Cristina Annino/Cristina Bove/Maurizio Cucchi/Poesia

Cristina Annino

C, Annino

 

INTRODUZIONE

Cristina Annino aveva avuto un esordio felice, una giovinezza poetica decisamente illustre, di primo piano. Aveva infatti goduto della stima di grandi personaggi, di poeti e promotori di poesia di cui oggi sentiamo la mancanza. Parlo infatti di Franco Fortini, di Giovanni Giudici, di Antonio Porta, che, con la loro autorevolezza ne avevano subito colto l’originalità, la freschezza energica, il talento, insomma. Erano stati i tempi del suo esordio in un collettivo Einaudi con introduzione di Walter Siti, della pubblicazione di uno dei suoi libri migliori, Madrid, apparso in una collana diretta da Michelangelo Coviello. Da allora sono passati più o meno trent’anni e Cristina Annino ha lodevolmente pensato più all’autenticità, sempre rincorsa, della propria esistenza personale che al successo letterario, che alla presenza su una scena che, bisogna pur dirlo, andava ingiustamente, ma con il suo concorso involontario, mettendola temporaneamente da parte.
Eppure Cristina Annino non aveva certo smesso di scrivere, e questo libro, il suo nettamente più importante, ne è la prova quanto mai persuasiva. Ed è un libro dalla genesi particolarissima, composto in un arco di tempo molto ampio, e frutto di un continuo tornare dell’attrice sui propri passi, ritoccando, correggendo, rimuovendo o aggiornando un corpo di testi che solo ora vedono la luce in una loro definitiva (così almeno parrebbe…) e comunque attendibilissima forma. Un organismo compatto e vivo, di non comune qualità, che restituisce Annino al posto che le compete nella vicenda della nostra poesia contemporanea.

Diversi sono i caratteri salienti di questa poesia. In primo luogo la loro evidente autonomia, la loro distanza naturale da ogni altra esperienza poetica di questi decenni, o degli stessi maestri che hanno preceduto Annino e la sua generazione, quella dei nati negli anni Quaranta del secolo scorso. Si possono semmai rintracciare, nella piena modernità di questo libro, elementi che riconducono all’esemplarità assoluta di Ezra Pound. O qualche tratto, nella forza incisiva della scrittura, che potrebbe forse accostarla ad Antonio Porta. Ma sono discorsi in fondo oziosi, poiché risulta evidente come il suo lavoro si imponga per la pregnanza della frase, per la potenza concreta della parola, per la duttilità del verso, per la ricchezza del campionario di immagini che riesce a presentare.
Cristina Annino, come in tutti i suoi esiti anche precedenti, tende a rimuovere in modo deciso la presenza dell’io, o addirittura lo camuffa, e lo trasforma in un generico io maschile. Una sorta di neutro testimone al quale affida il compito di esprimersi, di prendere parola. Tutto questo consente un sano distacco tra testo e realtà biografica, pur essendo la poesia di Cristina Annino salutarmente immersa nel reale, quasi sprofondata, a volte, nella fisicità anche greve del reale stesso. Ed ecco allora un altro carattere forte di questa scrittura, e cioè il suo rapporto necessario con la realtà materiale, con la concretezza dell’esistere. Un rapporto che rende la parola sempre viva di una vita non letteraria, sempre originata dalla forza quotidiana dell’esserci, dell’esistere. Una parola, insomma, senza basi letterarie d’appoggio, senza poetiche zeppe, ma plausibile e concreta nel suo essere parola parlata, colloquiale, cosale, spesso ironicamente strappata a una sua provenienza dalla ferialità del vissuto.

Detto questo, dovrebbe risultare già abbastanza chiaro di quali materiali si serva Annino per le sue composizioni. Ma questo è ancora un approccio in parte superficiale, essendo speciale proprio il modo della composizione, l’idea strutturale compositiva di fondo, che si muove in una direzione precisa e ben ravvisabile, e che è quella di registrare la complessità spesso anche oscura del reale attraverso la realizzazione di corpi testuali densissimi, gremiti, e a loro volta complessi. Il testo di Annino, dunque, è un organismo molto ricco, a volte in apparenza catafratto, eppure godibilissimo da un vero lettore di poesia, capace di comprendere e accoglierne l’invito, che è l’invito a una perlustrazione lenta, capillare, paziente del corpo testuale nelle sue varie componenti. In questo senso, tra l’altro, il lavoro di Annino è utilmente in controtendenza rispetto a tante modalità espressive d’oggi, tendenti qualunquisticamente a ridurre il percorso poetico alla semplificazione sotto-lirica di un decoroso discorso in versi. È chiaro che Annino è favorita in questo dalla sua appartenenza a una generazione che ha dovuto necessariamente fare i conti con un’apertura sperimentale a tutto campo. Eppure la sua poesia non ha nulla o quasi a che fare con un’avanguardia da lei stessa sconfessata sarcasticamente in un testo di questo libro, dove l’autrice compie non pochi esercizi di disincantata auto riflessione sulla propria identità di poeta e sul senso della poesia stessa, senza mai cadere nella vecchia noia della meta letteratura.

