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Plinio Perilli: Essere uno – in margine alle “Macerazioni” di Nina Maroccolo

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Essere Uno

 

(in margine alle Macerazioni

di Nina Maroccolo – mostra e

“performance” condivisa: tra

musica, poesia e amicizia…)

 

   Una delle circostanze in genere più scontata – anche leziosa – delle varie e assortite presentazioni di mostre d’arte o letture di poesia, è ricadere al solito nell’ennesimo rito delle chiacchiere agiografiche, poi nelle letture impostate e paludate; al massimo con l’optional provvido e benefico di una performance (vera ciliegina sulla torta), si spera briosa e vivace. Venerdì 9 settembre a Firenze, a via Guelfa 22/a r, nella galleria IMMAGINARIA di Francesco e Gregorio Giannattasio, questo amabile rischio mi sembra proprio che sia stato fugato, dribblato, e vorrei rendere merito a Nina, certo, ma anche agli amici ospiti, se

tutto non è scivolato nel solito minestrone autoreferenziale…

   Che l’arte, ogni arte, sempre più abbia bisogno delle altre arti tutte – è oramai un segreto di Pulcinella: lo sanno tutti, ma ci girano intorno. Le serate di poesia solo vocate, riservate alla lettura poetica, si impennano, si “incartano” in se stesse; lo stesso dicasi per le mostre troppo “iniziatiche”, dove i quadri sembrano appesi al muro come reliquie di chissà quale gesto iniziatico…

   La musica, almeno quella, serba sempre in sé e con sé un’agilità e una duttilità irrinunciabili – a farsi esperanto del silenzio e lessico famigliare di suoni in mirabilia… Ma non sempre basta.

   Come non basta richiamare le virtù apotropaiche di certi termini

a noi anche cari: sinestesie, compresenze, comparazioni, tessiture… Si rischia proprio un vocabolario da merceologia industriale… Nina Maroccolo è stata brava a far da fulcro a una serata che non ha voluto incentrare tutta su di sé, ambasciatrice d’immagini, immagini radiose dentro e oltre le parole – bensì condividere, ripeto, con amici poeti: e soprattutto rimare, sintonizzare in consonanza con un altro generoso artista dei suoni, il livornese Emiliano Pietrini. Aggiungete al magico mix i versi (e lo sguardo sul mondo) di personalità come Helene Paraskeva (di fiera origine greca, anche se vive da tempo a Roma), il bolognese Enea Roversi e la venexiana Lucia Guidorizzi, e tutto si tiene – lievita denso e armonico come cibo dell’anima, nettare/ambrosia per brindisi divini…

   Macerazioni, ecco forse il segreto e la chiave di volta. Ecco il comun denominatore – non solo il titolo – di tutta la mostra. Che si è animata, “incarnata” e cadenzata serata; e alla fine è tornata una bella mostra, imago d’ombre e d’anime. Nina le ha preparate, inseguite, distillate, fotografate come rito alchemico – e poi ancora poetate, cantate, librate… Emiliano la accompagnava – o anche il contrario…

   Ma tutti, venerdì sera, la accompagnavamo. I soggetti veri, poi rapiti, flashati in aura dentro, dietro la soglia dei quadri (Lia ragazza, Violetta…). I Signori poeti chiamati alle proprie “macerazioni”… Helene, Enea, Lucia…

 

   E nell’orecchio la voce di Artemide,

   rauca e soffocata dalle sigarette…

   Invocando le stelle / differite ferite…

   Forza verde miccia immaginale…

   Per scaturire in polla zampillante

Come idea nella camera segreta

   Che risveglia l’avventura della carne…

   Archeologia di labbra / carminio

   sulla pelle / vuoti di memoria…

   Ma Ifigenia ha fretta, non aspetta più.

   Trascura lo scalino dell’altare

   Inciampa, crolla

   e cade sgranocchiando ossa di eroi…

 

*********

 

   “Eravamo Uno…” alla fine ha esclamato, ha gioito un’altra amica cara e saggia come Monia Balsamello.

   Essere Uno – o meglio, un Uno! C’è forse formula più bella – traguardo più democratico, progressista e unificante, a tonificare lo stanco mondo dell’arte, troppo spesso annoiato o avvelenato di Se Stesso?… Sarebbe come ascoltare tre poesie di tre poeti differenti, e rimarne una – aggregarne, distillarne una sola!

