Maurizio Manzo: Adamo P. (Bollettini Indigeni)

bym-manzo_abitanti-via-stretta-fuori-al-sole
bym-manzo_abitanti-via-stretta-fuori-al-sole

ADAMO P.

Adamo P. non aveva mai sbattuto la porta di casa così forte, facendola traballare alle sue spalle e senza neanche voltarsi scese la rampa di scale, breve, che lo immetteva direttamente sulla piazza principale del paese e si mischiò alla gente.

Era furioso, quello che inizialmente gli sembrava una sensazione, strana, ma una sensazione, ormai era un vero e proprio sospetto: il signor Adamo P. aveva un sospetto, quasi una certezza.

La rabbia con cui chiuse la porta di casa, faceva pensare a qualche problema con i suoi conviventi; però tutti in paese sapevano che Adamo P. viveva da solo in quella casa, ereditata dai genitori alla loro morte.

Alcune persone notarono Adamo P. brontolare e agitarsi, mentre si dirigeva verso la strada che porta fuori paese, verso il bosco; altri riferivano nei bar che andava incontro a una donna, apparentemente più giovane di lui, Adamo aveva quasi sessant’anni, che viveva sugli alberi, ma questa può essere un’altra storia di cui parlare un altro giorno.

Adamo P. quella sera salì le scale in modo deciso. Si mise di sbieco e andò avanti con il lato destro, sul pianerottolo c’erano i calcinacci caduti quella mattina, dopo che aveva sbattuto la porta violentemente; li spostò unicamente con il piede destro.

Di fatto non sappiamo se il signor Adamo P. era destro o mancino, quella sera, in quel suo comportamento accorto, stava di guardia esclusivamente con il lato destro. Aprì la porta e la richiuse dolcemente; la casa presentava un ordine quasi maniacale, appoggiò le chiavi e appese il soprabito, sempre con la mano destra, accese le luci ed entrò nella sala da pranzo, il tavolo tondo era ricoperto di centrini fatti a mano, sui mobili non si contavano le cornici in argento con le foto che ritraevano i genitori nei vari periodi della loro vita, lui avanzava nella sala e si guardava attorno con delle espressioni tristi a volte compiaciute, ma più che altro nostalgiche.

Adamo P. aveva i tratti gentili della madre, ricordò che questo faceva arrabbiare spesso il padre, Raffaele P., che non gli manifestava mai un segnale di affetto, come se l’assenza di somiglianza gli impedisse di amarlo abbastanza, ma soprattutto di manifestarglielo. Il signor Adamo girava la stanza e toccava con la mano destra i volti ritratti nelle foto, il suo atteggiamento si faceva sempre più diffidente; ormai era chiaro, Adamo P., aveva un sospetto su sé stesso, era un paio di settimane che gli capitava di avere questa sensazione, ma ormai era una certezza. Questa, per così dire, lotta interna, lo rendeva furibondo, che vita era di non potersi fidare neanche di una parte di sé stessi?

La mattina della settimana seguente, la piazza principale del paese era più affollata e rumorosa del solito. La folla sembrava radunarsi proprio davanti alla casa del signor Adamo P., e questo nonostante la puzza tremenda sembrava arrivare proprio dalle scale della casa del signor Adamo.

Chi riuscì a vedere qualcosa, raccontò sconvolto di aver visto l’uomo completamente graffiato in volto e rattrappito sul lato sinistro; alcune stanze, a parte la sala da pranzo, tutte sottosopra e il tanfo di morte così forte che si poteva vedere.

 

Leonard Cohen: La croce (trad. Abele Longo)

Leonard Cohen
Leonard Cohen

La croce

Sono Teodoro poeta che
non sapeva né leggere né scrivere
Ormai vecchio per lavorare
facevo oggetti sacri
per negozi di souvenir
rompevo porte
allungavo le mani sulle donne
donne americane e di Parigi
Furono loro
a dire che ero un poeta
Non vi parlerò dei miei problemi
delle sciagure di mio figlio
della mia vita per mare
Ho scolpito croci
e come ogni altro
ho portato la mia
Ho fatto colpo sulle donne
pescato per loro
con maschera e fiocina
le ho nutrite
di ciò che mai avevano avuto
Se sei una donna
e al chiaro di luna
guardi tra i trucioli
del lavoro di quest’uomo
troverai lo spettro muscoloso
sulla strada di mare per Vlychos
Se sei un uomo
sentirai voci di donne
sulla stessa strada
come le ho sentite io
venire dall’acqua
e dalle barche
e capirai così la mia vita
sarai indulgente con la mia anima
mi accorderai il tuo perdono
Questa è la mia preghiera a colui
che mi ha foggiato da me stesso
Di fronte al vino lo confesso
a Leonardo mio amico ebreo
che prende nota
per quelli che verranno

