Carmelo Bene: Felicità maniaca

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Felicità Felicità maniaca,
che ne faremo io della mia anima,
Lei della gioventù sua cagionevole?

Lei ch’è tutto il mio cuore e la mia vita
Dove sarà a quest’ora – forse piange…
Oh, se è fuori con questo tempaccio
da che storie – troppo umane – rincasa?
E se è dentro
e non dorme per questo ventaccio,
Si figura felice a tutti i costi?
Si dice:
Tutto, fuor che il mio cuore
resti così incompreso?

Oh riguardati, te ne scongiuro,
poveraccio d’un cuore alle strette
oh languori fra i pianti Tu miseria
Questa miseria di volere essere
la nostra donna
Strapaese Famiglia
Case nere di notte
Vento freddo
In convento in convento…

***

La felicità è nel differirla, non nell’averla.
Nell’averla c’è la noia di averla avuta.
L’infelicità non è infelice, così come la felicità non può esser felice.
c.b.

Quanto ai tenaci scritti in cartapesta: “meta-teatro nel teatro”, “tragedia della parola” (delle parole), “dramma della paternità” (mai così frustrata e negletta), il “rifiuto (ottuso) dell’amore”, “l’attenzione morbosa” (incongrua) del non-eroe riservata alla fragilità incestuosa di sua madre, la criminalità gratuita e disinvolta (disintegrare stupide comparse e un vecchio incauto, senza profitto alcuno, fuoritema), sono soltanto sintomi allarmanti d’una patologia che, non a torto, ha interessato la psicoanalisi (che il bardo inglese ne sia il fondatore?)
c.b.

Kate, aspettami qui un momento. E’ per la tomba di mio padre che è stato assassinato, sai?, pover’uomo! Poi ti racconto… Un attimo: il tempo di cogliere un fiore… chissà… servirà da segnalibro quando rileggeremo il mio dramma e saremo costretti a interromperlo per baciarci

da Hamlet Suite (Shakespeare – Laforgue) di Carmelo Bene.

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Un pensiero su “Carmelo Bene: Felicità maniaca

  1. (a C.B., in punto di morte,
    ore 21,09 del 16 marzo 2002)

    Requiem per Carmelo Bene

    Mi nutrirono di lacrime i nitriti dopo il crepuscolo
    quando l’Immortalità si fermò alla stazione del Nulla,
    nella notte che una maschera e la gloria uscirono di senno
    si mutò in rantolo di carne, come il Verbo, il tuo sguardo.

    Fu l’abbecedario di una malattia moresca
    a tradurre la lucciola libertina in notte eretica,
    i nerastri cantici dei tuoi occhi in raccapricci di cera,
    il pianto equino di una bambino nella cripta.

    Smoccola il cielo, ossa!

    Ti sei bardato della Grazia del vischio,
    come pelle di Magenta è la tua Voce.
    La gorgiera del tempo si sfarina…
    Nei padiglioni il tuo furore tracima cenere,
    come se la morte fosse altrove…
    dove i dèmoni hanno smarrito l’anima!
    dove gli dei hanno ceduto il corpo!

    antonio sagredo

    Vermicino, 19 marzo 2002

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