Commentata poi magari da una frase di Nina che è insieme canto e pensiero. Un Je suis Toi, insomma, che non ha più né frontiere né confini… “Fiori e volti, solo fiori e volti”… “Cuori morenti / cuori nascenti”…

   Forse a macerarsi sono i nostri rami prosciugati, le vecchie mute, i reduci sonetti…

   Macerazione, dunque, come nuova via obbligata e illuminata dell’arte… Di tutte le arti, in genere. Penso alla coreografa Marie Chouinard, che nei suoi lavori affronta anche il tema del “passo imperfetto”: lei che danza e fa danzare tutto un filone ancestrale, e più ancora l’elogio dell’imperfezione (avrebbe detto la Rita Levi Montalcini): purché il pubblico resti indotto “a una dimensione di nutrimento della propria interiorità”…

   Penso a un artista come Sergio Scarcelli che raccoglie i materiali pericolosi per l’ambiente nei pressi delle coste – e ci costruisce, assembla maschere, mammozzi, installazioni. Un po’ come Patrik Alò fa per le sue sculture monumentali col ferro rugginito recuperato da vecchi capannoni o fabbriche abbandonate… Oppure, mutatis mutandis, come fa Teho Teardo, “Phantasmagorica”-mente, per incubazione di sogni, incrociando musica e animazioni di MP5…

   Nina Maroccolo sublima le scorie medesime della Natura naturans come doni sublimi, rarefazioni effuse, gemme materiche, Natura naturata… Una foglia rinsecchita assume la visionaria sembianza del corpo d’un migrante sottratto, salvato dall’acqua e dal sale scoglioso d’un naufragio… Oppure è un fiore che annega di luce in una pozza di pioggia e di rugiada… Fiore sfiorito fino a rifiorirne, trasmutato in colore, essenza, miracolo di vegetale espressionismo…

   La deriva della materia non è mai deriva vera. Uno stadio intermedio comprende il limbo: divenire dell’inverno verso la primavera, limbo/oblio della contraddizione, dove tutto si macera e si distilla…

   “Partiture vegetali” poi Nina chiama i suoi incisi preziosi, le sue frasi da cantare, intonare in coesistenza col suono impennato, danzato, infibrato, dal theremin acustico, dall’elettronico “orecchio di Dioniso” di Emiliano Pietrini. Sì, l’altra sera c’è stato un momento in cui l’acuto di Nina era restituito perfettamente identico dal magico, bizzarro strumento… O viceversa…

   Che è come dire: ecco – che bello! – l’Immagine che assomiglia alla sua parola; ecco delle poesie che escono dalla carta e tornano lo sguardo, l’ispirazione della loro origine. Ecco la musica che si macera, pulsa e si rigenera come amplificato palpito emotivo, respiro epocale, riposo intimissimo. Ecco l’arte che diventa un Uno – e ci assomma rispettandoci, macerandoci tutti: un dono, una voce, un viso; un nome dopo l’altro.

   E macerandosi, macerandone – rinasce, rigemma pronta sia per la nuova luce che per la sapienza dell’ombra. Dunque “Immaginaria” è, è stata anche questo. Dislocare o allocare ex novo sia l’Immaginario che l’Immaginazione… Figurarsi poi le Immagini, povere ninfe di mare o di bosco o di fiume, sempre coartate e inseguite da satiri o dèi indegni, eroi meschini, mitografie di parte, diciamo pure politicamente corrette – come ama dirsi oggi, come ama dire l’Oggi che è smottato e frana di continuo, sia nell’arte che nell’amore.

(Roma/Firenze, settembre 2016)

Plinio Perilli

 

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MACERAZIONI

di e con Nina Maroccolo

che forse immola, raccoglie “la strada del cielo”

che “è franata”, e “di primavera irrita i colori”…

   “Macerazioni” è termine aspro, che lo stesso dizionario sembra relegare, voler confinare nei cupi parametri della medicina legale – o peggio nelle cronache nefaste dell’ostetricia… Glissons!

   Ma il gesto e la parola e il segno – insomma l’Arte e la Poesia – dove e quando si macerano? “Il secolo fa sangue, / la strada del cielo è franata.”… poetava Pasolini – lui che tutta la vita si macerò per rifiorire (e anche viceversa: fioriva macerandosi).

   C’è insomma una lunga storia o genìa di macerazioni che attraversa il ’900, poetico o visivo allo stesso modo, giacché se ne ulcera l’anima… Pensiamo alle asprezze corporali della scrittura di Benn… (“Si è disfatta la corteccia che mi portava”)… Salutiamo con ansia selvatica i quadri negletti e primitivi di un Dubuffet… L’Art Brut contro l’“Asfissiante cultura”… I cicli dei “Paesaggi grotteschi”, “Suoli e terreni”, gli “Assemblaggi di impronte”, le “Materiologie”… insomma quest’espressionismo che rinasce camminando e calpestandosi…

   Nina Maroccolo si macera d’Animamadre, si ustiona e spurga romanzando “Il nonsenso dell’Io”; ma si macera e si mette in gioco anche in poesia, nella lunga corruttela, nella frollata auscultazione, macerazione d’empito che assimila i versi, i poemetti d’Illacrimata alle foto che ora qui si presentano, ed attanagliano e commuovono nello stesso modo…

   Sovvengono i canti, gli acuti più belli dell’ungarettiano Sentimento del Tempo: “Sei la donna che passa / Come una foglia // E lasci agli alberi un fuoco d’autunno.”

