Leonard Cohen: La croce (trad. Abele Longo)

Leonard Cohen
Leonard Cohen

La croce

Sono Teodoro poeta che
non sapeva né leggere né scrivere
Ormai vecchio per lavorare
facevo oggetti sacri
per negozi di souvenir
rompevo porte
allungavo le mani sulle donne
donne americane e di Parigi
Furono loro
a dire che ero un poeta
Non vi parlerò dei miei problemi
delle sciagure di mio figlio
della mia vita per mare
Ho scolpito croci
e come ogni altro
ho portato la mia
Ho fatto colpo sulle donne
pescato per loro
con maschera e fiocina
le ho nutrite
di ciò che mai avevano avuto
Se sei una donna
e al chiaro di luna
guardi tra i trucioli
del lavoro di quest’uomo
troverai lo spettro muscoloso
sulla strada di mare per Vlychos
Se sei un uomo
sentirai voci di donne
sulla stessa strada
come le ho sentite io
venire dall’acqua
e dalle barche
e capirai così la mia vita
sarai indulgente con la mia anima
mi accorderai il tuo perdono
Questa è la mia preghiera a colui
che mi ha foggiato da me stesso
Di fronte al vino lo confesso
a Leonardo mio amico ebreo
che prende nota
per quelli che verranno

– Kamini, Hydra, 1980 (da “Book of Longing”)
traduzione Abele Longo, 2016

The Cross

I am Theodoros
the poet who could not read or write
When I was too old to work
I made religious items
for the tourist shops
I broke down doors
and I put my hands on women
women from America and Paris
They were the ones
who said that I was a poet
I will not tell you about my problems
my son’s fall
or my life at sea
I carved crosses
and like everybody else
I carried one
I astonished women with my desire
I fished for them
with goggles and a spear
and I fed them
with what they had never eaten before
If you are a woman
and you follow the shavings
of this man’s effort
in the moonlight
you will see my muscled ghost
on the sea road to Vlychos
and if you are a man
on the same road
you will hear women’s voices
exactly as I heard them
coming from the water
coming from boats
and from in between the boats
and then surely
you will understand my life
and do a kindness to my soul
by forgiving me
I pray this to the one
who fashioned me out of myself
I confess this
over the wine
to Leonardos
my Hebrew friend
who writes it down
for those to come

– Kamini, Hydra, 1980 (from Book of Longing)

Ho sempre pensato al Teodoro di questa poesia, che scolpisce oggetti sacri per un negozio di souvenir, come a un ritratto dello stesso Leonard. Errabondo, malinconico, inquieto, perso tra tante donne… Adieu Leonard Cohen, grande poeta e cantore.
A. L.

Fausta Genziana Le Piane: Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan
Françoise Sagan

Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan, pseudonimo di Françoise Quoirez, divenne famosa con “Bonjour tristesse”, “Buongiorno tristezza”, pubblicato nel 1954, trasposto al cinema con interpreti quali David Niven e Jean Seberg.

Il successo di questa ragazza di diciotto anni creava il “mito Sagan”. L’adolescente Cécile – eroina del romanzo – scopre, in un mondo malato, la noia di vivere, la tristezza esistenziale. Certo, non si può negare alla scrittrice di aver svolto il ruolo di testimone di una certa gioventù degli anni 1950 sempre in cerca di non si sa quale felicità, e priva di ogni illusione. Il successo del libro significa che la Sagan ha toccato il punto debole di una generazione che – dopo aver distrutto ogni tradizione – si trovava a disagio in un mondo deperibile.

Ricordiamo che è del 1955 il celebre film “Gioventù bruciata” diretto da Nicholas Ray ed interpretato da James Dean. Il titolo originale del film, Rebel Without A Cause, è un riferimento al libro del 1944 dello psichiatra Robert Lidner: Ribelle senza causa: analisi di uno psicopatico criminale.

Dopo questo successo fulminate, Françoise Sagan ha continuato a scrivere, con lo stesso disincanto dei suoi primi personaggi. Nei suoi libri (o nelle sue opere teatrali) si ritrova la stessa noia metafisica, la stessa lucidità disincantata, la stessa mediocrità.

 

Date di una vita

1935                            nasce a Cajarl (Lot)

1951-1952                   studi irregolari

1954                            Bonjour tristesse (Premio delle critiche)

1956                            Un certain sourire

1957                            Dans un mois dans un an

1959                            Aimez-vous Brahms?

1960                            Le château an Suède (opera teatrale)

1961                            Les merveilleux nuages. Les violons par fois…(opera teatrale)

1963                            La robe neuve de Valentine (opera teatrale)

1965                            La chamade (romanzo). L’écharde (opera teatrale)

1966                            Le cheval évanoui (opera teatrale)

1970                            Un peu de soleil dans l’eau froide

1972                            Des bleus à l’âme.

 

Aimez-vous Brahms? Le piace Brahms?

