Bob Dylan/Malos Mannaja

malos mannaja – Premio Nobel per la genufletteratura: quando la cultura s’inchina al mercato.

Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)

Bob Dylan riceve la medaglia presidenziale della libertà (maggio 2012)

Bob Dylan è un artista folk-rock conosciuto in tutto il mondo.

Al di là del mito, a fronte di due albums che sono vere e proprie pietre miliari della storia della musica (“Blonde on blonde” e “Highway 61 revisited”), va detto per amor di verità che il resto della produzione artistica di Dylan, specie quella post-1970 (da “Nashville skyline” in poi) naviga di conserva su un livello qualitativo spesso e volentieri addirittura imbarazzante (si ascoltino ad esempio “Saved”, “Self portrait”, “Down in the groove”, “Under the red sky” o “Together through life”, tutti albums di rara pochezza).

In ogni caso, mettendo da parte il solito tifo calcistico pro e contro dettato da opinioni e gusti musicali, un dato di fatto resta inoppugnabile: private del loro accompagnamento musicale, le lyrics di Bob Dylan denotano una “risonanza poetica” pressoché nulla. Inoltre, le produzioni strettamente letterarie di Dylan (“Tarantula” e affini) sono poco più di facezie se rapportate alle opere di autori del calibro di Pynchon, Lethem, Oats, De Lillo, Roth, Egan, O’Brien, giusto per rimanere nell’ambito di scrittori/scrittrici di nazionalità americana cui poteva essere assegnato il Nobel per la letteratura.

Detto questo, potrei anche non aggiungere altro: per una mia evidente tara mentale, il darwinismo sociale con annesso culto della competizione, mi appare poco più d’una ideologia sconclusionata ad uso e consumo della retorica neoliberista. Quindi, in ultima analisi, il fatto che vinca questo o quello, ovvero che il Nobel per la letteratura venga assegnato a Dylan o a mio cugino, finisce per lasciarmi piuttosto indifferente.

Mi affascina, invece, notare come in una società consumistica che si è consegnata alla signoria del mercato, gli schiavi convinti di essere liberi s’accodino gaudenti al banco macelleria, poggiando da soli la testa sul tagliere per congratularsi con la mannaia.

Ad esempio, il conferimento del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha ottenuto riscontri particolarmente positivi presso il grande pubblico. Il tenore dei commenti era il seguente: “milioni e milioni di persone hanno applaudito al riconoscimento; per contro solo una manciata di intellettuali smaniosi di farci sapere quanto sono colti, hanno storto il naso con spocchia in difesa dei templi noiosi e polverosi della letteratura alta”.

Ciò ha innescato alcune mie oblique riflessioni.

Nel mondomercato capitalista, l’unico soggetto giuridico che goda di diritti costituzionali è la merce, ogni cosa ha un prezzo e qualunque bisogno (innato o indotto) è parafrasato in termini di marketing. In tal senso il libro non fa certo eccezione e può essere classificato come manufatto da arredamento vintage a basso impatto commerciale. Fatti salvi i casi in cui uno scrittore è anche un sex symbol (tipo Baricco, per citare un esempio nostrano), i casi in cui uno scrittore è anche un feticcio politico (tipo Saviano, sempre per citare un esempio nostrano), o in casi in cui uno scrittore è anche un profeta (tipo la Bibbia o il Corano), la letteratura non è quasi mai un fenomeno di massa.

Ciò implica che, nonostante gli sforzi delle boutique del libro e dei romanzi da macelleria seriale (si legga a tal proposito “La libreria Feltribelli”), assai di rado un’opera letteraria è in grado di far accorrere torme di clienti riempiendo chiese, ipermercati, piazze o stadi. Ergo, in termini di “spendibilità” in senso lato (risonanza mediatica, ritorno d’immagine e consenso di pubblico) oltre che in senso stretto (valorizzazione del capitale umano), è evidente che è assai più funzionale assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un’icona “pop” di fama planetaria piuttosto che ad una realtà di nicchia per intellettuali. Brrr, in effetti che orrore essere un intellettuale! L’altro ieri ho sentito due tizi discutere in fila alle casse: “non sarai mica un intellettuale” – insinuava uno, “fanculo!” – replicava l’altro piccato per l’offesa ricevuta. La sensazione, dunque, è quella che anche la giuria del Nobel abbia sentito il bisogno di adeguarsi e giustificarsi: non emarginateci, non siamo degli intellettuali, anche noi siamo clienti da ipermercato, guardateci, siamo così pop! Altro che “scelta coraggiosa”, come suggerito da prezzolati opinionisti!!