– Kamini, Hydra, 1980 (da “Book of Longing”)
traduzione Abele Longo, 2016

The Cross

I am Theodoros
the poet who could not read or write
When I was too old to work
I made religious items
for the tourist shops
I broke down doors
and I put my hands on women
women from America and Paris
They were the ones
who said that I was a poet
I will not tell you about my problems
my son’s fall
or my life at sea
I carved crosses
and like everybody else
I carried one
I astonished women with my desire
I fished for them
with goggles and a spear
and I fed them
with what they had never eaten before
If you are a woman
and you follow the shavings
of this man’s effort
in the moonlight
you will see my muscled ghost
on the sea road to Vlychos
and if you are a man
on the same road
you will hear women’s voices
exactly as I heard them
coming from the water
coming from boats
and from in between the boats
and then surely
you will understand my life
and do a kindness to my soul
by forgiving me
I pray this to the one
who fashioned me out of myself
I confess this
over the wine
to Leonardos
my Hebrew friend
who writes it down
for those to come

– Kamini, Hydra, 1980 (from Book of Longing)

Ho sempre pensato al Teodoro di questa poesia, che scolpisce oggetti sacri per un negozio di souvenir, come a un ritratto dello stesso Leonard. Errabondo, malinconico, inquieto, perso tra tante donne… Adieu Leonard Cohen, grande poeta e cantore.
A. L.

malos mannaja – Premio Nobel per la genufletteratura: quando la cultura s’inchina al mercato.

Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)
Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)

Bob Dylan è un artista folk-rock conosciuto in tutto il mondo.

Al di là del mito, a fronte di due albums che sono vere e proprie pietre miliari della storia della musica (“Blonde on blonde” e “Highway 61 revisited”), va detto per amor di verità che il resto della produzione artistica di Dylan, specie quella post-1970 (da “Nashville skyline” in poi) naviga di conserva su un livello qualitativo spesso e volentieri addirittura imbarazzante (si ascoltino ad esempio “Saved”, “Self portrait”, “Down in the groove”, “Under the red sky” o “Together through life”, tutti albums di rara pochezza).

In ogni caso, mettendo da parte il solito tifo calcistico pro e contro dettato da opinioni e gusti musicali, un dato di fatto resta inoppugnabile: private del loro accompagnamento musicale, le lyrics di Bob Dylan denotano una “risonanza poetica” pressoché nulla. Inoltre, le produzioni strettamente letterarie di Dylan (“Tarantula” e affini) sono poco più di facezie se rapportate alle opere di autori del calibro di Pynchon, Lethem, Oats, De Lillo, Roth, Egan, O’Brien, giusto per rimanere nell’ambito di scrittori/scrittrici di nazionalità americana cui poteva essere assegnato il Nobel per la letteratura.

Detto questo, potrei anche non aggiungere altro: per una mia evidente tara mentale, il darwinismo sociale con annesso culto della competizione, mi appare poco più d’una ideologia sconclusionata ad uso e consumo della retorica neoliberista. Quindi, in ultima analisi, il fatto che vinca questo o quello, ovvero che il Nobel per la letteratura venga assegnato a Dylan o a mio cugino, finisce per lasciarmi piuttosto indifferente.

Mi affascina, invece, notare come in una società consumistica che si è consegnata alla signoria del mercato, gli schiavi convinti di essere liberi s’accodino gaudenti al banco macelleria, poggiando da soli la testa sul tagliere per congratularsi con la mannaia.

Ad esempio, il conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha ottenuto riscontri particolarmente positivi presso il grande pubblico. Il tenore dei commenti era il seguente: “milioni e milioni di persone hanno applaudito al riconoscimento; per contro solo una manciata di intellettuali smaniosi di farci sapere quanto sono colti, hanno storto il naso con spocchia in difesa dei templi noiosi e polverosi della letteratura alta”.

