni lembo epidermico di clorofilla, salmo laico, crescente fertile mitralico.”…

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Maceriale, in botanica, è l’aggettivo che racconta la vegetazione della flora sulle macerie… Ma flora maceriale, queste foto – queste immagini – non sono né saranno mai, così salvate e intonate da cento alchimie di colori, ma soprattutto di significati.

Perché un occhio vi fiorisce come uno stelo sinuoso di gigli? O due labbra s’imporporano come petali di rose mai baciate se non dal vento?… Perché un viso s’infebbra (e si cura) della propria ombra, poi si redime di somiglianza nell’inidentità che per Montale guida e regge il mondo, e in queste foto ci imbrivida a specchio del creato, a  interludio elegante fra una spina e la carezza che se ne punge…

Macerazione come eliminazione delle impurità – programmava l’industria del cuoio. Macerazione biologica, quella eseguita con colture di bacilli delegati allo scopo.

Ma lo scopo del macerarsi è un risultato o un sentimento?…

Foto dopo foto, Nina Maroccolo giustamente non lo svela – e ne fa una poetica. “Sunt lacrymae rerum… Accordandosi col pianto ontologico della Natura,” – chiosa Guido Ceronetti mistico nichilista – “le nostre insignificanti vicende di mortali si fanno goccia d’ambra di pensiero.”

Così le vedo e realmente ci appaiono, queste foto o istantanee d’anima macerata: come lacrime di tutte le cose, perle di dolori, gioie inquietanti, gemme d’infinita speranza… Gocce di pioggia, ambra che forse Dio pensa e il suo cielo piange per tornare ad abbracciare la terra – il corpo di una ragazza, il consenso di donna che fa felice Eros, cioè l’Amore divino, prima e più d’ogni semplice uomo riscattato di pena – salvato dalla colpa, mondato da ogni macula

“L’anima di Annette era quel battito sempre più vicino all’aggrumarsi fogliante in piena fibrillazione.”…

(Aprile 2016)

Plinio Perilli

Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Lellina)

by m. manzo_ ai giardinetti pubblici
by m. manzo_ ai giardinetti pubblici

“Arrò du tìridi sfoddarèddu mi dàri!”

Mentre mi si avvicinava, Lellina, urlava quello a cui aveva appena assistito, ùnu scèrtu stravanàto, quattro lillòni chi ànti fàttu s’ankàra di passare davanti a Carèna scarenàu, che li ha lasciati quasi morti in terra.

Con Lellina si bièmusu ai giardini pubblici, ci viàra una cricca nòa e da qualche giorno avevo iniziato a frequentarli.

In quella cricca c’erano ragazzini di tutti i quartieri vicini, A dodici anni èmo giài cumentzàu a frecuentài fuori dal quartiere di castello.

Con Lellina passavamo is dìsi con is mùrrus appiccigàus. Lei aveva fisso il burro cacao puìta su frìusu le spaccava le labbra, ma cùssa fìara una scusa, èusu passàu più tempo a baciarci che a respirare.

nelle cricche, però, non pòrisi fài su chi bòlisi, e infatti dovevamo stare attenti, non andàra bèni a stare accardancàti continuamente, venivi escluso o pigàu pò cùlu.

Lellina, prima che arrivassi nel gruppo, stava con Stefano spistoràu. Lui era caduto arzièndi in una maceria, e ìara sbàttiu la parte destra della fronte, che si era come scheggiata, appunto: spistoràra. Ogni tanto mi castiàra tròttu e pensavo prima o poi dù pàrtu a cùstu cònk’e birìglia scheggiàra.

Di solito le cricche si ritrovano il pomeriggio, la sera, la notte is prùs mànnusu, con Lellina, invece, èmusu iniziàu a si bìri pùru a su mengiànu. Lei non andava a scuola e così dèu pùru d’àppu accàbara che non ci andavo più. Iniziai il periodo più lungo di vele che sà scòla arregòrdiri.

Ai giardini pubblici ci viànta is arrèxini del carrubo più alte di noi, poi c’erano le altalene per i bambini, ma erano talmente sderrùttasa, che non ci andava nessuno, solo noi pò fài bì che sapevamo fare il giro completo, fino al giorno in cui Dènti e merdòna non s’èsti spistidàu e l’abbiamo dovuto portare al pronto soccorso agonizzante.

Un giorno, con Lellina Lisa e Paoletto coàttu, siamo andati al mare, e sigumènti era a marzo, la spiaggia era deserta e cumènti ruspàra de su bèntu. In quel periodo si usàra di fare le sfide a chìni faìara per primo sù bàgnu a màri. Non avevamo costume e in muràndasa sinci seùsu ghettàusu nell’acqua gelida.

Appena bessìus de s’acua, cumentzàus a cùrri in direzioni insensate per riscaldare i corpi, a si imprassài e notai che gli slip bianchi di Lellina, inciùstusu, faìnta intravedere su pìlu del pube, erano pochi e sprazzinàusu e a me parìara un bosco, un bel luogo aùndi si pèrdi.

Negli autobus la luce che sìndi àndara acugurràndosi tra i vetri e sedili tòttus brùttus, pòniri tristùra, càstiu Lellina che guarda il mare cumènti fèssiri s’ùrtima bòrta e propongo a tòttus càntus di fuggire di casa. Di colpo sembra iniziato un nuovo giorno e una strana euforia si allùiri is ogùsu, che sembravano allampàti dalla fine del gioco, dalla fine de cùssa strana dì de prèxu.

Come rientriamo a Cagliari, iniziamo a girovagare e passàusu sa prima parti de sa notti, nelle grotte di fronte al palazzo delle scienze, poi scendiamo di nuovo e circàusu de si cuài nelle macerie che c’erano in via Mameli.

Lì stiamo al caldo, e si arrìbbara sa lùsci di qualche lampione, filtra dai muri sciusciàusu, dalle finestre che non ci fùnti prùsu, poi, non àppu mai cumprèndiu cumènti è stato possibile, ma prima dell’alba, ho sentito zerriài il mio nome ed era mio fratello più grande, che mi circàra a pèrda furriàra per riportarmi a casa da mia madre chi fiàra giài disperàra.

Guardavo Lellina affacciata a sa ventàna sventrata fasciata dalla luce del lampione e più mi allontanavo, più pariàra non sparire.

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by m.manzo_ Infiltrazioni
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