 

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   Macerarne il senso, macerarsi materia, macerarla a rito.

   Macerazione come pentimento e coraggio, autoritratto d’esistenza, ricordanza sbriciolata (riseminata!) d’ogni desiderio che fu, che fummo. E torneremo ad essere. Pensiamo ancora al miglior Luzi, quello delle Primizie del deserto: “Il freddo / di primavera irrita i colori, / stranisce l’erba, il glicine, fa aspra / la selce”…

   Pensiamo, soprattutto al pianto morale che ci assilla, come una cicatrice che si riapre, macerata da dentro: “Ombre, ma non dovrebbero, m’inducono a pensare: / là fosti colma, qui alcunché si perse”… Nina prende il suo stesso viso e lo nasconde di foglie, sotterra ogni bella cera quasi di tuberi e radici, rizomi di Bellezza.

I nomi non contano, perché La Sua Casa (la casa di Nina, della nipote Violetta, d’ogni Lei che fu e rimane colma) è dimora acquatica o roccaforte di terra, opera incerta tra Dio e l’Uomo, come una filosofia che il medioevo ha preparato per i tempi moderni…

 

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   Nina discioglie l’ombra in chiarità, e poi dissimila quella chiarità in pulviscolo onirico, herpes cromatico, selvatichezza d’ogni primavera che a Botticelli non chiede più germogli, radiosità cilestri, gemme sognanti, ma nodi vegetali, gangli porosi, tagli e intagli di materia, nodosità infrante, affrante come un rimorso o archetipo profondo, immagine interiore…

   Ocra ingrigiti, marroni inargentati, venature di foglie che incorniciano radiosità di pelle come in un tenue inno impallidito… Gli occhi una traccia, un rimorso, un palpito rammemorato allo sguardo che si fa cuore… Le labbra il peso d’ogni bacio promesso o rispettato, adempiuto in boccio. E ne sbocciano i fiori, petali bianchi di parole e silenzi, che galleggiano radiosi come sospiri irredenti: ipotesi di stelle, tramature di linfa, rispecchiamenti ancestrali.

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   Lo splendido enjambement di prima, conscio o inconscio, condensa e racconta mezza arte moderna, e le pene inesauste del nostro pianeta: “Il freddo / di primavera irrita i colori”… Dove sembra quasi che i colori siano irritati dalla primavera… più che dal freddo…

   Ma quando arriva l’Arte, il vocabolario s’interrompe, resta per fortuna indietro… Macerazione della canapa, macerazione della carta… E facciamo pure salve le accezioni figurate, insomma le metafore: mortificazione, castigo come macerazione dell’orgoglio; la macerazione della carne con relative penitenze corporali…

 

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No, qui è la Bellezza che macera e si macera. Ci macera dentro, stride e frana. Per chi in armonia affina e sciorina colori – lucentezze – è tecnica prodigiosa e alchemica, misteriosissima dinamica tra corpo e anima, cuore e pensiero…

I colori s’intridono, s’impolverano – fumigano essenza, leniscono l’assenza… Dunque si frantumano, svolano d’aere, o fanghiglia imputridiscono…

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Vien da pensare a come Natura stessa – per chiamarsi al nuovo – finisca per macerarsi, per spurgarsi in linfa, sangue diremmo cosmogonico… Macerèti si chiamano, nell’uso alpinistico, i cumuli delle macerie franate, disgregate giù a valle dalle pareti rocciose… Pensate ora ai pendìi d’esistenza, alla maroccoliana pratica, terapia espressiva del “Nonsenso dell’Io”…

Un racconto, un passaggio di Malestremo su tutti: “Quel battito di foglia su pelle d’organza rendeva erbacea Annette. Ossigenava ogni lembo epidermico di clorofilla, salmo laico, crescente fertile mitralico.”…

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Maceriale, in botanica, è l’aggettivo che racconta la vegetazione della flora sulle macerie… Ma flora maceriale, queste foto – queste immagini – non sono né saranno mai, così salvate e intonate da cento alchimie di colori, ma soprattutto di significati.

