Pierluigi Boccanfuso/Poesia

Poesie inedite di giovani poeti. Lasciate che io giaccia su questo gioco, di Pierluigi Boccanfuso

bocca

Così hai scelto di giacere su di un giaciglio
d’oblio e da lì ergerti, come un dio caduto.
Nel compianto ristagno dei giorni, tu hai giocato
con me come un baro, ad un inesistente
nascondino, la preda sempre e solo tu che mi
scorticavi, così come la tua tenuta di caccia
era una malattia venerea che guarisce.
Ma tu, oramai lontano dai miei regni di grazia,
hai sfrondato la miseria dei nostri lumi
compiacendoti della carne vacillante di
ologrammiche odalische che affondano,
con passo leggiadro, nelle tue stesse viscere
di tracotanza, affilate e tagliuzzenti maschere,
tipiche meschine ospiti, ridacchiano, distese sulle
rive stigee, dei fantasmi dei loro volti, attendenti
il tuo e tu che, ancora, non sei morto!
I venti d’Arabia hanno sospinto sullo Ionio
lo iodio necessario a bucarti le labbra ed allora
non hai più retto il peso della farsa; i mille
malinconici abbracci d’insanità hanno lobotomizzato
gli occhi in pianto vitreo e una calandra di cristallo
s’è frantumata un istante dopo essersi levata da terra.

*

 Credo

Credo che di tutto il sofferente sentire
il vocativo non abiti più l’epoca appropriata
per annunciarlo.
Credo siano fantasmi tormentantisi allo specchio
gli occhi spenti e non più di brace quand’è
andata persa almeno la collera di Caronte
furente?
Credo che il pedaggio si versi ad un
cimitero di barche e si consumi su di un
pontile sfregiato dalla mano illogica
di trivelle e scavatrici.
Credo possa allietare la scoperta di ciò
che non muta a patto che non muti la
parola muta del mare. È il nostro
patto!
Il nostro similare anfratto, la cunetta spersa
tra lo iodio e lo sperma incubato per terra,
concime di una desolazione che non genera.
Credo… e forse mi basta perché
contemplo cosicché al contempo sono
seppur un’agonizzante incognita
in un Tempo che ha barbaramente scisso il
suo tempio e che non scalda, forse, le sue
radici sotto la negra terra del dubbio che
non si spegne?

 

*

 

Epifania (in Milano)

Camminando per Milano,

Via Montenapoleone incrocio Via Gesù:
Gesù è l’eresia,
il sacro l’altra via.

 

*

 

Equinozio

 

Giunge come con un volto tumefatto
sui rivoli Argivi di ponente,
il profeta sconsacrato dall’usura,
di tutto ciò che tace e s’abbevera
da una scacchiera dove le emozioni
muovono per prime e la memoria
dà il suo scacco matto. Ma non al re;
bensì al buffone di corte, alla
Corte dei conti, come in Borsa, fa
schizzare alle stelle una resa di
[carta.
Per l’occasione abbiamo preparato
un deserto imbandito, con qualche
compagno che apparecchia brandelli di
carne scambiate per vettovaglie
(forse suicidio in massa di beduini)
e altri che anno confuso il totem
nero e monco della lingua ad icona
di sillabe che più non odo poiché si
digitano. Il profeta, antico come
le notti di sole stelle, ancora spira
i suoi pollini cancerogeni i
nettari gli tumoreggiano in petto
le corde vocali sono aspirate
in inni-tabù privi di lutto, come
se la morte fosse stata un passante
indelicato, d’intralcio nella chiusa
[d’un affare.

*

In colui che leggo

Lasciate che io giaccia su questo gioco
metatestuale. Vige la dinamica
qui di una regia regia, si sovrascrive
il sensibile sull’acume del genio.
S’insegna la poesia come s’insegna il
silenzio, ipotattica rivestizione
di una taglia sbagliata, lenendola
alla meglio, rattoppi arlecchiniani.
Un’anima sovradimensionata: il
tragico errore di valutazione
nel gesto sartoriale del Creatore.