Cristina Annino, ovviamente, ha, come tutti i veri poeti, i propri percorsi obbligati, vale a dire le proprie ossessioni strutturali. Racconta il disagio e gli attriti dell’esserci. Un disagio che monta a volte fino a trasformarsi in vero e proprio schifo, o per meglio dire, usando una sua parola chiave, “disgusto”. Racconta la varietà del sentimento nelle sue normali forme, diciamo, ancora parafrasandola, “sacre” (vediamo ad esempio il bellissimo Ottetto per madre) e “profane”. Ma più di tutto forse stupisce, come già accennavo, l’enorme quantità di situazioni contingenti (ma da leggere più acutamente in profondo) che riesce a convocare sulla pagina. Un accumulo in qualche modo, se vogliamo, persino barocco, che moltiplica la carica di energia presente nel testo. E in questo senso è anche da leggere il vasto e variegato catalogo di personaggi – che restano sempre, tutto sommato, degli ignoti – che esibisce, dedicando a molti (non tutti) di questi stessi personaggi l’ultimo capitolo, quello intitolato con geniale libertà inventiva, “Anatomie in fuga”. E a proposito di questo aspetto, e cioè della caustica efficacia inventiva della nostra, che già si presenta al suo più alto livello nell’ironia del titolo dell’intero libro, non si potrà non coglierne il valore sparso e diffuso praticamente in ogni pagina. Ci sono, infatti, come dei memorabili sigilli verbali cosparsi nel tessuto dell’intera opera, nel suo sorprendente patchwork, che risultano come vere e proprie incisioni che bucano la pagina e arrivano dirette all’interlocutore.
Tra i numerosi personaggi che popolano le pagine di Anatomie in fuga, risaltano gli animali, titolari di un intero capitolo. Nessun bestiario, nessuna spinta animalistica, ma più saggiamente il ricorso ad esperienze materiali e, appunto, semplicemente animali, tanto vicine all’orizzontalità, al pur ricchissimo rasoterra anti retorico della comune e più autentica dimensione umana. Dov’è l’ordinaria intensità dell’esserci – in costante e producente attrito con il mondo e la sua cinica economia indifferente – si trova l’animale e il suo più prossimo parente, l’essere umano. Anche di questo ci parla Annino, nella sua paradossale e anticonvenzionale torre d’avorio, invitandoci magari a trarre commestibile profitto dal suo orto. Ed è giusto, ne sono certo, essergliene grati.

Maurizio Cucchi

 

Ci vorrebbe il senso

Ci vorrebbe il senso divino
della febbre e la luce
canina. L’eterno segreto
come s’afferra la ruota
d’un mulino restandoci preso,
ecco, capisco d’essere
infelice.

 

Finendola
col cervello anche e le sue ragioni,
il ragno con le trame; non posso
star bene. Neppure smettendo
di camminare o seduto: è l’agguato
micidiale alla mente quando
divento puro cacciando come gli dei
fanno i cactus vivi e gli alberi
umani. Il tempo rieccolo
lavandaio, ammiraglio,
con acqua sempre in mezzo a sé;
un po’ contento un po’ scemo,
alzandosi i peli del braccio
in aria, dice “noi siamo nelle
mani del vento”.


Abbecedario

Amo l’uomo, ciclista montagnoso,
timbrario che timbra, mani ventre
di un tormentato color acciaio.
Ogni viso io venero
nel riquadro smilzo d’un corpo
senza cappello. Ne vedo
a sfilze e nulla di perfetto hanno:
arti spropositati sotto stomaci grevi.
Chi potrei amare di più?
Mio padre svolta l’angolo a sinistra
lasciando calcina dietro di sé, la madre
si annulla in un fischio solitario.
Ormai somiglio all’uomo
che sul lavandino e l’orologio da polso
vomita il pallore del cranio. Indovino
il rosso fegato, il cuore a stoviglia
pendergli dal ginocchio. Adoro
il mezzo essere – uomo, nella griglia
del suo fiato.

 

Ciò ch’è umano danza su ciò che non è

Classicamente dico: lui se ne frega
della sintesi, della platea, con
la riga degli occhi qua e là
scegliendo qualcosa per tatuarsi. Ha
odorato la stanza
dappertutto di sé, unto le mattonelle. Poi
lento, comincia da capo la sua
danza pelvica. Sul gelo
della grammatica, sui proverbi.
Ma guardandolo
penso che la condizione umana stia
tramontando; per questo
è stanco. In effetti scappa la casa
col resto dei libri, gli arcani, in quei
flash. Con mortale realtà di nervi, ogni
volteggio è un’ accusa: ha già visto
quel che meritava d’essere letto, scritto,
pentito. Per primo vivendo le ere, la gravità.

5 thoughts on “Cristina Annino

  1. Grazie a Cristina per questa proposta, l’introduzione di Maurizio Cucchi e un assaggio di poesie che invogliano ad altre ancora, un libro da comprare quindi. Frammenti, dettagli di umanità che si specchia e guardiamo specchiarsi, nella più ruvida intensità, grezza e intima, profonda e vera, di quell’armonia che riconosciamo all’”imperfezione”. Molto bella in particolare ‘Abbecedario’.

  2. E’ l’occasione per approfondire questa poesia, che mi sembra un contrappunto tra gravità e leggerezza dell’esistere espresse da un accordo tra lingua alta e delle cose quotidiane.

  3. Riporto a nome di Cristina che non riesce ad accedere alla sezione commenti:

    Grazie per la bella accoglienza, ai commentatori e a Cristina Bove che mi ha proposto. Spero che la lettura delle poesie invogli a un approfondimento ulteriore attraverso il libro.
    Grazie di nuovo, Cristina Annino.

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