E’ il racconto di una solitudine: Paule (39 anni) è sentimentalmente legata a Roger, un uomo della sua età. Sotto le sembianze di Simon, ragazzo di 25 anni, l’amore entra nella sua vita. Ma la donna matura non si lascia ubriacare dal profumo di giovinezza di questa avventura e finirà col scegliere un sentimento sicuro; tornerà al primo amore, più confortevole nella sua abitudine. Le tentazioni, i dubbi, le lacerazioni di Paule sono accompagnati da una sinfonia di Brahms: è la musica ascoltata la prima volta che Simon ha invitato Paule ed è la prima domanda che lui le ha fatto: “Aimez-vous Brahms?” Anche da questo romanzo fu tratto un film interpretato da Ingrid Bergman, Yves Montand e Anthony Perkins che ebbe il premio al 14° Festival di Cannes per la migliore interpretazione maschile.

LA MUSICA DI BRAHMS

Capitolo sesto

Svegliandosi, la domenica, Paule trovò un biglietto infilato sotto la porta, uno di quei messaggi che una volta venivano detti poeticamente bleu, e che Paule trovò poetico perché il sole, riapparso nel cielo così terso di novembre, riempiva la sua camera di ombre e di luci piene di calore. “C’è un bellissimo concerto alle sei, alla sala Pleyel”, scriveva Simon.
“Le piace Brahms? Le chiedo scusa per ieri.”
Paule sorrise. Sorrise per la seconda frase: “le piace Brahms?
Era proprio il genere di domande che le facevano i ragazzi quando aveva diciassette anni.
Naturalmente, anche in seguito le facevano domande del genere, ma non aspettavano risposta. In quel suo ambiente, e a quell’età, chi ascoltava mai qualcuno? Ma poi, le piaceva Brahms?
Aprì il grammofono, frugò tra i dischi, e sul rovescio di una ouverture di Wagner che sapeva a memoria trovò un concerto di Brahms che non aveva mai ascoltato.
A Roger piaceva Wagner. Diceva: “E’ bello, fa rumore, questa è musica.”
Mise su il concerto, trovò romantico l’inizio e si dimenticò di ascoltarlo sino alla fine.
Se ne accorse quando la musica finì e le fece rabbia.
Adesso, ci metteva sei giorni per leggere un libro, non ritrovava mai la pagina, dimenticava anche la musica.
La sua attenzione ormai era polarizzata da campionari di tessuti, e da un uomo che non c’era mai.
Si stava perdendo? Perdeva le proprie tracce, non si sarebbe ritrovata mai.
“Le piace Brahms?” Restò un attimo davanti alla finestra aperta, ricevette il sole negli occhi e ne restò abbagliata. E le sembrò che quella breve domanda: “Le piace Brahms?” rivelasse improvvisamente, un’immensa dimenticanza: tutto quello che lei aveva dimenticato, tutte le domande che aveva deliberatamente evitato di rivolgersi.
“le piace Brahms?”. Ma le piaceva ancora qualcosa, oltre se stessa e la sua esistenza?
Beninteso, diceva che le piaceva Stendhal, sapeva che le piaceva. Ecco quella era la parola giusta: lo sapeva. Forse con tutta semplicità, sapeva che le piaceva Roger.
Cose buone ed acquisite, punti di riferimento sicuri. Ebbe voglia di parlare a qualcuno, come ne aveva voglia a vent’anni.
Chiamò Simon. Ancora non sapeva cosa dirgli. Probabilmente: “Non so se mi piace Brahms, non credo.” Non sapeva se sarebbe andata a quel concerto. Dipendeva da quello che avrebbe detto lui, dalla sua voce: esitava e trovava piacevole quell’esitazione.

Ma Simon era fuori, faceva colazione in campagna, sarebbe passato da casa alle cinque, per cambiarsi.
Paule riagganciò, Intanto aveva deciso di andare al concerto. Diceva fra sè: “Non ci vado per Simon, ma per la musica. Finirò per andarci tutte le domeniche, se l’atmosfera non è odiosa, nel pomeriggio; è un’ottima occupazione per una donna sola”.
E intanto deplorava che fosse domenica e non potesse precipitarsi subito in un negozio a comperare quei Mozart che le piacevano, e qualche Brahms.
Aveva solo paura che Simon le tenesse la mano durante il concerto; lo temeva proprio perché se lo aspettava, e la conferma di ciò che la sua fantasia attendeva la colmava sempre di una noia mortale.
Le era piaciuto Roger anche per questo.
Perché era sempre imprevisto, sempre un po’ sfasato in tutte le situazioni già scontate.
Alle sei alla Sala Pleyel, Paule si trovò presa nella folla e rischiò di non vedere Simon, che le porse il biglietto senza dire niente. Fecero le scale di corsa, in una baraonda di gente.
la sala era immensa, tetra; l’orchestra offriva come preambolo dei suoni particolarmente discordanti , come per far meglio apprezzare al pubblico, poi, il miracolo dell’armonia musicale.
Paule si voltò verso il suo vicino: “Non sapevo se mi piaceva Brahms.” “E io non sapevo se sarebbe venuta,” disse Simon “Le assicuro che non m’importa se le piace Brahms o no”.
“Com’era la campagna?”
Simon la guardò stupito.
“Ho telefonato a casa,” disse Paule, “per dirle che….accettavo.”
“Avevo così paura che telefonasse per dire di no, o che non telefonasse, che sono andato via,” disse Simon.
“Era bella la campagna? Dove è andato?”
Provava un piacere triste nell’immaginare la collina di Houdan nella luce della sera: le sarebbe piaciuto che Simon ne parlasse. A quell’ora si sarebbe fermata a Septeuil con Roger, avrebbero camminato insieme sulla stessa strada, sotto gli alberi rossi.
“Sono andato un po’ in giro,” disse Simon. “Non ho guardato i nomi. Adesso sta per cominciare.”
Il pubblico applaudiva, il direttore d’orchestra salutava, alzava la bacchetta, Paule e Simon si lasciarono scivolare nella poltrona, con le altre duemila persone.
Era una sinfonia che Simon credeva di riconoscere, un po’ patetica, un po’ troppo patetica in certi momenti. Sentiva il gomito di Paule contro il suo, e quando l’orchestra saliva, lui ne seguiva l’impeto; ma, appena la musica illanguidiva, tornava ad essere cosciente della tosse dei vicini, della forma del cranio di uno seduto due file più avanti, e soprattutto della rabbia che aveva in corpo.

