Fausta Genziana Le Piane: Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan
Françoise Sagan

Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan, pseudonimo di Françoise Quoirez, divenne famosa con “Bonjour tristesse”, “Buongiorno tristezza”, pubblicato nel 1954, trasposto al cinema con interpreti quali David Niven e Jean Seberg.

Il successo di questa ragazza di diciotto anni creava il “mito Sagan”. L’adolescente Cécile – eroina del romanzo – scopre, in un mondo malato, la noia di vivere, la tristezza esistenziale. Certo, non si può negare alla scrittrice di aver svolto il ruolo di testimone di una certa gioventù degli anni 1950 sempre in cerca di non si sa quale felicità, e priva di ogni illusione. Il successo del libro significa che la Sagan ha toccato il punto debole di una generazione che – dopo aver distrutto ogni tradizione – si trovava a disagio in un mondo deperibile.

Ricordiamo che è del 1955 il celebre film “Gioventù bruciata” diretto da Nicholas Ray ed interpretato da James Dean. Il titolo originale del film, Rebel Without A Cause, è un riferimento al libro del 1944 dello psichiatra Robert Lidner: Ribelle senza causa: analisi di uno psicopatico criminale.

Dopo questo successo fulminate, Françoise Sagan ha continuato a scrivere, con lo stesso disincanto dei suoi primi personaggi. Nei suoi libri (o nelle sue opere teatrali) si ritrova la stessa noia metafisica, la stessa lucidità disincantata, la stessa mediocrità.

 

Date di una vita

1935                            nasce a Cajarl (Lot)

1951-1952                   studi irregolari

1954                            Bonjour tristesse (Premio delle critiche)

1956                            Un certain sourire

1957                            Dans un mois dans un an

1959                            Aimez-vous Brahms?

1960                            Le château an Suède (opera teatrale)

1961                            Les merveilleux nuages. Les violons par fois…(opera teatrale)

1963                            La robe neuve de Valentine (opera teatrale)

1965                            La chamade (romanzo). L’écharde (opera teatrale)

1966                            Le cheval évanoui (opera teatrale)

1970                            Un peu de soleil dans l’eau froide

1972                            Des bleus à l’âme.

 

Aimez-vous Brahms? Le piace Brahms?

E’ il racconto di una solitudine: Paule (39 anni) è sentimentalmente legata a Roger, un uomo della sua età. Sotto le sembianze di Simon, ragazzo di 25 anni, l’amore entra nella sua vita. Ma la donna matura non si lascia ubriacare dal profumo di giovinezza di questa avventura e finirà col scegliere un sentimento sicuro; tornerà al primo amore, più confortevole nella sua abitudine. Le tentazioni, i dubbi, le lacerazioni di Paule sono accompagnati da una sinfonia di Brahms: è la musica ascoltata la prima volta che Simon ha invitato Paule ed è la prima domanda che lui le ha fatto: “Aimez-vous Brahms?” Anche da questo romanzo fu tratto un film interpretato da Ingrid Bergman, Yves Montand e Anthony Perkins che ebbe il premio al 14° Festival di Cannes per la migliore interpretazione maschile.

LA MUSICA DI BRAHMS

Capitolo sesto

Svegliandosi, la domenica, Paule trovò un biglietto infilato sotto la porta, uno di quei messaggi che una volta venivano detti poeticamente bleu, e che Paule trovò poetico perché il sole, riapparso nel cielo così terso di novembre, riempiva la sua camera di ombre e di luci piene di calore. “C’è un bellissimo concerto alle sei, alla sala Pleyel”, scriveva Simon.
“Le piace Brahms? Le chiedo scusa per ieri.”
Paule sorrise. Sorrise per la seconda frase: “le piace Brahms?
Era proprio il genere di domande che le facevano i ragazzi quando aveva diciassette anni.
Naturalmente, anche in seguito le facevano domande del genere, ma non aspettavano risposta. In quel suo ambiente, e a quell’età, chi ascoltava mai qualcuno? Ma poi, le piaceva Brahms?
Aprì il grammofono, frugò tra i dischi, e sul rovescio di una ouverture di Wagner che sapeva a memoria trovò un concerto di Brahms che non aveva mai ascoltato.
A Roger piaceva Wagner. Diceva: “E’ bello, fa rumore, questa è musica.”
Mise su il concerto, trovò romantico l’inizio e si dimenticò di ascoltarlo sino alla fine.
Se ne accorse quando la musica finì e le fece rabbia.
Adesso, ci metteva sei giorni per leggere un libro, non ritrovava mai la pagina, dimenticava anche la musica.
La sua attenzione ormai era polarizzata da campionari di tessuti, e da un uomo che non c’era mai.
Si stava perdendo? Perdeva le proprie tracce, non si sarebbe ritrovata mai.
“Le piace Brahms?” Restò un attimo davanti alla finestra aperta, ricevette il sole negli occhi e ne restò abbagliata. E le sembrò che quella breve domanda: “Le piace Brahms?” rivelasse improvvisamente, un’immensa dimenticanza: tutto quello che lei aveva dimenticato, tutte le domande che aveva deliberatamente evitato di rivolgersi.
“le piace Brahms?”. Ma le piaceva ancora qualcosa, oltre se stessa e la sua esistenza?
Beninteso, diceva che le piaceva Stendhal, sapeva che le piaceva. Ecco quella era la parola giusta: lo sapeva. Forse con tutta semplicità, sapeva che le piaceva Roger.
Cose buone ed acquisite, punti di riferimento sicuri. Ebbe voglia di parlare a qualcuno, come ne aveva voglia a vent’anni.
Chiamò Simon. Ancora non sapeva cosa dirgli. Probabilmente: “Non so se mi piace Brahms, non credo.” Non sapeva se sarebbe andata a quel concerto. Dipendeva da quello che avrebbe detto lui, dalla sua voce: esitava e trovava piacevole quell’esitazione.

