Michele Ortore/Poesia

Buonanotte occhi di Elsa, poesie di Michele Ortore

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Blu steso nel letto, serenamente

L’alba ci disimpara,
ci spreme come pula ponente,
gatti dietro l’ellisse di una foglia.
L’alba per circa quindici minuti
è come un blu disteso
su letti di strame e di ossessioni, che
prima di salire le scale
stringe, come un gioco di rime,
la mano della donna rannicchiata: rimarrà
per entrambi il tentativo

*

La stanza dei bottoni

C’è la mia fronte e lo zigomo sorride
come spighe piegate in un campo del ricordo
a dorare una fotografia sull’anta,
quella che ti dà il buongiorno e conosce
il colore della pupilla per ogni umore:
quale il primo pensiero del piede destro,
quale il gesto del capello sul cuscino.
Sono nella tua scansia, rondine di neve,
a conoscere i tuoi bottoni ma non
il bianco negli occhi,
il ripiano chiaro della lana
e non la schiena ruvida coperta
Nella scansia

(quando la luce gioca di scherma, al mattino)
sciarpe e poesie dai nuovi nomi
riparano carene in una darsena infinita,
poi sporcano con gli alberi le nuvole
per salpare e conoscere
i mari che Dio volle impedirci.

*

Trascrizione

“Can I bring back the words? Will thought of
transcription haze my mental open eye?”
Allen Ginsberg

[Le mura serviane sono grucce appese all’orizzonte
di Etrètàt scolpita dal vento
e le falesie bianche d’avorio e fede
senza rispetto incidi un mondo d’immagini,
come piegassi le lenzuola
di un bambino, e la tua parola è la sua stanza
e il plaid marcito dei barboni inginocchiati
è Gericault e la marea]

chiedersi se rimanga l’impronta dei passi
come un bicchiere poggiato al mento
– un’occhiata laterale e poi
lo sguardo sfuggito dai crocevia della carne
asciugato nelle falde di un girasole
piegato e rorida linfa sul prato
il girasole però vive
e la vita nel vento che non potrò avere
io la bevo dai tuoi mondi scoscesi
che non sai di conoscere.

*

Amare i paraventi

Forse, come in certi proverbi, l’anima è quel riflesso
smerigliato, di pomeriggi avvolti in mèsse
e consegnati ai tiepidi granai del ritorno,
della permanenza, dell’alba rossa fra le spighe.
E a volte un proverbio, anche se drenato
nei vetri delle ampolle e nelle pance dei filosofi,
nelle carte fragili e nei canti dimenticabili,
si dimostra vero:

quando mi svegli dalla vita e guardi,
sei la nuotatrice cieca che affresca
nell’acqua i proverbi più veri,
volti che restano costellazioni,
coralli intensi
oltre lo scoglio

*

Breve apologia dell’imperfezione

Non sarebbe libertà, se mancasse il
sussulto di timpano ossidato,
o il filo troppo lungo sullo scafo
di poseidonia scalatrice;
non fosse così grezzo questo cuoio
mancherebbe anche il suo bulino:
e senza relazione, non sarebbe libertà.

*

Emi-
“Mio essere a che, dimmi,
se più nulla ti resta,
se conosci ogni cosa, parli ancora?”
Franco Fortini

Come se la Terra avesse tre emisferi
e i prefissi greci non servissero a nulla,
incontrai di spalle un ricordo,
un mucchio di sassi in forma di spiaggia,
come un respiro non pesano
ma partoriscono in ogni istante
una domanda invisibile.
La garitta della memoria non ha custodi:
la sentinella si è licenziata
ben prima che nascesse Proust,
eppure certi panorami sfocati
non mi appaiono tutti riconducibili
al traffico di contrabbando.
Ho scelto la cartapaglia umida:
bere, esalare, gonfiarsi d’umori,
esperire quasi senza guardare.
Ma poi disfiorare, rinunciare uno a uno,
strappare e strapparsi le palpebre
per non chiudere gli occhi: ascoltarsi,
cercare il punto più alto
per ridersi in faccia, misurare
come un ladro gli scatti della mente,
illusioni a ghigliottina, la lente
all’indecente.
Ma, se restasse qualcosa:
i prefissi greci non servono a nulla.