In campagna, in un albergo vicino a Houdan, aveva incontrato Roger, Roger con una ragazza. Si era alzato, aveva salutato Simon, ma non l’aveva presentato.
“Non facciamo che incontrarci, non le pare?”
Simon sorpreso, non aveva detto niente. Lo sguardo di Roger lo minacciava, gli ordinava di non parlare di quell’incontro. Non era, grazie a Dio, lo sguardo complice di un donnaiolo a un altro donnaiolo. Era uno sguardo furibondo. Simon non aveva risposto.
Non aveva paura di Roger, aveva paura di far soffrire Paule. Si giurava che non sarebbe mai successo niente di male a quella donna per colpa sua.
Per la prima volta sentiva il desiderio di interporsi tra qualcuno e la sventura.
Lui che si stancava così in fretta delle sue amiche, che si spaventava delle loro confidenze, dei loro segreti, di quel loro accanimento nel volergli far recitare ad ogni costo la parte del maschio protettore, lui così abituato a sottrarsi e a fuggire, adesso aveva voglia di voltarsi indietro e di aspettare. Ma aspettare che cosa? Che quella donna capisse di amare un farabutto: ce ne sarebbe voluto del tempo….Forse era triste, forse pensava a Roger ed al suo modo di fare, forse ne conosceva i difetti.
Un violino salì più alto dell’orchestra, palpitò disperatamente in una nota d’angoscia e ricadde, sommerso dall’onda di melodia travolgente degli altri. Fu sul punto di voltarsi ad abbracciare Paule. baciarla…immaginò di curvarsi su di lei, di sfiorarne le labbra, lei gli metteva le mani attorno al collo….Chiuse gli occhi.
Vedendo l’espressione di Simon, Paule si disse che doveva essere un melomane.
Ma subito una mano tremante cercò la sua. Se ne liberò con un gesto impaziente.
Dopo il concerto Simon la portò a prendere un cocktail: cioè una spremuta di pompelmo per lei, e per lui due dry………….

Françoise Sagan, Le piace Brahms?, Longanesi, 2010, p. 70

Plinio Perilli: I menestrelli del verso – poesia da cantare

“… gli angeli suonano le loro trombe tutto il giorno / la terra intera in movimento sembra oltrepassarli / ma nessuno sente la musica che suonano / nessuno neppure ci prova”… Così cantava, stornellava acido e sublime il Bob Dylan di New Morning… Correva, per la precisione, il novembre 1970 – l’anno in cui l’aspro e ormai famoso cantore della nuova protesta giovanile, non ancora trentenne, fuggito sette volte di casa adolescente, e poi vissuto perennemente ramingo, on the road, si ritrova laureato honoris causa dall’Università di Princeton… Precisamente da allora, come ricorda la Fernanda Pivano, ci “mostrò una sua nuova maniera, non più folk, non più folk-rock, non più country and western: di un Dylan ripiegato sulla solitudine e la disperazione, che con l’antica voce rauca propose di vincere alienazione e paranoia tentando di accostare o almeno di non respingere la gioia della vita lontano dalla corruzione cittadina, dal falso eccitamento urbano, dall’inquinamento mortale delle metropoli.”