Ciò ha innescato alcune mie oblique riflessioni.

Nel mondomercato capitalista, l’unico soggetto giuridico che goda di diritti costituzionali è la merce, ogni cosa ha un prezzo e qualunque bisogno (innato o indotto) è parafrasato in termini di marketing. In tal senso il libro non fa certo eccezione e può essere classificato come manufatto da arredamento vintage a basso impatto commerciale. Fatti salvi i casi in cui uno scrittore è anche un sex symbol (tipo Baricco, per citare un esempio nostrano), i casi in cui uno scrittore è anche un feticcio politico (tipo Saviano, sempre per citare un esempio nostrano), o in casi in cui uno scrittore è anche un profeta (tipo la Bibbia o il Corano), la letteratura non è quasi mai un fenomeno di massa.

Ciò implica che, nonostante gli sforzi delle boutique del libro e dei romanzi da macelleria seriale (si legga a tal proposito “La libreria Feltribelli”), assai di rado un’opera letteraria è in grado di far accorrere torme di clienti riempiendo chiese, ipermercati, piazze o stadi. Ergo, in termini di “spendibilità” in senso lato (risonanza mediatica, ritorno d’immagine e consenso di pubblico) oltre che in senso stretto (valorizzazione del capitale umano), è evidente che è assai più funzionale assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un’icona “pop” di fama planetaria piuttosto che ad una realtà di nicchia per intellettuali. Brrr, in effetti che orrore essere un intellettuale! L’altro ieri ho sentito due tizi discutere in fila alle casse: “non sarai mica un intellettuale” – insinuava uno, “fanculo!” – replicava l’altro piccato per l’offesa ricevuta. La sensazione, dunque, è quella che anche la giuria del Nobel abbia sentito il bisogno di adeguarsi e giustificarsi: non emarginateci, non siamo degli intellettuali, anche noi siamo clienti da ipermercato, guardateci, siamo così pop! Altro che “scelta coraggiosa”, come suggerito da prezzolati opinionisti!!

Tali considerazioni vanno a braccetto col dato di fatto che, nel mondomercato capitalista, l’arte non ha alcuna finalità, in quanto l’unico fine riconosciuto è quello del profitto. In tal senso l’arte, come ogni merce, esiste ed è ammessa solo finché è uno strumento utile a produrre guadagni in modo diretto o indiretto. In una realtà siffatta, la vera letteratura non solo è poco redditizia, ma ha tutte le potenzialità per essere il linguaggio artistico più subdolo e pericoloso in assoluto (si veda in tal senso la mutazione genetica di “1984” di Orwell, romanzo anticomunista finanziato dalla CIA che oggi finisce per denunciare gli orrori dell’impero globale del suo principale antagonista, il capitalismo; si vedano, inoltre, alcuni romanzi più recenti “Fight Club” e “Invisible Monsters” di Palahniuk, “Globalia” di Rufin, “Logoland” di Barry, “Profit” di Morgan e “Lire 26900” di Beigbeder). Quindi, secondo una logica di mercato, assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un famoso cantante folk-rock è una bella trovata perché garantisce un’ottima *copertura mediatica* ed è socialmente e politicamente innocua. Parimenti, altra bella trovata capace di unire l’utile al dilettevole è stata quella di premiare nel 2015 la giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic, perché è doveroso inventarsi una grande scrittrice quando è utile ai media occidentali per strumentalizzare politicamente la notizia in senso anti-Lukashenko (alla vigilia delle elezioni in Bielorussia) e anti-Putin (riportando dichiarazioni della neopremiata del tipo: “Amo la Russia, ma non quella di Stalin e Putin”).