A me calza a pennello il sentore
che ciò che avanza è il vuoto provato;
ciò che da noi se ne va è ciò nel quale
vorremmo (ri)stare. Invece, come
ricca è la semina quando germoglia
il sentire: si dà nome alle cose.
In colui che leggo l’affinità mi ha
stordito: siamo saliti sulle vette più
alte, dimentichi dell’umana valle.

*

Quel sentire contemporaneo

E anche per oggi l’umanità ha banchettato
la sua buona porzione di insulsaggine.
Tra le portate, un forte prurito alla morale
che s’attutisce con la sazietà di giovani
ventri morenti laceratisi con la plastica.
Figli di una dissemina che a maggese
scaraventa cadaveri, ogni cinque lustri
si concedono come il pasto all’interno
di un vacuo acquario empio che raccoglie
simboli inscatolati e riciclati in sordina,
lo sminuzzamento acre di una falce da
una parte, una Bibbia che erige argini nel
consacrato uso di idranti dall’altra.
In questa devastazione trinceale da
terzo millennio i soldati di Maya
tirano giù i loro sipari squarciano i
loro veli sporcano l’oggetto-corpo col
triviale una pantomima tribale ai piedi
di un concetto piramidale non ancora
in decadenza. La maschera è tolta!
Il ballo che segue in cerchio è una
mistificazione primigenia alla domanda:
“chi sono?” E allora l’uomo sta al proprio
sesso come l’essere amletico sta al suo
annullamento.
[Invece
l’amore è un’equivalenza che
ha perduto le sue fondamenta,
il suo tremore parkinsoniano è la precarietà
di un dio su un piede solo che puntualmente
casca in elisir di lunga vita. In barba al
pudore di finire, la sua è una staffetta
olimpionico-suicida il conclave di feticci
dalla fumata bianca che nulla più muove
se non alla luce di un cono d’ombra prima di
lasciare dalla faretra di cacciatori di taglie
una eco, metafora della perduta Atlantide,
verità supposta solo in quella del mito.

*

Corollario. Corollario di ciò che
è stato, l’intorno immutato, il
dentro un acquitrino che s’agita,
ha l’insignificanza di una
rivelazione-carpa rimastavi
attanagliata, il clangore di guizzi,
echi di mortuario gaudio. Quel che
amiamo è conseguenza di quel
che nell’io si svela. Più conosco
lo stagno più non mino il pelo
col deturpio di un amore che
inconsciamente pecca,
schiocchi di labbra incoscienti esalta,
negli asili manicomici esulta,
razionalizzato, da cosmico, stecca.
Le nuove piogge hanno migliaia
d’anni di mitezza nei volti di
un aeroporto che, più che di
transizione di destini, a quest’ora
è una condizione sospesa,
macchia di petrolio. Galleggia! per
non finir polverizzata, in una
cristalleria. Intanto il fondo ribolle,
il greto grida ai monsoni, l’acqua
geme, esangue, attende, morente,
la stagione delle piogge, le prime
gocce, metafora convinta di chi
s’è votato alla resa di coscienza.

*

Non hai ancòra calato le reti
in tenebra? Quando s’accomiata
l’ultima onda, e dunque il
sigillo della brezza è rotto
dallo scirocco, migrano spruzzi
di iodio sul significante eroso
che odio, uno sfregio alla secca
roccia che suggella l’esilio.
Com’è lungo darsi addio quando
non se ne si è mai andati;
l’assenza che più pesa ha i morsi
di ciò che sazia con grazia, di ciò
che lieta e mieta e che adduce
ad una colpa, ha la polpa dolce
del materno ventre e il peccato
originale similare di questa
terra, che mi travagliò nel suo
parto gemellare. Disarmonia!
Lasciaci sospinti dalle ugule
dei morti. Non c’è più niente che
ci acclami se non ci redime,
recidendoci le radici, un
sole che da oriente s’innova
stancamente da tremila anni.

*

Pierluigi Boccanfuso è nato a Taranto nel 1988

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