   Poi molta acqua passò sotto i lunghi ponti di tutti i grandi fiumi del mondo – e il cosiddetto cantautorato s’irradiò, si diversificò, si autorigenerò, si conclamò… Il decennio degli anni ’70 fu forse il primo in cui, a livello mondiale, questi soavi o asprissimi ballatisti divennero non mera curiosità per rari amatori, o scelta comunque preziosa, ma merce corrente, materia prima usuale del mercato: insomma ampio oggetto di consumo… Basta scorrere, e limitiamoci ai menestrelli di successo di casa nostra, quelle ormai lontane classifiche degli l.p.; dove spiccano, tra i 33 giri più suonati, nomi già ben consolidati (la mitica Scuola genovese, per intenderci), o del tutto e felicemente nuovi. Gino Paoli, ovviamente tra i primi, torna a pubblicare Le due facce dell’amore proprio nel ’71. E Fabrizio De Andrè fa uscire in quello stesso anno tre dischi presto celebri: La buona novella, Tutti morimmo a stento, Non al denaro, non all’amore né al cielo. Gaber stampa Polli da allevamento nel ’79. Per la generazione successiva, è proprio l’inizio di una tendenza, diciamo di un cult in progress: Francesco Guccini pubblica Radici nel ’72, Le stanze della vita quotidiana nel ’74, Via Paolo Fabbri 43 nel ’76; Lucio Dalla, in collaborazione con un poeta di ruolo come Roberto Roversi, ci dona Anidride solforosa nel ’75, e l’anno dopo Automobili, con quella perla di “Nuvolari”, piccolo frammento melodico e mentale di un vero epos collettivo:

Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati
Quando corre Nuvolari quando passa Nuvolari
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo,
a cavallo nel cielo d’aprile

   I nomi nuovi, che presto sarebbero esplosi, erano Venditti e De Gregori (il loro primo album a mezzi, Theorius Campus, uscì nel ’72), Alan Sorrenti (anche Aria nasce nel ’72), Riccardo Cocciante (Anima, 1974; L’alba, ’75), Edoardo Bennato (I buoni e i cattivi è del ’74), Angelo Branduardi (La luna, ’76; così come Alla fiera dell’Est), il professore di filosofia Roberto Vecchioni (Elisir, ‘76; Samarcanda,’77), Ivan Graziani (I lupi, ’77),  Eugenio Finardi (Diesel, 1977), Rino Gaetano (Aida, ’77), Renato Zero (Trapezio, 1977; id. Zerofobia), perfino Franco Califano, il grezzo autocritico viveur di Tutto il resto è noia (’77)… Talenti così diversi, malinconici o divertenti, impertinenti o sbroccati – ma sempre e comunque “autori”, maledettamente autori del loro stesso canto… Lasciamo perciò a parte il discorso di Lucio Battisti, così mediato e guidato dai testi di Mogol, se pure così importante e nuovo per quegli anni, e riuscito col tempo a diventare sinonimo infibrato e campione fonosimbolico di un certo modo di far canzone come racconto, scena sensibile, teatro mentale, lacerto vissuto di un suono che trasmette rimbalza parole come aforismi stessi emozionali. Una recente poesia di Valentino Zeichen “Per Lucio Battisti” (dalla sua ultima raccolta Neomarziale, del 2006), dà conto di questa deriva preziosa, scanzonata, che è al contempo golfo o ripostiglio di interi, minimi orizzonti generazionali:

Anche i poeti che fanno lo stage
nelle torri d’avorio, sull’Atlantico
dove meditano sui millenni,
fischieranno un tuo motivo
come le sirene delle navi.
Non si conosce nostalgia
che non sia da lontananza, fin
dalle frecce preistoriche degli addii.
Perciò le canzoni accompagnano le vite
mentre la buona poesia i secoli.

   E sorvoliamo il percorso di tanti gruppi, ben miscelati e aggregati di talenti, dove è più arduo individualizzare la personalità creativa, insomma l’autore: e citiamo en passant l’esempio nobile dei Nomadi, dei New Trolls, del Banco, delle Orme, della stessa Nuova Compagnia di Canto Popolare (Li sarracini adorano lu sole risale al 1974). Finalmente, Pino Daniele, Vasco Rossi, Rino Gaetano, Gianna Nannini, Ivano Fossati, Alberto Fortis; e i Litfiba col loro rock duro, acerrimo e davvero indiavolato…

   Paolo Conte, oramai così storicizzato, esordisce in verità con un suo bel ’33 solo nel 1974: Paolo Conte (già ricco di golosi o svogliati classici come “Questa sporca vita”, “Wanda”, “La fisarmonica di Stradella”, “Onda su onda”, “La giarrettiera rosa”). In pochi anni seguiranno Un gelato al limon (’79), Paris milonga (’81), e insomma la celebrità. Ma era già autore noto e riverito per altri (“Azzurro”, “Tripoli ‘69”). C’è comunque aria nuova, e la sensazione di un qualche superamento della bella tradizione degli chansonniers francesi poi così ben imitati, perfino innovati dai nostri Paoli e Tenco, Bindi, Lauzi ed Endrigo. “Paolo Conte è un luogo geografico in cui la memoria e la fantasia si scambiano i ruoli” – scriveva Vincenzo Mollica in una vecchia monografia dell’82 uscita per Lato Side Editori  – “giocando con le luci e la prospettiva e sfrugugliando con la gamma delle sfumature esistenti tra il bianco e il nero.” E Vito Riviello, poeta giocoso, non esita a riconoscergli, anzi diagnosticargli, un vivace talento surrealdadaista innestato su melanconico sguardo crepuscolare: “Infatti con un filo alchimistico di cui conosciamo la provenienza riesce a legare lo sguardo degli ascoltatori a sensibili immagini vaganti, in un’atmosfera più dadaista che surrealista. Infatti nell’area dadaista le cose vivono di luce propria, mentre in quella surreale di luce riflessa. Per queste caratteristiche ‘dada’ e per le diavolerie evocative, la ‘romanza’ di Paolo si ascolta, s’immagina ma anche si ‘vede’. Perché la canzone di Conte si può rappresentare non appena è stata evocata. La rappresentazione escogita un tempo presente che sembra reale (in qualche modo lo è), invece è la possibilità dell’inconscio di vivere un’apparente attualità.”