C’è poi un altro aspetto sostanziale su cui è opportuno riflettere: durante la lettura, il cervello umano allarga i confini del suo modo di pensare gettando le basi della sua evoluzione intellettuale (si veda in tal senso l’opera divulgativa della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf). Recenti studi di neuroimaging (Saygin et al. su Nature Neurosciences) dimostrano che non appena un bambino impara a leggere, il suo cervello si modifica sia fisiologicamente che intellettualmente, sviluppando l’abilità di collegare ed integrare fonti diverse di informazioni (visive, uditive, linguistiche e concettuali). Il famoso assioma di Cartesio “penso dunque sono” andrebbe pertanto integrato con “penso dunque leggo” e visto che a sua volta la letteratura è un potente strumento di interpretazione e assimilazione della realtà, otteniamo come corrispondenza biunivoca “leggo dunque penso”. Non a caso, lo scrittore/insegnante/critico letterario Aidan Chambers ha intitolato un suo ottimo saggio del 2001 “siamo quello che leggiamo”, sottolineando che più di ogni altra arte, la letteratura è un’attività culturale complessa che accresce l’intelligenza sociale di chi legge. Il che si aggiunge alla intrinseca pericolosità del libro in sé e per sé, rendendo anche il consumatore-lettore uno schiavo più pericoloso in quanto dotato di maggiori capacità critiche e d’insubordinazione (si veda in tal senso “Farenheit 451” di Ray Bradbury).

Non bastasse, altro elemento deprecabile della letteratura, è che leggere un libro è un’esperienza di slow food cerebrale, una full-immersion che richiede tempo e risorse mentali molto maggiori rispetto a sfogliare un quotidiano o ad ascoltare un album di musica folk-rock. Ciò è gravissimo, perché durante tutta la lettura di un romanzo, il consumatore non è in grado di comprare nient’altro né necessita di spazi o supporti mediatici a pagamento per espletare tale attività: nell’intimità e nel silenzio della propria stanza, si può leggere per ore e ore sfuggendo sia alle campagne pubblicitarie che alla grancassa mediatica di regime; nell’intimità e nel silenzio delle propria stanza, la voce dell’autore trascritta sulla pagina diventa la voce di chi legge e si può ancora provare a pensare e comunicare, nonché convincersi di esistere. Nel mondomercato capitalista, dunque, il libro è colpevole di sequestro di persona, poiché il tempo è denaro e leggere un libro fa perdere un sacco di tempo distraendo l’essere umano dalla sua principale funzione, quella di consumatore. E se è vero che negli anni sessanta, suonare e ascoltare musica rock poteva essere un atto di ribellione contro il sistema, oggi, la musica rock è parte integrante del mondo mercato dello show business, gestito “ad arte” dal capitale globalizzato. In tempi moderni, l’unico vero atto di ribellione contro il sistema, è quello di leggere un libro.

E allora, in un contesto sociale dove per il 95% della popolazione l’unico libro letto negli ultimi anni è il manuale di istruzioni dell’iPhone o del televisore ultraHD, perché il nobel dovrebbe andare controcorrente? L’esperienza insegna che chi va controcorrente e se ne frega del mercato, fa una brutta fine. Prendiamo ad esempio le parabole artistiche del suddetto Bob Dylan e di Syd Barrett, il geniale fondatore dei Pink Floyd: il primo, perfetto manager di se stesso, è arrivato addirittura al Nobel per la letteratura; il secondo, troppo scomodo per essere vendibile, è morto qualche anno fa, dimenticato da tutti, in perfetta solitudine. Cosa mancava a Barrett per essere universalmente riconosciuto come grande artista? Mmmm… forse il codice a Barrett?

Ma tu guarda il caso! Proprio Barrett scrisse in tempi non sospetti (era il lontano 1967!!) un brano dedicato a Dylan. Melodia ironicamente dylaniana, testo acutamente irriverente… un gioellino che potete leggere e ascoltare qui, cliccando su play

http://www.sydbarrett.com/bob-dylan-blues/

Riporto di seguito la traduzione di alcuni versi della canzone, lucidissimi nel riconoscere a Dylan encomiabili capacità di neuromarketing.