*

Un tango di legno

Mi hai legato all’albero del tango
con le sartie strette dei tuoi gesti,
trapezisti puntuali, scanditi
da un metronomo di foglie.
Accanto ti siede un ragazzo trattenuto,
le gambe e gli istinti accavallati,
fronte calva e occhi non crudeli:
siete come il legno d’acero ed il porto,
legittimi figli di un contatto possibile,
lontano, distruttivo, eppure inseparabili
dalla marea che il senso racchiude.
[Quando ridi impedisci il tempo,
al minuto frapponi l’eleganza]
Fiorisci, mio albero. Fruttifica
anche per quel crepuscolo che non abbiamo
passato insieme, i versi che non leggerai,
per dimostrare che fra Don Chisciotte
ed Emma Bovary una differenza c’è,
e sono io, che sferzo Ronzinante
sferrettando, sulla felicità che avrai,
la possibilità di un’isola nuova.
Non aver paura di guardare.

*

Il punto

Perché io ti rivedrò,
nell’antica abitudine
che fa la luce intermittente,
levata e proclive al nome:
nominata e allevata come pesca
ruzzolante sulle onde salate,
quando l’edera schiude il colore
e mastica il sole all’orizzonte.
Prima che nuvole e mare formino cerchio
un punto respira più a lungo
e sospende la continuità, un dubbio
di grillo sull’erba, grammo
liso di iuta, estatica
concentrazione meccanica,
e vita statica,
sospira un nuovo universo, sospeso il punto
scomparso il cerchio si salda,
il punto

*

Giaculatoria

“(di più falso non c’è nulla
che il voler dire il vero)
è vero questo approssimarsi.
è vero che a qualcosa, sempre, noi ci approssimiamo”.
Giuliano Mesa

Quanta strada c’è in questa rete
era il grido sterposo nel pensiero
di lui incapace di pescare
pagine incespicate, anagrammi di vie.
Ma la controtessitura è forse un’Appia,
una biscia uniangolare da seguire
lungo l’odore di vecchie occhiate fino a prua,
dove ancora si scuora e si chiede quanto
costi al mercato delle pulci il concetto
di autenticità. Si accorge allora che non c’è mare,
non c’è costato nella chiglia, nulla
da provocare. C’è il sudore scivoloso del suo qui,
il calco della stella squinternato
dentro la lampadina: impossibile ripetere
per due volte con accordo
lo stesso suono, non come una qualsiasi cicala,
che si conosce senza muoversi, e rifà, e riè.

(E poi si canterà in giaculatoria:
“Teoria, teoria, perché l’hai portato via?”)

*

Ti scrivo a penna

Ti scrivo a penna stavolta che i gendarmi
non hanno più caleidoscopi nelle mani,
che l’orletto mendicante delle nuvole
come una corda pizzicata è sdrucito,

arrampicato sulle ciglia
in cui c’è il riassunto del cosmo
la parola scandita dal mondo
l’hai insegnata senza gesti

Ti scrivo a penna ma vorrei
Padre David Maria a cui narrare
dei deserti bianchi e del pugno di neve
troppo fragile per testimoniarli,
ma è ruvido è solare il sigillo che lasciano
e vorrei chi spiegasse, lei che spiegasse,
Simòne, un cardo mai secco nell’Europa Breve,
il dolore come presenza dell’amore
e vorrei Danilo Dolci e sentirmi con lui dire
vietato digiunare in spiaggia, vorrei lo sguardo
che ad onta di qualsiasi sopruso romantico
è ancora lì a decifrare l’istante

[scosti gli occhi dal lettino su cui non sei
e le pareti diafane che mi sussurrano forse sarai tu
serrando la gola coi circuiti del cardiogramma]
I nodi dell’ulivo coltivano davvero grandezza
rivelando il cielo in un contrasto

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