Tali considerazioni vanno a braccetto col dato di fatto che, nel mondomercato capitalista, l’arte non ha alcuna finalità, in quanto l’unico fine riconosciuto è quello del profitto. In tal senso l’arte, come ogni merce, esiste ed è ammessa solo finché è uno strumento utile a produrre guadagni in modo diretto o indiretto. In una realtà siffatta, la vera letteratura non solo è poco redditizia, ma ha tutte le potenzialità per essere il linguaggio artistico più subdolo e pericoloso in assoluto (si veda in tal senso la mutazione genetica di “1984” di Orwell, romanzo anticomunista finanziato dalla CIA che oggi finisce per denunciare gli orrori dell’impero globale del suo principale antagonista, il capitalismo; si vedano, inoltre, alcuni romanzi più recenti “Fight Club” e “Invisible Monsters” di Palahniuk, “Globalia” di Rufin, “Logoland” di Barry, “Profit” di Morgan e “Lire 26900” di Beigbeder). Quindi, secondo una logica di mercato, assegnare il premio Nobel per la letteratura ad un famoso cantante folk-rock è una bella trovata perché garantisce un’ottima *copertura mediatica* ed è socialmente e politicamente innocua. Parimenti, altra bella trovata capace di unire l’utile al dilettevole è stata quella di premiare nel 2015 la giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic, perché è doveroso inventarsi una grande scrittrice quando è utile ai media occidentali per strumentalizzare politicamente la notizia in senso anti-Lukashenko (alla vigilia delle elezioni in Bielorussia) e anti-Putin (riportando dichiarazioni della neopremiata del tipo: “Amo la Russia, ma non quella di Stalin e Putin”).

C’è poi un altro aspetto sostanziale su cui è opportuno riflettere: durante la lettura, il cervello umano allarga i confini del suo modo di pensare gettando le basi della sua evoluzione intellettuale (si veda in tal senso l’opera divulgativa della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf). Recenti studi di neuroimaging (Saygin et al. su Nature Neurosciences) dimostrano che non appena un bambino impara a leggere, il suo cervello si modifica sia fisiologicamente che intellettualmente, sviluppando l’abilità di collegare ed integrare fonti diverse di informazioni (visive, uditive, linguistiche e concettuali). Il famoso assioma di Cartesio “penso dunque sono” andrebbe pertanto integrato con “penso dunque leggo” e visto che a sua volta la letteratura è un potente strumento di interpretazione e assimilazione della realtà, otteniamo come corrispondenza biunivoca “leggo dunque penso”. Non a caso, lo scrittore/insegnante/critico letterario Aidan Chambers ha intitolato un suo ottimo saggio del 2001 “siamo quello che leggiamo”, sottolineando che più di ogni altra arte, la letteratura è un’attività culturale complessa che accresce l’intelligenza sociale di chi legge. Il che si aggiunge alla intrinseca pericolosità del libro in sé e per sé, rendendo anche il consumatore-lettore uno schiavo più pericoloso in quanto dotato di maggiori capacità critiche e d’insubordinazione (si veda in tal senso “Farenheit 451” di Ray Bradbury).

Non bastasse, altro elemento deprecabile della letteratura, è che leggere un libro è un’esperienza di slow food cerebrale, una full-immersion che richiede tempo e risorse mentali molto maggiori rispetto a sfogliare un quotidiano o ad ascoltare un album di musica folk-rock. Ciò è gravissimo, perché durante tutta la lettura di un romanzo, il consumatore non è in grado di comprare nient’altro né necessita di spazi o supporti mediatici a pagamento per espletare tale attività: nell’intimità e nel silenzio della propria stanza, si può leggere per ore e ore sfuggendo sia alle campagne pubblicitarie che alla grancassa mediatica di regime; nell’intimità e nel silenzio delle propria stanza, la voce dell’autore trascritta sulla pagina diventa la voce di chi legge e si può ancora provare a pensare e comunicare, nonché convincersi di esistere. Nel mondomercato capitalista, dunque, il libro è colpevole di sequestro di persona, poiché il tempo è denaro e leggere un libro fa perdere un sacco di tempo distraendo l’essere umano dalla sua principale funzione, quella di consumatore. E se è vero che negli anni sessanta, suonare e ascoltare musica rock poteva essere un atto di ribellione contro il sistema, oggi, la musica rock è parte integrante del mondo mercato dello show business, gestito “ad arte” dal capitale globalizzato. In tempi moderni, l’unico vero atto di ribellione contro il sistema, è quello di leggere un libro.

E allora, in un contesto sociale dove per il 95% della popolazione l’unico libro letto negli ultimi anni è il manuale di istruzioni dell’iPhone o del televisore ultraHD, perché il nobel dovrebbe andare controcorrente? L’esperienza insegna che chi va controcorrente e se ne frega del mercato, fa una brutta fine. Prendiamo ad esempio le parabole artistiche del suddetto Bob Dylan e di Syd Barrett, il geniale fondatore dei Pink Floyd: il primo, perfetto manager di se stesso, è arrivato addirittura al Nobel per la letteratura; il secondo, troppo scomodo per essere vendibile, è morto qualche anno fa, dimenticato da tutti, in perfetta solitudine. Cosa mancava a Barrett per essere universalmente riconosciuto come grande artista? Mmmm… forse il codice a Barrett?