Ma Simon era fuori, faceva colazione in campagna, sarebbe passato da casa alle cinque, per cambiarsi.
Paule riagganciò, Intanto aveva deciso di andare al concerto. Diceva fra sè: “Non ci vado per Simon, ma per la musica. Finirò per andarci tutte le domeniche, se l’atmosfera non è odiosa, nel pomeriggio; è un’ottima occupazione per una donna sola”.
E intanto deplorava che fosse domenica e non potesse precipitarsi subito in un negozio a comperare quei Mozart che le piacevano, e qualche Brahms.
Aveva solo paura che Simon le tenesse la mano durante il concerto; lo temeva proprio perché se lo aspettava, e la conferma di ciò che la sua fantasia attendeva la colmava sempre di una noia mortale.
Le era piaciuto Roger anche per questo.
Perché era sempre imprevisto, sempre un po’ sfasato in tutte le situazioni già scontate.
Alle sei alla Sala Pleyel, Paule si trovò presa nella folla e rischiò di non vedere Simon, che le porse il biglietto senza dire niente. Fecero le scale di corsa, in una baraonda di gente.
la sala era immensa, tetra; l’orchestra offriva come preambolo dei suoni particolarmente discordanti , come per far meglio apprezzare al pubblico, poi, il miracolo dell’armonia musicale.
Paule si voltò verso il suo vicino: “Non sapevo se mi piaceva Brahms.” “E io non sapevo se sarebbe venuta,” disse Simon “Le assicuro che non m’importa se le piace Brahms o no”.
“Com’era la campagna?”
Simon la guardò stupito.
“Ho telefonato a casa,” disse Paule, “per dirle che….accettavo.”
“Avevo così paura che telefonasse per dire di no, o che non telefonasse, che sono andato via,” disse Simon.
“Era bella la campagna? Dove è andato?”
Provava un piacere triste nell’immaginare la collina di Houdan nella luce della sera: le sarebbe piaciuto che Simon ne parlasse. A quell’ora si sarebbe fermata a Septeuil con Roger, avrebbero camminato insieme sulla stessa strada, sotto gli alberi rossi.
“Sono andato un po’ in giro,” disse Simon. “Non ho guardato i nomi. Adesso sta per cominciare.”
Il pubblico applaudiva, il direttore d’orchestra salutava, alzava la bacchetta, Paule e Simon si lasciarono scivolare nella poltrona, con le altre duemila persone.
Era una sinfonia che Simon credeva di riconoscere, un po’ patetica, un po’ troppo patetica in certi momenti. Sentiva il gomito di Paule contro il suo, e quando l’orchestra saliva, lui ne seguiva l’impeto; ma, appena la musica illanguidiva, tornava ad essere cosciente della tosse dei vicini, della forma del cranio di uno seduto due file più avanti, e soprattutto della rabbia che aveva in corpo.