”Andando di città in città / riconosco di rattristare la gente / ma non me ne preoccupo troppo / perché ho la pancia e il portafoglio pieni / faccio un sacco di soldi / ma me li merito tutti: / ho un’anima e un cuore d’oro / quindi canto la guerra fredda / Perché sono un poeta / non lo sapevi?/ e il vento puoi soffiarlo tu / perché io sono Mr. Dylan, il re / e sono libero come un uccello in volo”

Già: un uomo libero nel libero mercato. Che altro aggiungere?

syd

Patty Schneider – La riscrittura del finale (Neobar eBooks)

Paolo Bazzani-sfilata Antonio Marras
Paolo Bazzani-sfilata Antonio Marras

“Questo mondo nuovo è un limes, un’area di confine, un guscio d’uovo (o una pelle di banana) accoccolato in un angolo, delimita  uno spazio ai margini del cosmo. La poesia contempla l’interno dell’uovo come se fosse l’esterno, e mette in relazione il fantasma del suo corpo (anche linguistico) disgregato con una sequenza di immagini vitali vissute nel tempo, come un film continuamente rimontato, “un film che si racconta nel film”.
Giancarlo Locarno

cliccare sul titolo qui di seguito: patty-schneider-la-riscrittura-del-finale

Daìta Martinez – la bottega di via alloro, la ragione di un titolo

Mi ha colpito fin da subito il titolo: La bottega di via alloro. “ La bottega” con ciò che richiama nel suo significato più antico di deposito e quello più recente, e già passato, di stanza di lavoro, luogo  di arti intime… e in ultimo la poesia; e quella di Daìta con il suo stupefacente intarsio in una lingua tutta sua, dall’italiano al palermitano (tanto simile al mio salentino, ma che ancora più s’impunta e incupisce sulle U). E poi “di via Alloro”, via di una città dell’anima, Palermo; di un’antica roccaforte, di giardini segreti nati oltre i muri di ruderi lasciati dai bombardamenti; e le sue meraviglie, l’arte più bella custodita nel palazzo  Abatellis (soffermarsi con un amico di fronte al Trionfo della morte, l’Annunciazione di Antonello). E ho chiesto a Daìta perché via Alloro…
Abele

. la bottega di via alloro . , la ragione di un titolo

lu cuppiteddu di calia e simenza s’affresca tra le dita di via alloro mentre il passo s’allenta a ogni scorcio di balata, una melodia asciutta e odorosa d’antico ha l’ombra sulle parole centrate da uno sbuffo di sole . si fa vicino il mare e il campanile dei giorni nascosti sotto il coperchio del cielo e c’è una donna indaffarata a concepire il profilo delle mura ca sunnu di li cattive murmurianu in lontananza i nassaioli di na vota assittati al tavolino dell’usuale bar, all’angolo di un bicchiere e di una sonnolenta partita di bastoni . iddi alluccanu curiosi lu passìu mentre ‘u ciatu s’allunga e s’inclina e dai gradini di torremuzza si porge dal viso la bottega, mai esistita, da sempre lì . l’incipit di una andatura intima che si fa vicenda, a una qualunque ora, sul costato di palermo . una tenda di cordicella e rafia in due punti protegge le spalle del ricordo come di quelle domeniche intese a conservare i buttigghi di pummaroru e la buona mescita del bucato che riposa nel ventre rigonfio dei balconi . la stessa donna indaffarata a concepire il profilo delle mura s’immagina sciogliere la trama incisa sulla porta in legno della sua visione edificata tra il rassetto degli scaffali e il passaggio ai cortili con un ramo bucato affamato di un tempo che adagia allo scrittoio una arteria da custodire .

{ ciuri pittati }

 

avissi a parrari ri chiddu ca nun c’haiu
quannu u ventu cala supra a chiazza
cu li mani azzannate e lu visu stancu

arrubavu

{ ciuri pittati }

pi nun moriri foddi
accussì comu na mennula cunsata
e m’addummisciu sutta u chiantu
‘n mezzu a chista grasta spizzuliata

*

 

| un comodino è pretesto di mezzo nel diaframma
deflessa moltiplicazione di stanza sospesa o poi
avvolta la sabbia capitata al sospetto degli scatti
avuti di sangue gli infissi sbucciati intorno ai piedi
scolpiti sui balconi al ridursi della scena nei vicoli
seguiti di alloro e le ringhiere fiorite sulla rotondità
della pancia incisa un momento torremuzza antica |

. la bottega di via alloro .

salsedine
era questo l’odore

rolla la pagina :

– manica
imprevista parentesi delle alghe

| graffe

vermiglie mani

non ho pelle
fino all’arrivo del rigo
sopra i capelli
guardo

 

. la bottega di via alloro .

un titolo
era questo il passo

abbozza il davanzale :

– bus
puntellato squarcio del disturbo

| strappato

angolo mancino

non ho ombra
fino all’interno della sedia
sopra i seni
sospendo

 

*

. allattari cu l’occhi
lu nidu du jardinu
appuiatu picciriddu
nto funnu di li vrazza .