   Leggiamo/ascoltiamo il mitico incipit di “Genova per noi”:

“Ma quella faccia un po’ così / quell’espressione un po’ così / che abbiamo noi prima di andare a Genova / e ogni volta ci chiediamo / se quel posto dove andiamo / non c’inghiotta e non torniamo più.” Con quell’inserto seguente  strepitosamente visivo, se non visionario: “Macaia, scimmia di luce e di follia, / foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. / E intanto nell’ombra dei loro armadi / tengono lini e vecchie lavande. / Lasciaci tornare ai nostri temporali, / Genova, ai giorni tutti uguali”…

   Le ultimissime generazioni già hanno i loro nuovi campioni, menestrelli del verso. Ma noi fermiamoci, per il momento, alle ultime o alle penultime…

   Il brio stralunato e istrionico di Max Gazzè, o le accanite, trasfiguranti metafore di Mauro Bersani (“Il mostro” è una pura, sliricante canzone davvero degna di nota), sono assurti agli onori di ogni aficionado. Vinicio Capossela merita un discorso a parte. Così come in separata sede occorre analizzare certe recenti prove “liriche” di un consumato cow-boy o gringo del rock quale Luciano Ligabue… Molto più ci preme ricordare un altro bravissimo ma trascurato cavaliere, hidalgo tra parole e note, Andrea Chimenti: L’albero pazzo, un album del ’96, resta indimenticabile: “Srotola la mente fragile come carta di riso / calpestata, stropicciata, consumata, lacerata / e unta da mani sporche, senza scrupoli / Carta fragile, da bagnare in acque lacrimose / carta fragile, da stendere sotto al sole / Su cui scrivere belle parole / e notti di tepore / segreti bisbigliati e poi dimenticati”…

    Coi Marlene Kuntz siamo in un’area egualmente romantica e irrequieta, ma assai più energica e cadenzata. “Sin dal loro primo lavoro, dal titolo emblematico, Catartica (1994), da cui hanno cominciato a tessere trame noise-rock all’interno di un panorama italiano in caduta libera, convogliando nelle musiche e nei testi quel malessere esistenziale di una generazione che avanzava” annota Max Parri  “hanno sempre esaltato una teatralità lirica e concettuale” di marcata, esuberante intensità.

   L’odio migliore (’98), Ho ucciso paranoia (’99), Bianco sporco (2005), sono alcuni altri titoli di un gruppo che, sulla scorta dei testi del suo leader Cristiano Godano, lascia davvero il segno quanto a emozione lirica e catartico flusso immaginifico. “Il solitario”, “Poeti”, “La lira di Narciso”, “La cognizione del dolore” (sulla scorta di Gadda), sono in fondo solo parti, schegge, frammenti armonici di un’inquieta, modernissima controelegia, per l’appunto, alla “Bellezza” (citiamo sempre dal c.d. Bianco sporco):

Noi sereni e semplici o cupi e acidi,
noi puri e candidi o un po’ colpevoli
per voglie che ardono:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E noi compresi e amabili o offesi e succubi
di demoni e lupi, noi forti e abili
o spenti all’angolo:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E passiamo spesso il tempo così,
senza utilità (quella che piace a voi)
senza utilità (perché non serve a noi)

   L’ultimo arrivato, in un panorama nazionale intasato di problemi e proposte, mode consunte e nuove pseudoestetiche, sembra essere proprio Simone Cristicchi, trentenne, capace di vincersi – udite udite – l’alloro sanremese con una canzone dedita alla nobile causa dei malati mentali, della follia come costrizione e umiliazione assoluta… Ma ha commosso un po’ tutti, l’estroso, allampanato ragazzone romano, salito alto su una semplice sedia, mimo di una nuda bianca rosa di spine, con un piccolo, struggente inno dostoevskijano al sottosuolo più tacito e fervoroso, alienato eppure ancora e sempre salvato, fiorito d’ipersensibile: “Ti regalerò un rosa”… Dalla sua esperienza di studio e solidarietà artistica e civile presso il Centro di igiene mentale, è nato anche l’omonimo spettacolo teatrale, un fresco libro mondadoriano (con testimonianze e lettere di “pazzi” rinchiusi per anni nei vecchi “manicomi”), e un ispirato film-documentario, Dall’altra parte del cancello.