In campagna, in un albergo vicino a Houdan, aveva incontrato Roger, Roger con una ragazza. Si era alzato, aveva salutato Simon, ma non l’aveva presentato.
“Non facciamo che incontrarci, non le pare?”
Simon sorpreso, non aveva detto niente. Lo sguardo di Roger lo minacciava, gli ordinava di non parlare di quell’incontro. Non era, grazie a Dio, lo sguardo complice di un donnaiolo a un altro donnaiolo. Era uno sguardo furibondo. Simon non aveva risposto.
Non aveva paura di Roger, aveva paura di far soffrire Paule. Si giurava che non sarebbe mai successo niente di male a quella donna per colpa sua.
Per la prima volta sentiva il desiderio di interporsi tra qualcuno e la sventura.
Lui che si stancava così in fretta delle sue amiche, che si spaventava delle loro confidenze, dei loro segreti, di quel loro accanimento nel volergli far recitare ad ogni costo la parte del maschio protettore, lui così abituato a sottrarsi e a fuggire, adesso aveva voglia di voltarsi indietro e di aspettare. Ma aspettare che cosa? Che quella donna capisse di amare un farabutto: ce ne sarebbe voluto del tempo….Forse era triste, forse pensava a Roger ed al suo modo di fare, forse ne conosceva i difetti.
Un violino salì più alto dell’orchestra, palpitò disperatamente in una nota d’angoscia e ricadde, sommerso dall’onda di melodia travolgente degli altri. Fu sul punto di voltarsi ad abbracciare Paule. baciarla…immaginò di curvarsi su di lei, di sfiorarne le labbra, lei gli metteva le mani attorno al collo….Chiuse gli occhi.
Vedendo l’espressione di Simon, Paule si disse che doveva essere un melomane.
Ma subito una mano tremante cercò la sua. Se ne liberò con un gesto impaziente.
Dopo il concerto Simon la portò a prendere un cocktail: cioè una spremuta di pompelmo per lei, e per lui due dry………….

Françoise Sagan, Le piace Brahms?, Longanesi, 2010, p. 70

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Lampedusainfestival IX edizione – dal 30 settembre al 3 ottobre 2016

Lampedusa

La IX edizione del Lampedusainfestival sarà all’insegna del confronto e dell’inchiesta.

Abbandonata definitivamente la formula del premio cinematografico il Collettivo Askavusa ha deciso di chiamare sull’isola tutte le realtà nazionali e internazionali che stanno portando avanti ragionamenti e pratiche di lotta sui temi: Guerra, migrazioni e capitale. Lo scopo del confronto sarà quello di individuare una linea comune sul piano teorico e ragionare su una serie di iniziative coordinate e condivise.

Una parte degli incontri sarà dedicata alle problematiche specifiche dell’isola di Lampedusa attraverso la proiezione dei documentari di Libera Espressione – Lampedusa on line e delle discussioni che ne seguiranno.

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Per coloro che vogliono proporre degli interventi e per informazioni scrivere ad askavusa@gmail.com

https://askavusa.wordpress.com/2016/06/23/lampedusainfestival-ix-ed-dal-30-settembre-al-3-ottobre-a-lampedusa/

malos mannaja: Mustang

mustang
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Mustang (2015) regia di Deniz Gamze Ergüven, recensione

Mustang è un film in cui indubbiamente si parla della condizione di cinque sorelle orfane nel nord della Turchia e per estensione della condizione delle donna in Turchia e nel mondo (argomento scomodo, troppo spesso dimenticato o cavalcato per ragioni politiche). Eppure si confronta con la materia usando soprattutto come chiave di lettura la fisicità dei corpi, intesi come strumenti di contatto e di interazione tangibile con l’altro e col mondo. Dunque, senza erotismi proto-hollywoodiani o denunce porno-intellettualoidi, la cinepresa si muove con piglio quasi etologico, filmando le cinque sorelle: volti, grovigli di gambe, di lunghi capelli e chilometri quadri di pelle per mettere a nudo la realtà dell’essere vivi. Nessuna malizia, nessuna assoluzione o condanna, semplicemente la volontà di fare piazza pulita delle sovrastrutture culturali che ci impediscono di riconoscerci nel guardaci allo specchio: questo siamo, mammiferi a sangue *caldo*, punto. Ed ecco che, a inevitabile corollario, lo spettatore viene colpito e affondato, (ri)scoprendosi più vulnerabile all’esperienza tattile che a quella visiva (non è forse vero che quando perdiamo un affetto ciò che più ci strazia è il fatto di non poter più stringere/abbracciare il defunto?). In tal senso, Mustang è un potente antidoto alla virtualizzazione estrema della nostra vita di relazione in epoca di social networks, un benefico elettroshock a fior di pelle, capace di risvegliare ricordi d’infanzia di indurci a cercare il conforto della mano di chi è accanto a noi in sala.
Sempre in tal senso, Mustang ci restituisce non tanto l’innocenza degli “occhi bambini”, quanto la spietata umanità degli occhi bambini nel *punto di flesso* in cui “trapassano” all’adolescenza: carne e pensiero in attiva ebollizione, i cinque sensi che si ribellano al senso della vita, il minimo scarto che può separare la vita (Lale) dalla morte (Ece) e molto altro.
Insomma davvero un ottimo film, da vivere più che da vedere, lasciandosi guidare dalla voce narrante della più piccola delle cinque sorelle verso un altrove che è ancora indiscutibilmente tutto da scrivere. Nota particolare anche per la recitazione potente, corale (quasi che le cinque protagoniste fossero parte di un unico corpo) delle giovani attrici, d’una bravura davvero non comune.