*

. imparando a dimenticare il nome
un possibile è rimasto alla cornice
voltata a un cantico copriva acerba
la visione del basilico infilato

al cielo

ancora da cominciare parola la difesa
in ogni vuoto attorcigliato ai grani di
una catenella d’infanzia che era una
promessa il rame quando a dipingersi

bastavano

le tegole lasciate ad asciugare sulla sedia
e un pizzicotto di terra a sciogliersi sopra
le ferite arrivate domani all’imbrunire delle
ciglia più tardi la protesta e il tovagliolo

piegato nella cura

del cotone quasi a strappare le mani per il troppo
buio o per la lingua che non ha l’intenzione dei panieri
sul cortile nei giorni tagliati dietro la persiana incipriata d’alloro
o nascono solo dei minuti appesi al silenzio della porta con davanti

un dondolo

immaginato lento a una pignata
e
g i r a g i r a g i r a
mentre a credere è l’acqua .

( daìta martinez )

Sulla Bottega di via Alloro:

http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/741-Daita-Martinez-La-bottega-di-Via-Alloro,-nota-di-Rita-Pacilio.html

https://larosainpiu.wordpress.com/2016/09/17/daita-martinez-la-bottega-di-via-alloro-nota-di-emilio-paolo-taormina/

http://www.poesia2punto0.com/2014/05/10/poesia-condivisa-n-22-la-bottega-di-via-alloro-di-daita-martinez/

Fausta Genziana Le Piane: Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan
Françoise Sagan

Buongiorno Françoise Sagan…

Françoise Sagan, pseudonimo di Françoise Quoirez, divenne famosa con “Bonjour tristesse”, “Buongiorno tristezza”, pubblicato nel 1954, trasposto al cinema con interpreti quali David Niven e Jean Seberg.

Il successo di questa ragazza di diciotto anni creava il “mito Sagan”. L’adolescente Cécile – eroina del romanzo – scopre, in un mondo malato, la noia di vivere, la tristezza esistenziale. Certo, non si può negare alla scrittrice di aver svolto il ruolo di testimone di una certa gioventù degli anni 1950 sempre in cerca di non si sa quale felicità, e priva di ogni illusione. Il successo del libro significa che la Sagan ha toccato il punto debole di una generazione che – dopo aver distrutto ogni tradizione – si trovava a disagio in un mondo deperibile.

Ricordiamo che è del 1955 il celebre film “Gioventù bruciata” diretto da Nicholas Ray ed interpretato da James Dean. Il titolo originale del film, Rebel Without A Cause, è un riferimento al libro del 1944 dello psichiatra Robert Lidner: Ribelle senza causa: analisi di uno psicopatico criminale.

Dopo questo successo fulminate, Françoise Sagan ha continuato a scrivere, con lo stesso disincanto dei suoi primi personaggi. Nei suoi libri (o nelle sue opere teatrali) si ritrova la stessa noia metafisica, la stessa lucidità disincantata, la stessa mediocrità.

 

Date di una vita

1935                            nasce a Cajarl (Lot)

1951-1952                   studi irregolari

1954                            Bonjour tristesse (Premio delle critiche)

1956                            Un certain sourire

1957                            Dans un mois dans un an

1959                            Aimez-vous Brahms?

1960                            Le château an Suède (opera teatrale)

1961                            Les merveilleux nuages. Les violons par fois…(opera teatrale)

1963                            La robe neuve de Valentine (opera teatrale)

1965                            La chamade (romanzo). L’écharde (opera teatrale)

1966                            Le cheval évanoui (opera teatrale)

1970                            Un peu de soleil dans l’eau froide

1972                            Des bleus à l’âme.

 

Aimez-vous Brahms? Le piace Brahms?

