Fernando Della Posta/Poesia/Storia

Nella terra dei confini, di Fernando Della Posta, inedito.

Nella terra dei confini non si cresce
né di corpo né di anima
vagano su di essa demoni deformi
gli uomini vestono basse stature
e le case possono cambiare
abitanti più volte in un giorno.

Nella terra dei confini
dove tutto è provvisorio
la semina è svelta come un delitto
e non c’è tempo per i fiori
come sprazzi colorati
o fuochi d’artificio.

Nella terra dei confini
l’ape giunge una sola volta
in avanscoperta, e se vi torna
è solo alla fine della stagione
per assicurarsi di non aver dimenticato
isolati cespi di camelie
o nascoste forre ricoperte di pervinche.

Nella terra dei confini
non c’è tempo per i colori
gli stucchi sono stoffe araldiche
e le osterie confessionali.

Nella terra dei confini
si scontrano forze senza controllo
la carne si fa macello
bandiere impettite si fronteggiano
come scheletri vestiti,
a gonfiarle solo il vento.

Sono cresciuto in una terra
che è stata terra di confini
tra monarchia e santità
tra follia e libertà.
Sul suo vero nome
ancora oggi non c’è accordo.
Tutte le idee qui si confondono.

carta-storica-terra-di-lavoro-2

Il fazzoletto di terra che oggi si estende grossomodo tra Lazio e Campania, in special modo quello sul versante laziale, attraversato dal fiume Liri-Garigliano e dominato dal massiccio del Monte Cairo e dall’abbazia di Montecassino, vive da sempre in un regime di disordine e di confusione d’identità.

Nel Medioevo fu il teatro principale degli scontri prima tra il papato e i ducati longobardi campani e poi tra il papato e Federico II e suo figlio Manfredi. Tra Medioevo e Rinascimento veniva attraversato continuamente dagli eserciti papale, angioino e francese per le lotte tra le varie dinastie per il trono del Regno di Napoli, i quali puntualmente distruggevano, depredavano e saccheggiavano ogni cosa al loro passaggio. A tutto ciò va aggiunto il potere feudale che l’abbazia di Montecassino ha esercitato su queste terre per gran parte della sua storia e che ha sempre cercato di preservare alleandosi prima con l’uno poi con l’altro padrone contrapponendosi spesso e volentieri al volere dei vari signori locali che aspiravano a liberarsi dal suo giogo.

Per avere un po’ d’ordine si dovette aspettare papa Alessandro VI Borgia che decise l’assetto territoriale che ebbe vita più lunga, dalla fine del ‘400 all’unità d’Italia: un confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli sull’alto corso del fiume Liri a partire dall’Appenino all’altezza di Sora che proseguiva attraversando i monti Ausoni fino al Tirreno tra Terracina e Fondi, vicinissima a questo confine un’enclave pontificia all’interno del Regno di Napoli costituita dalla città di Pontecorvo, e l’abbazia di Montecassino che manteneva i suoi diritti di sfruttamento sul territorio circostante su mandato del re di Napoli.

Fino al fascismo la bassa valle del Liri fece parte delle provincie di Terra di Lavoro del Regno di Napoli e del Regno d’Italia, con capoluogo Caserta, poi fu accorpata alla nuova provincia di Frosinone voluta da Mussolini, ovvero alla Ciociaria.

L’uso di oggi è di chiamare anche questa terra Ciociaria per estensione del nome della parte nord della provincia di Frosinone a tutto il suo territorio. Uso fortemente contestato da diversi studiosi e, tra gli altri, anche dallo scrittore Tommaso Landolfi, nativo di questa zona, che ne parlò espressamente in un suo racconto.

La storia travagliata di questo territorio proseguì nel novecento con gli eventi bellici della seconda guerra mondiale legati alla battaglia di Cassino, che portarono distruzione e morte in tutta la vallata e le zone montuose vicine dei monti Aurunci e dei monti Ausoni, particolarmente colpite e oltraggiate anche dalle “marocchinate”, la pagina nera della nostra storia patria raccontata prima da Moravia nel romanzo “La Ciociara” e poi da De Sica nell’omonimo film con Sofia Loren.

Nel dopoguerra quasi tutte le cittadine furono ricostruite con criteri moderni, le testimonianze storiche autentiche rimaste sono davvero poche e la popolazione ancora oggi soffre fortemente di queste ferite. Ferite particolarmente stranianti, in quanto da queste parti, per la particolare furia dei combattimenti e delle violenze subite, per diversi decenni a moltissime persone risultò davvero difficile distinguere tra occupanti e liberatori.

©Fernando Della Posta

 

6 thoughts on “Nella terra dei confini, di Fernando Della Posta, inedito.

  1. Mi ha cancellato quanto avevo scritto wordPress; pazienza. Di solito le poesie lunghe si liquefanno lungo il percorso e perdono l’intensità della presa; questa gode di originalità d’invenzione, d’autenticità di immagini e l’acredine non azzanna il contenuto. Vorresti storicizzarlo, ma è quanto e come viviamo oggi dove non esistono più, strangolate, parole come verità, lealtà , giustizia, onore..
    Si finisce patetici riflettendo sopra questa bella poesia.
    Narda

    • Grazie mille Narda. Non volevo storicizzare la poesia, volevo solo spiegare un po’ dove e come è nata la riflessione alla sua base, che affonda le sue radici nella mia vita. Poi si sa, uno dei meriti principali della letteratura è proprio l’arrivare a toccare temi e condizioni comuni a partire da percezioni e riflessioni legate a esperienze soggettive e personali. Grazie ancora e a presto. 😊

  2. E infatti va oltre qualsiasi confine, anche storico, sono immagini che comprendono da sempre e segnano il nostro affannarci: il bisogno di essere e di sentirsi di un luogo. Fino a quando, come dice Maria Zambrano, si smettera’ “di essere tutto per mantenersi nel punto privo di qualsiasi appoggio, perdersi nel fondo della storia, anche della propria, per trovarsi un giorno, in un solo istante, a galleggiare su tutte.” Molto bella, Fernando.

  3. A me è piaciuto molto il riferimento storico, perché sono convinta che tutto permea intorno alla Storia:-)
    La memoria trova in se stessa la propria casa, così le passate orme. E resta appello un bisogno remoto che ci guidi all’ormeggio, anche solo per trattenere l’infinitesimale certo.

    Trovo, caro Fernando, che vi sia un equilibrio sopraffino nel testo.
    E’, per me, una poesia riuscita perché coinvolgente!
    Un abbraccio*
    *
    Saluti cari a Narda e ad Abele :-))))

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