Perché un occhio vi fiorisce come uno stelo sinuoso di gigli? O due labbra s’imporporano come petali di rose mai baciate se non dal vento?… Perché un viso s’infebbra (e si cura) della propria ombra, poi si redime di somiglianza nell’inidentità che per Montale guida e regge il mondo, e in queste foto ci imbrivida a specchio del creato, a  interludio elegante fra una spina e la carezza che se ne punge…

Macerazione come eliminazione delle impurità – programmava l’industria del cuoio. Macerazione biologica, quella eseguita con colture di bacilli delegati allo scopo.

Ma lo scopo del macerarsi è un risultato o un sentimento?…

Foto dopo foto, Nina Maroccolo giustamente non lo svela – e ne fa una poetica. “Sunt lacrymae rerum… Accordandosi col pianto ontologico della Natura,” – chiosa Guido Ceronetti mistico nichilista – “le nostre insignificanti vicende di mortali si fanno goccia d’ambra di pensiero.”

Così le vedo e realmente ci appaiono, queste foto o istantanee d’anima macerata: come lacrime di tutte le cose, perle di dolori, gioie inquietanti, gemme d’infinita speranza… Gocce di pioggia, ambra che forse Dio pensa e il suo cielo piange per tornare ad abbracciare la terra – il corpo di una ragazza, il consenso di donna che fa felice Eros, cioè l’Amore divino, prima e più d’ogni semplice uomo riscattato di pena – salvato dalla colpa, mondato da ogni macula

“L’anima di Annette era quel battito sempre più vicino all’aggrumarsi fogliante in piena fibrillazione.”…

(Aprile 2016)

Plinio Perilli

10 thoughts on “Plinio Perilli: Essere uno – in margine alle “Macerazioni” di Nina Maroccolo

  1. “Qui è la Bellezza che macera e si macera. Ci macera dentro, stride e frana. Per chi in armonia affina e sciorina colori – lucentezze – è tecnica prodigiosa e alchemica, misteriosissima dinamica tra corpo e anima, cuore e pensiero…” E riprendendo l’acume e la profondità critica di Plinio, aggiungiamo che qui è l’Arte di Nina, un continuo divenire che si misura con forme espressive sempre diverse, imprimendo, come per questa sua opera fotografica, l’inconfondibile tratto e struggente visione.

  2. Che strana emozione rivedere dall’esterno tutto quello che ci è *macerato* dentro e che abbiamo macerato come metodo e messaggio d’arte!
    Mi trovavo io stessa a stupirmi di come la Natura abbia partecipato a questo rito alchemico, re-inventandosi ogni volta nella materia di nuove forme e colori… Natura che è sempre, e sarà, l’unità di misura dell’umano.

    Grazie Abele, e un abbraccio a voi amici tutti:-))))
    Nina***

  3. L’ha ribloggato su Tragico Alvermane ha commentato:
    Tragico Alverman pubblica con grande piacere questo testo di Plinio Perilli, apparso sul blog Neobar.
    E’ il suggello ideale a quella bellissima esperienza che è stata “Macerazioni” di Nina Maroccolo.
    Nessun altro avrebbe potuto descrivere meglio le emozioni, le visioni e le macerazioni di quella serata.

  4. “Fiore sfiorito fino a rifiorirne, trasmutato in colore, essenza, miracolo di vegetale espressionismo…”
    Non avere parole per descrivere, anzi, per aver ricevuto una così preziosa chiave d’accesso a una Nina fattasi voce/occhi/cuore di un mondo vibratile sommerso eppure vicino, spero sia scusabile, da parte mia. Le parole straordinarie di Plinio Perilli, le immagini e la “presenza” implicita di Nina… grazie!

    Doris

  5. Caro ISREVOR,
    grazie per aver ripubblicato su Tragico Alverman! Io credo che sarà sempre un work in progress quello di Macerazioni; sento che sono solo all’inizio di una ricerca molto più ampia e profonda – che prevede la fondamentale *rituale* presenza di artisti e pubblico.
    La circonferenza degli eventi.
    Un grande abbraccio

    Nina*

  6. Cara Doris,
    non sempre è necessario depositare la *parola*: le nostre energie vibrano per vie imponderabili, e sono forti, e travalicano il silenzio… Come ho scritto ad Enea, l’aspetto davvero importante è creare quella che chiamo *la circonferenza degli eventi* – ciò che accade al di là delle nostre stesse intenzioni: centralità irradiata verso quella risorsa – spesso confinata nelle zone remote ed infere (Chaos) – che ci permette di trovare o ri-trovare la nostra vera autenticità d’individui.

    E la Natura è straordinariamente complice – se la sappiamo ascoltare.
    Ti abbraccio,

    Nina*

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