E’ il racconto di una solitudine: Paule (39 anni) è sentimentalmente legata a Roger, un uomo della sua età. Sotto le sembianze di Simon, ragazzo di 25 anni, l’amore entra nella sua vita. Ma la donna matura non si lascia ubriacare dal profumo di giovinezza di questa avventura e finirà col scegliere un sentimento sicuro; tornerà al primo amore, più confortevole nella sua abitudine. Le tentazioni, i dubbi, le lacerazioni di Paule sono accompagnati da una sinfonia di Brahms: è la musica ascoltata la prima volta che Simon ha invitato Paule ed è la prima domanda che lui le ha fatto: “Aimez-vous Brahms?” Anche da questo romanzo fu tratto un film interpretato da Ingrid Bergman, Yves Montand e Anthony Perkins che ebbe il premio al 14° Festival di Cannes per la migliore interpretazione maschile.

LA MUSICA DI BRAHMS

Capitolo sesto

Svegliandosi, la domenica, Paule trovò un biglietto infilato sotto la porta, uno di quei messaggi che una volta venivano detti poeticamente bleu, e che Paule trovò poetico perché il sole, riapparso nel cielo così terso di novembre, riempiva la sua camera di ombre e di luci piene di calore. “C’è un bellissimo concerto alle sei, alla sala Pleyel”, scriveva Simon.
“Le piace Brahms? Le chiedo scusa per ieri.”
Paule sorrise. Sorrise per la seconda frase: “le piace Brahms?
Era proprio il genere di domande che le facevano i ragazzi quando aveva diciassette anni.
Naturalmente, anche in seguito le facevano domande del genere, ma non aspettavano risposta. In quel suo ambiente, e a quell’età, chi ascoltava mai qualcuno? Ma poi, le piaceva Brahms?
Aprì il grammofono, frugò tra i dischi, e sul rovescio di una ouverture di Wagner che sapeva a memoria trovò un concerto di Brahms che non aveva mai ascoltato.
A Roger piaceva Wagner. Diceva: “E’ bello, fa rumore, questa è musica.”
Mise su il concerto, trovò romantico l’inizio e si dimenticò di ascoltarlo sino alla fine.
Se ne accorse quando la musica finì e le fece rabbia.
Adesso, ci metteva sei giorni per leggere un libro, non ritrovava mai la pagina, dimenticava anche la musica.
La sua attenzione ormai era polarizzata da campionari di tessuti, e da un uomo che non c’era mai.
Si stava perdendo? Perdeva le proprie tracce, non si sarebbe ritrovata mai.
“Le piace Brahms?” Restò un attimo davanti alla finestra aperta, ricevette il sole negli occhi e ne restò abbagliata. E le sembrò che quella breve domanda: “Le piace Brahms?” rivelasse improvvisamente, un’immensa dimenticanza: tutto quello che lei aveva dimenticato, tutte le domande che aveva deliberatamente evitato di rivolgersi.
“le piace Brahms?”. Ma le piaceva ancora qualcosa, oltre se stessa e la sua esistenza?
Beninteso, diceva che le piaceva Stendhal, sapeva che le piaceva. Ecco quella era la parola giusta: lo sapeva. Forse con tutta semplicità, sapeva che le piaceva Roger.
Cose buone ed acquisite, punti di riferimento sicuri. Ebbe voglia di parlare a qualcuno, come ne aveva voglia a vent’anni.
Chiamò Simon. Ancora non sapeva cosa dirgli. Probabilmente: “Non so se mi piace Brahms, non credo.” Non sapeva se sarebbe andata a quel concerto. Dipendeva da quello che avrebbe detto lui, dalla sua voce: esitava e trovava piacevole quell’esitazione.