   Avremmo voglia di recitargli, in assonanza concreta e ideale, una delle ultime poesie del povero Bruno Lauzi, cantautore storico scomparso da non molto. Ma una poesia vera, non una solita canzone. S’intitola “Redde rationem”, e faceva parte di un volumetto alquanto struggente, Riapprodi, edito nel 1996 da Laura Rangoni Editore:

Ma prima o poi
dinnanzi a voi verrà
l’uccello lira
della verità:
comparirà dal vostro
teleschermo
o inaspettato
da un foglio di giornale…
dalle stanze più interne
della casa
correranno curiosi
i tuoi bambini
cui quel canto sgraziato
farà male
però comunque l’incuriosirà…
chiederanno: “Papà,
cosa vuol dire?”
E tu dovrai tacere.
E non morire.

   Lasciamo dunque da parte l’eterna querelle sul valore o meno poetico delle canzoni, e sulla possibile, impensabile assimilazione tra cantautori e poeti, poesia istituzionale, cosiddetta e cartacea o al contrario mera, agile poesia da cantare… Tutti temi scomodati e sciorinati fin dai tempi aurei di Jacques Prévert – con esiti alterni, alterni equivoci e alterne mistificazioni. Valga perciò, a sgombrare il campo da inutili polemiche e aciduli luoghi comuni, il parere ci sembra equilibrato, e finalmente non pregiudiziale, di Maurizio Cucchi, noto poeta di ruolo, e tifoso/amatore di Paolo Conte e dell’arte speciale della canzone: “…il corpo di lei mandava vampate africane, / lui sembrava un coccodrillo / i saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga / …da lei saliva afrore di coloniali… Ecco, rigato, il testo che scende, deriva dalla musica, dal suono dell’epoca, dall’epoca filtrata affettivamente attraverso la memoria del cantante (dico qui, cantante nel senso più letterale e alto, di colui che canta in modo attivo, s’intende, non certo nel senso di pura voce interpretante). Arte speciale la canzone. Il cui discorso, per Conte, torna perfettamente, come tutt’uno – se ben fatto, inscindibile – di parole, musica, voce (la quale ultima è in sé sintesi di parola e musica). Non c’è bisogno di chiamarlo poeta, non ha bisogno di una falsa aureola in più. E poi sono cose diverse. Chi non lo sa è noioso, petulante, tremebondo; e non vuol bene alla canzone…”.

Plinio Perilli

Giancarlo Locarno: il Liquimofono… inflessioni tuffate nell’ Idromegafono di Arrigo Lora Totino e Piero Fogliati

il Liquimofono
congegno generatore di musica liquida
e la poesia liquida
inflessioni tuffate nell’ Idromegafono
di Arrigo Lora Totino e Piero Fogliati

arrigo-lora-totino-con-lidromegafono-1968
arrigo-lora-totino-con-l’idromegafono-1968

Se c’è qualcuno che la poesia se l’è a goduta in tutte le sue declinazioni, e ancora continua a farlo, questo è Arrigo Lora Totino.

Torinese, classe 1928, performer, poeta visivo e sonoro, concreto, liquido e ginnico, è noto anche per aver raccolto nell’antologia “Futura” le incisioni di poesia sonora dagli anni venti agli anni 70, poi pubblicate nel 1975, e che purtroppo non sono ancora riuscito a recuperare.

Ho trovato questo volumetto in una libreria antiquaria di Torino, è stato stampato nel 1968 in 1000 copie autografate dai due autori, per le edizioni Scheiwiller di Milano, contiene un disco 33 giri, sul lato A c’è una composizione per liquimofono, sul lato B ci sono declamazioni di  poesia liquida all’idromegafono.

Liquimofono
Liquimofono

Il liquimofono e l’idromegafono sono stati progettato da Piero Fogliati per le serate neofuturiste tenute dai due negli anni sessanta. Piero Fogliati è stato un  artista e un raffinato sperimentatore, nelle sue opere  si è dedicato principalmente a sondare le possibilità espressive dell’interazione della luce con le macchine in movimento.

E’ scomparso nel marzo di quest’anno, e la sua opera tenacemente perseguita in disparte è stata pressoché ignorata dalla critica (con alcune eccezioni in verità).

Piero Fogliati
Piero Fogliati

 

I due artisti descrivono la poesia liquida e i loro strumenti con questi testi “da affogare”:

borbottii brusii fruscii di oceani in bonaccia
gocciolii di rubinetti
gorgoglii di ruscelli
clacquii di vasche
frlggii di pentole
bollori di caldaie
sbuffi di fontane
tonfi di stagni
singhiozzi di acquai
crepitii di grondaie
scrosci di piogge
rombi di cascate
rimbombi di centrali idroelettriche
strepiti scoppi fischi sibili ululati di tempeste di uragani
stillicidi di grotte
Il liquimofono
uno strumento da camera
può intonare e orchestrare armonicamente e ritmicamente
il liquimofono
congegno nuovissimo di alpacca
generatore di rumore liquido artificiale
e pertanto di musica liquida
mediante l’uso d’acqua o pure d’olio glicerina
o qualsivoglia altro liquore
il liquimofono
da suonar scherzando e cantar suonando
per tutti coloro che sono disposti a sondare
le risorse del temperamento umido
in modo enarmonico e poliritmico
per effervescenze o inazioni di accenti e cadenze
per trasparenze o spessezze cromatiche
vuoi negli assoli come nei concertanti delle 4 canne:
acuta medioacuta mediograve grave
Il llquimofono si (suona) manovra
modulando l’afflusso d’aria compressa entro il liquido
e pretendendo – senza ottenerlo – un assoluto silenzio
da parte di persone e cose