 

 

Torino Mad Pride (Ricordando Simone Sandretti)

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Simone Sandretti

TORINO MAD PRIDE

11 giugno 2016 – ore 14 – Piazza Carlo Felice, Torino

Sabato 11 giugno 2016, per il quinto anno consecutivo, tornerà a sfilare per le strade di Torino il Mad Pride, la manifestazione che dal 2012 – caso unico in Italia – porta gli utenti psichiatrici a rivendicare il diritto “di vivere il proprio disagio psichico senza per questo essere emarginati, sedati o rinchiusi”.

Oltre a commemorare il fondatore del movimento, Simone Sandretti (scomparso nel febbraio scorso), quest’anno il Torino Mad Pride sarà occasione per chiedere alle istituzioni italiane il riconoscimento della figura dell’Utente esperto all’interno dei servizi di psichiatria.

Nelle parole degli stessi promotori del movimento, “si tratta di un’idea rivoluzionaria e controversa: ovvero che gli utenti della salute mentale possano, al pari di quanto accaduto nell’ambito delle tossicopendenze, diventare operatori nel loro settore e quindi farsi mediatori tra la psichiatria e i matti. L’esperienza del dolore che i matti conoscono li rende portatori di un bagaglio emotivo irriproducibile, che andrebbe finalmente riconosciuto”.

Con l’emergere del problema sempre più pressante delle “morti da T.S.O.”, la figura dell’“Utente esperto” è divenuta oggetto di sperimentazioni in ambito socio-sanitario, la più recente delle quali avviata nei distretti Asl delle province di Milano, Como, Varese e Pavia. Nel marzo del 2014, inoltre, una proposta di legge presentata in parlamento ne propose l’introduzione all’interno dei servizi di psichiatria.

Già allora in realtà, in via informale e clandestina, i promotori del Torino Mad Pride avevano da tempo iniziato a fare qualcosa di molto simile, come raccontato in un articolo pubblicato lo scorso marzo su Vice News. “Quando cominciammo a riunirci,” ha raccontato Simone Sandretti, “ci trovammo di fronte a persone che riferivano problemi molto concreti. C’era chi rischiava un nuovo T.S.O., o magari doveva ridiscutere la terapia con lo psichiatra competente, sentendo di non avere alcun potere contrattuale. Così, iniziammo a intervenire in alcune di quelle situazioni. E ci accorgemmo che la cosa poteva funzionare”. Negli anni seguenti, a volte con l’aiuto di psicologi e operatori, partecipanti al Torino Mad Pride sono intervenuti in situazioni critiche, come ricoveri, crisi psicotiche e tentativi di suicidio, non di rado evitando che queste degenerassero come, invece, accaduto nel caso di Andrea Soldi.

L’11 giugno, quegli stessi promotori scenderanno in piazza per chiedere – per sé stessi e per chiunque voglia prendersene l’onere e l’onore – di poter essere formati per iniziare ufficialmente a fare ciò che per anni hanno fatto in via ufficiosa.

L’organizzazione offre assistenza per l’ospitalità notturna per chi arriva da fuori Piemonte. Per informazioni scrivere a: torinomadpride@gmail.com RICHIESTA OSPITALITA’

Per maggiori informazioni sulle attività del Torino Mad Pride, potete visualizzare MATTI A COTTIMO – Strategie di sopravvivenza il documentario girato da Simone Sandretti e Mauro de Fazio, menzione speciale al festival della salute mentale “Lo Spiraglio” di Roma.

EVENTO DELLA MANIFESTAZIONE PRESENTE SU FACEBOOK

TORINO MAD PRIDE

TEL. 327 – 2429206
www.madpridesito.jimbo.com
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Facebook profilo Mattia Cottimo
MATTI A COTTIMO
TEL. 334 – 7642250
www.mattiacottimo.net
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Lettera di Pasolini a Pannella

 

 

Riportiamo il testo dell’intervento che Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito radicale del novembre 1975, due giorni prima di essere ucciso, per ricordare Marco Pannella, spentosi oggi, 19 maggio 2016.

Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare – magari con un occhio a Wittgenstein – la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall’uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale.

Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un’autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani; e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità, per esempio, dei radicali.

Paragrafo primo

A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano. C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli). D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori. E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.

Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani. Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente direi, apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi (…)

Paragrafo secondo

Disobbedendo alla distorta volontà degli storici e dei politici di mestiere, oltre che a quella delle femministe romane – volontà che mi vorrebbe confinato in Elicona esattamente come i mafiosi a Ustica – ho partecipato una sera di questa estate a un dibattito politico in una città del Nord. Come sempre poi succede, un gruppo di giovani ha voluto continuare il dibattito anche per strada, nella serata calda e piena di canti. Tra questi giovani c’era un greco. Che era, appunto, uno di quegli estremisti marxisti “simpatici” di cui parlavo. Sul suo fondo di piena simpatia, si innestavano però manifestamente tutti i più vistosi difetti della retorica e anche della sottocultura estremistica. Era un “adolescente” un po’ laido nel vestire; magari anche addirittura un po’ scugnizzo: ma, nel tempo stesso, aveva una barba di vero e proprio pensatore, qualcosa tra Menippo e Aramis; ma i capelli , lunghi fino alle spalle, correggevano l’eventuale funzione gestuale e magniloquente della barba, con qualcosa di esotico e irrazionale: un’allusione alla filosofia braminica, all’ingenua alterigia dei gurumparampara. Il giovane greco viveva questa sua retorica nella più completa assenza di autocritica: non sapeva di averli, questi suoi segni così vistosi, e in questo era adorabile esattamente come coloro che non sanno di avere diritti… Tra i suoi difetti vissuti così candidamente, il più grave era certamente la vocazione a diffondere tra la gente (“un po’ alla volta”, diceva: per lui la vita era una cosa lunga, quasi senza fine) la coscienza dei propri diritti e la volontà di lottare per essi. Ebbene; ecco l’enormità, come l’ho capita in quello studente greco, incarnata nella sua persona inconsapevole. Attraverso il marxismo, l’apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese – l’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. E’ un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti). Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano – in questa guerra civile mascherata – rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello. Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell’invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria “puri”, in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti.

Intendiamoci: lo studente greco che qui ho preso a simbolo era a tutti gli effetti (salvo rispetto a una feroce verità) un “puro” anche lui, come i poveri. E questa “purezza” ad altro non era dovuta che al “radicalismo” che era in lui.

Paragrafo terzo

Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i “diritti civili” che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un’ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti – oppure laica in Francia – hanno assunto una colorazione classista. L’italianizzazione socialista dei “diritti civili” non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l’estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L’estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni. L’estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l’identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese. La tragedia degli estremisti consiste così nell’aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.

Paragrafo quarto

In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? E’ abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un’altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche – come dire? – razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei consumi.

Paragrafo quinto

Tutti sanno che gli “sfruttatori” quando (attraverso gli “sfruttati”) producono merce, producono in realtà umanità (rapporti sociali). Gli “sfruttatori” della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali). Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell’alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all’economia e alla cultura del capitalismo un’alternativa, ma, appunto, un’alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente. In fondo il “rapporto sociale” che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diverso da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell’industria: e comunque si tratta di “rapporti sociali” che si sono dimostrati ugualmente modificabili. Ma se la seconda rivoluzione industriale – attraverso le nuove immense possibilità che si è data – producesse da ora in poi dei “rapporti sociali” immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia. Da questo punto di vista le prospettive del capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d’uomo: ma l’umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei “rapporti sociali” immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clericofascismo un nuovo tecnofascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo), sia, com’è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all’utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.

Paragrafo sesto

Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: l’alterità non è solo nella coscienza di classe e nella lotta rivoluzionaria marxista. L’alterità esiste anche di per sé nell’entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orribilmente patisce) la sua concretezza, la sua fattualità. Ciò che è, e l’altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino a oggi, del marxismo: rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, abrogata, come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E’ ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche – ed è tutto dire – di fascisti.

Paragrafo settimo

I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C’è un’alterità che riguarda la maggioranza e un’alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell’aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza. A proposito della difesa generica dell’alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell’aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò – e voi lo sapete benissimo – costituisce un grande pericolo. Per voi – e voi sapete benissimo come reagire – ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l’adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti – di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento – i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti… Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici (…)

Paragrafo ottavo

So che sto dicendo delle cose gravissime. D’altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto – in un momento di giusta euforia delle sinistre – quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova “trahison des clercs”: una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita. Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione “creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili”. Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera. Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili.

Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.