Ma Simon era fuori, faceva colazione in campagna, sarebbe passato da casa alle cinque, per cambiarsi.
Paule riagganciò, Intanto aveva deciso di andare al concerto. Diceva fra sè: “Non ci vado per Simon, ma per la musica. Finirò per andarci tutte le domeniche, se l’atmosfera non è odiosa, nel pomeriggio; è un’ottima occupazione per una donna sola”.
E intanto deplorava che fosse domenica e non potesse precipitarsi subito in un negozio a comperare quei Mozart che le piacevano, e qualche Brahms.
Aveva solo paura che Simon le tenesse la mano durante il concerto; lo temeva proprio perché se lo aspettava, e la conferma di ciò che la sua fantasia attendeva la colmava sempre di una noia mortale.
Le era piaciuto Roger anche per questo.
Perché era sempre imprevisto, sempre un po’ sfasato in tutte le situazioni già scontate.
Alle sei alla Sala Pleyel, Paule si trovò presa nella folla e rischiò di non vedere Simon, che le porse il biglietto senza dire niente. Fecero le scale di corsa, in una baraonda di gente.
la sala era immensa, tetra; l’orchestra offriva come preambolo dei suoni particolarmente discordanti , come per far meglio apprezzare al pubblico, poi, il miracolo dell’armonia musicale.
Paule si voltò verso il suo vicino: “Non sapevo se mi piaceva Brahms.” “E io non sapevo se sarebbe venuta,” disse Simon “Le assicuro che non m’importa se le piace Brahms o no”.
“Com’era la campagna?”
Simon la guardò stupito.
“Ho telefonato a casa,” disse Paule, “per dirle che….accettavo.”
“Avevo così paura che telefonasse per dire di no, o che non telefonasse, che sono andato via,” disse Simon.
“Era bella la campagna? Dove è andato?”
Provava un piacere triste nell’immaginare la collina di Houdan nella luce della sera: le sarebbe piaciuto che Simon ne parlasse. A quell’ora si sarebbe fermata a Septeuil con Roger, avrebbero camminato insieme sulla stessa strada, sotto gli alberi rossi.
“Sono andato un po’ in giro,” disse Simon. “Non ho guardato i nomi. Adesso sta per cominciare.”
Il pubblico applaudiva, il direttore d’orchestra salutava, alzava la bacchetta, Paule e Simon si lasciarono scivolare nella poltrona, con le altre duemila persone.
Era una sinfonia che Simon credeva di riconoscere, un po’ patetica, un po’ troppo patetica in certi momenti. Sentiva il gomito di Paule contro il suo, e quando l’orchestra saliva, lui ne seguiva l’impeto; ma, appena la musica illanguidiva, tornava ad essere cosciente della tosse dei vicini, della forma del cranio di uno seduto due file più avanti, e soprattutto della rabbia che aveva in corpo.

In campagna, in un albergo vicino a Houdan, aveva incontrato Roger, Roger con una ragazza. Si era alzato, aveva salutato Simon, ma non l’aveva presentato.
“Non facciamo che incontrarci, non le pare?”
Simon sorpreso, non aveva detto niente. Lo sguardo di Roger lo minacciava, gli ordinava di non parlare di quell’incontro. Non era, grazie a Dio, lo sguardo complice di un donnaiolo a un altro donnaiolo. Era uno sguardo furibondo. Simon non aveva risposto.
Non aveva paura di Roger, aveva paura di far soffrire Paule. Si giurava che non sarebbe mai successo niente di male a quella donna per colpa sua.
Per la prima volta sentiva il desiderio di interporsi tra qualcuno e la sventura.
Lui che si stancava così in fretta delle sue amiche, che si spaventava delle loro confidenze, dei loro segreti, di quel loro accanimento nel volergli far recitare ad ogni costo la parte del maschio protettore, lui così abituato a sottrarsi e a fuggire, adesso aveva voglia di voltarsi indietro e di aspettare. Ma aspettare che cosa? Che quella donna capisse di amare un farabutto: ce ne sarebbe voluto del tempo….Forse era triste, forse pensava a Roger ed al suo modo di fare, forse ne conosceva i difetti.
Un violino salì più alto dell’orchestra, palpitò disperatamente in una nota d’angoscia e ricadde, sommerso dall’onda di melodia travolgente degli altri. Fu sul punto di voltarsi ad abbracciare Paule. baciarla…immaginò di curvarsi su di lei, di sfiorarne le labbra, lei gli metteva le mani attorno al collo….Chiuse gli occhi.
Vedendo l’espressione di Simon, Paule si disse che doveva essere un melomane.
Ma subito una mano tremante cercò la sua. Se ne liberò con un gesto impaziente.
Dopo il concerto Simon la portò a prendere un cocktail: cioè una spremuta di pompelmo per lei, e per lui due dry………….

Françoise Sagan, Le piace Brahms?, Longanesi, 2010, p. 70