si ha poesia liquida tuffando parole nell’idromegafono,
strumento di alpacca appositamente progettato e costruito
con sifone contenente una piccola quantità d’acqua.
se vince l’inerzia del liquido, l’accentuazione della inflessione
della dizione si apre un canale instabile per emergere,
deviata e compressa, in bolle sonore
ove fonemi parole frammenti di frase si sovrappongono
e si miscelano più o meno parzialmente,
frammisti al rigurgito acquoso.
se perde, è per difetto di forza lirica,
con conseguente automatica condanna all’opacità espressiva.
la poesia liquida è spettacolo
perchè si attua inondando il pubblico
di spruzzi e schizzi di sperma poetico.
poesia liquida è flatus vocis bollente in acqua
fiato grosso tutto d’un fiato fiatata fiata a fiata.

 

Sul sito della Fondazione Bonotto c’è una lunga e splendida performance di “Poesia Ginnica“, che a volte raggiunge degli esiti geniali, come “Essere-esistere-resistere”, il passo del “Robot” e “Il critico” .

Fondazione Bonotto – Concrete Visual & Sound Poetry Collection – Poesia Ginnica

http://www.fondazionebonotto.org/poetry/

 

Questa invece è una performance di Lora Totino all’Idromegafono:

Per ultimo un prezioso video dove Fogliati parla della sua arte.

Canzoni della Cupa di Vinicio Capossela, ascoltato da Fernando Della Posta

Un disco folk italiano “sudista” di qualità, nell’universo musicale italiano sempre più esasperatamente influenzato da tendenze globalizzatrici neomelodiche e anglofone, potrà sembrare una scommessa azzardata, un lavoro di nicchia, una confezione di sigari di tabacco buono per pochi intenditori. E laddove potrebbe venir meno l’intento del “destinare il proprio lavoro a pochi”, il pericolo di scadere in generi musicali considerati ancora più inferiori come il country cafonaccio da fiera o di sparire nell’oceano nazional popolare, diventa assai grande.

Non è stato questo il caso dell’ultimo lavoro di Vinicio Capossela. Balzato immediatamente al primo posto nelle classifiche nazionali, “Canzoni della Cupa” sembra aver smentito tutto quanto successo finora nell’universo parallelo del folk italiano.

Non è facile spiegare questo straordinario successo, o almeno, dato il poco gradimento del grande pubblico verso questo genere musicale, è sensato pensare che sia dovuto a fattori plurimi e diversificati. Non ultimo il consolidato gradimento verso questo cantautore, che già aveva dato assaggi in passato, del suo voler arrischiarsi in questo tipo di avventura. Si veda il grande successo di brani come “Il ballo di San Vito” ad esempio, datato 1996. Non possiamo dimenticare, inoltre, la recente pubblicazione del libro “Il paese dei coppoloni” e l’uscita del film tratto da quest’ultimo, entrambi legati a doppio filo con il nuovo disco.

Lo stesso Capossela ha dichiarato più volte che si tratta di un album frutto di un lavoro durato ben tredici anni, lungamente incubato e “auscultato” dalla sua vena creatrice. Una vena creatrice che sembra aver mediato al meglio nella sua memoria “d’emigrante” in riferimento agli echi della sua terra d’origine, l’alta Irpinia, quella piccola regione situata a ridosso del Vulture e parte della Lucania storica, e più particolare la città di Calitri, paese dei suoi genitori.

Sono nati così i due capitoli di “Canzoni della Cupa”, “Polvere” e “Ombra”, i quali non a caso prendono il nome dal noto aforisma di Orazio, anch’egli lucano, che si presentano come una vera e propria immersione a trecentosessanta gradi nella tradizione. Una immersione che tuttavia non scade mai nella nostalgia, ma un vero e proprio cosmo altro, in cui le tradizioni e le sedimentazioni della cultura arcaica dell’Italia del sud e contadina vengono incastonate in un mosaico al limite della fiaba, intesa secondo l’opera dei fratelli Grimm o dei contemporanei registi Tim Burton e Hayao Miyazaki.