Ma tu guarda il caso! Proprio Barrett scrisse in tempi non sospetti (era il lontano 1967!!) un brano dedicato a Dylan. Melodia ironicamente dylaniana, testo acutamente irriverente… un gioellino che potete leggere e ascoltare qui, cliccando su play

http://www.sydbarrett.com/bob-dylan-blues/

Riporto di seguito la traduzione di alcuni versi della canzone, lucidissimi nel riconoscere a Dylan encomiabili capacità di neuromarketing.

”Andando di città in città / riconosco di rattristare la gente / ma non me ne preoccupo troppo / perché ho la pancia e il portafoglio pieni / faccio un sacco di soldi / ma me li merito tutti: / ho un’anima e un cuore d’oro / quindi canto la guerra fredda / Perché sono un poeta / non lo sapevi?/ e il vento puoi soffiarlo tu / perché io sono Mr. Dylan, il re / e sono libero come un uccello in volo”

Già: un uomo libero nel libero mercato. Che altro aggiungere?

syd

6 thoughts on “malos mannaja – Premio Nobel per la genufletteratura: quando la cultura s’inchina al mercato.

  1. “Mi affascina, invece, notare come in una società consumistica che si è consegnata alla signoria del mercato, gli schiavi convinti di essere liberi s’accodino gaudenti al banco macelleria, poggiando da soli la testa sul tagliere per congratularsi con la mannaia.”

    Tagliente come sempre, malos, che getta con questo saggio luce sul dylan/non dylan debate (si veda anche https://neobar.wordpress.com/2016/10/14/plinio-perilli-i-menestrelli-del-verso-posia-da-cantare/), riportando all’ovile il nobile bardo con la chitarra, che si era inizialmente dato alla macchia per poi riapparire e dirsi invero onorato di cotanto premio. Alla disanima sulle incongruenze degli effetti del capitalismo globale ( invitiamo a leggere-rileggere, come si dice anche nel post, https://neobar.wordpress.com/2012/01/12/malos-mannaja-libreria-feltribelli/) malos unisce le sue conoscenze letterarie e musicali sui nordamericani. Buona lettura, quindi, e grazie al malos per questo dono mentre siamo in trepida attesa di sapere se domani ci sveglieremo con o senza Trump.

  2. intanto grazie ad Abele per l’ospitalità. confesso che Dylan è un cantante che amo in modo particolare e che è stato fondamentale per la mia formazione musicale. tuttavia, inquadrando il suo Nobel per la letteratura all’interno del panorama culturale del “sistema mercato” neoliberista, mi ha colto una lieve inquietudine con annesse amare riflessioni.

  3. Amare e centratissime illuminanti riflessioni che condivido in pieno. Purtroppo viviamo in un un mondo in cui l’economicismo detta legge e indirizza guerre e intelligenze, queste rese sempre più opache da una neghittosità dilagante, che preferisce seguire la corrente massificatrice. Abbiamo bisogno di intellettuali, sì, ma onesti. E sopratutto abbiamo bisogno di pensare noi in autonomia, unico percorso possibile per questa necessaria resistenza.

  4. Molto interessante, grazie. A proposito della canzone di Syd Barrett su Dylan, a me è venuta in mente quella di Faust’o (del 1978!): “Anche Zimmermann”.
    “…forse è un’impressione ma sei qui soltanto per te
    Stai parlando ancora di idee
    steso nella hall di un hotel
    uno del tuo calibro è davvero troppo per me
    Mai che manchi di qualità
    come ogni vecchia Starlette…”

  5. Scaturiscono da questa acuta e tagliente disamina dei problemi che affliggono la società “e-voluta” una serie di conseguenze:ci si domanda a che pro scrivere “alto” se poi nessuno si sforza a sollevare la testa, o profondo perché nessuno si ficca a fiaccarsi in tanta oscurità mai praticata e in ciò che non offre possibilità di mantenersi in piedi senza soffrire per tutto. Non serve la letteratura di grande respiro e di ampio raggio visivo perché nessuno ascolta cassandra, meglio ficcare la testa nella sabbia e morire soffocati da tutto quanto a forza ti viene soffiato nei polmoni nel cuore e nel cervello fino alla perdita di ogni attività vitale.
    Cosa, allora ci salverebbe da questo assurdo quanto manicomiale e agguerrito macello?
    Ultimamente penso che niente siamo in grado di proporre che possa avventurarsi lontano dai nostri piccoli piedi e dai cervelli, sempre inetti, mai del tutto aperti,…non so se sia proprio questo connaturato ad uno sviluppo sempre successivo con la condizione che ogni volta si va avanti di un millimetro si arretra di un metro….
    Poesia, letteratura, arte in generale navigano sul bordo di un sacro da profanare, sempre e sempre in modo distaccato da un obiettivo di mercato. A che pro offrire allora un’esca?
    f.f.

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