Ed ecco che in questo mosaico ogni tassello trova un posto ben preciso: le masciare (le mitiche streghe di paese), le mammane, la mammenonne (le bonarie anziane centenarie), il lupo mannaro, le cuccuvasce (le civette), le carovane dei muli che viaggiavano di villaggio in villaggio portando merci di ogni tipo, gli emigrati, i sentieri “cupi” nei boschi, i boschi “animati”, il malocchio, l’amore violento e frustrato, le litanie ai santi, le zitelle, le tanto vituperate quadriglie forsennate che una volta animavano matrimoni e fiere, gli stornelli a dispetto e tanto altro. Non disdegnando nemmeno cenni al mondo del lavoro di quest’Italia considerata “minore” o alla cementificazione e all’industrializzazione, che inevitabilmente l’hanno in parte snaturata e violentata.

Ottimi gli arrangiamenti che, insieme alle ballarelle e agli stornelli, si rifanno al blues e alle musiche cubane alla maniera del Buena Vista Social Club, i quali fortunatamente non oscurano la materia prima e non ne annacquano la provenienza, a testimonianza anche dell’ottimo lavoro di collaborazione instaurato con la cantautrice Giovanna Marini, pluri-premiata artista che da sempre in Italia fa del folk l’unica ragione della sua arte. In molti pezzi, inoltre, ho ravvisato anche diversi echi molto velati del De André dialettale, genovese e sardo, e delle atmosfere di Anime Salve. Davvero un capolavoro! Forse il capostipite di un qualcosa, un genere musicale, che potrà avere un seguito futuro o, se già esiste, un proseguimento con maggiore rilevanza e dignità.

©Fernando Della Posta

Vassilis Nicolakopoulos: L’uccisione di Pavlos Fissa, cantante antifascista

“Non piangerò, non avrò paura”

Il mondo è diventato una grande prigione
e io cerco un modo per rompere le catene.

Quelli che mi hanno tradito accoltellandomi alla schiena
sappiano che non avrò tempo per piangere,
tutti i miei vecchi amori
sappiano che non avrò tempo per piangere,
quelli che mi minacciarono con catene di fuoco
sappiano che non avrò tempo per la paura.
Lasciate che vengano e cercarmi in cima alla montagna,
li sto aspettando e non avrò tempo per la paura.
Killah P

ATENE – Pavlos Fissa, 34 anni: morto. Accoltellato da mano fascista. I fascisti l’avevano preso di mira per la sua azione antifascista, come sanno bene. L’hanno attaccato e l’hanno ucciso ad Amfiali (Keratsini, Pireo). La banda di Alba Dorata, spinta da interressi economici per la coalizione-coabitazione con la N.D. (Nuova Demokratia), continua i crimini dei memorandum. Non picchiano il sistema, danno botte e uccidono immigrati, cittadini di sinistra e la gioventù. I fascisti sono armati dai governanti. Parallelamente i fedeli servitori dei memorandum cercano di sminuire l’accaduto o di presentarlo come uno scontro di ultra di squadre di calcio.
In realtà, invece, questo è il fascismo e la banda di Alba Dorata, una squadra di criminali, arma del sistema contro i lavoratori e la gioventù greca. Negli ultimi anni, dopo le migliaia di casi di suicidi, le uccisioni dello Stato, la povertà e la miseria; l’apparato parastatale, unitamente alla continua tolleranza della polizia, accoltella qualcuno semplicemente e solo perché è antifascista.
Oggi, insieme agli scioperanti, in tutto il Paese che lotta per il pane, per l’educazione e la libertà, lottiamo per la vita, contro quelli che ci privano da essa, poco a poco o direttamente, con una coltellata. Oggi è un giorno nero per il popolo greco che lotta. Pavlos Fissas, del movimento antifascista, un uomo che ha messo la sua vita e la sua arte (Killah P, nome d’ arte) al servizio della lotta contro il fascismo, è stato ucciso da mano fascista a Keratsini.
Un’uccisione spietata dei criminali dell’Alba Dorata. L’apparato di propaganda subito si è pronunciato con la solita ipotesi “lo ha ucciso per il calcio”, o parlano di “violenza tra gruppi”, o della teoria che costruiscono da un po’ di tempo di due estremi, ma anche così non riescono a nasconderlo. I nazisti dell’Alba Dorata hanno come obiettivo uccidere.
Era questione di tempo. Giorni fa per poco non abbiamo pianto un morto dopo l’ attacco mafioso contro un gruppo del KKE (Partito Comunista) a Perama, e ora ci troviamo con un morto due giorni dopo. La messa in scena è identica come a Perama. Squadre che vengono chiamate e si presentano nel luogo dell’uccisione accompagnate dalla polizia delle squadre DIAS, che si trovano sempre presenti in questa zona e picchiano!
Annunciano i loro attacchi. Solo che il popolo sa combattere i fascisti, lo ha dimostrato durante l’occupazione nazi-fascista, durante la Resistenza, durante la dittatura e il Politecnico. Non lasciamo i fascisti tranquilli! Mandiamoli via dai sindacati, dalle scuole, dai quartieri. Non devono mettere piede da nessuna parte.
Mandiamo via la banda di Alba Dorata da dove è arrivata, dalla pattumiera della Storia. Lo dobbiamo a Pavlos. Lo dobbiamo a ogni giovane, a ogni bambino, a ogni uomo che lotta.