Francesco Iannone/Poesia

Poesie inedite della fame e della sete di Francesco Iannone

foto

C’è un legnetto, amore,

che rapido discendere sull’acqua vediamo

e non lo riacciuffa il bambino che la mano gli concede

né il nonno che ci gioca a trattenerlo col bastone.

Fa una corsa quel legnetto solitario

sfibrato dalle creste dei massi e dai corpi

acuminati incontrati sul cammino.

A volte il nostro viaggio promette

le stesse acrobazie di quel legnetto

retrocede quando la corrente non più lo sospinge

poi avanza se l’onda aumenta, più forte lo dirige

alla dimora nuova sul finire della valle.

Ora calmo è il legnetto e tranquillo riposa

è fermo come sul vetro un insetto

fino al prossimo vento, alla stagione pericolosa,

che spero, che aspetto.

*

  a mio figlio

 La neve ha smangiato pure gli spigoli

delle cime più alte, ha ricevuto

il bianco come una guancia spianata farebbe coi baci.

L’inverno custodisce fiori dentro i suoi nervi duri

a mille cresciuti in segreto nel grembo grezzo delle pietre madri:

ecco dove alloggia la vita in attesa della schiusa

e tu, Antonio, verrai

come viene il cinque febbraio la neve

così improbabile qui, tre volte in un secolo solo.

 5 febbraio 2012

*

 Posso vedere tutto

il dolore caricato sul bastone dell’uomo vecchio,

il vento insistere come un figlio che domanda

agitando nell’aria la vela delle ciglia.

Sì, posso vedere tutto

l’argento delle stelle sulla tovaglia che il cielo apparecchia

il torchio dell’estate che strizza

ai corpi tutta l’acqua

posso vedere tutto

l’inchino a sipario aperto del tuo viso in abbandono al sonno,

il ritorno dello scirocco che fa agitare le carene dei fianchi

vicine fino all’incastro,

le pale dei piedi che si inceppano ad intreccio.

Con te posso morire adesso

uscire nuovo come dopo lo sfoglio.

*

La cerniera della valigia è chiusa

dopo la pressione esercitata dei gomiti sopra

dentro hai ordinato con cura

la vestaglia bianca che il dottore ti ha comandato di portare

(ché il miracolo del parto vuole

il nitore degli angeli e della neve)

è le tutine 0/2 che a me sembrano finzione,

impossibili da indossare

e più in là a riempire un vuoto

calzini più corti di un dito

che faranno tutt’uno coi piedi.

La vita, amore, è un grembo ricco di fiori.

*

Penso a me

a quando più debole sarà il mio respiro

e non più stabili le mani e le ginocchia

frantumate di cammino.

Penso alle suole bruciate dall’asfalto,

le dita a sangue piagate dalle pietre,

le ciglia che più non godono la luce.

Penso al significato della pioggia

che nel suo cadere in pace vivifica,

alla madre che sacrifica il suo latte

quando un figlio muore.

Penso allo svanire della notte, al forte

mantenere il giorno nelle orbite,

al desiderio intero di lavare via la morte.

*

Vorrei saperti felice sempre, come adesso,

che capitomboli stanca sul letto e avvolgi

le mie guance con i palmi

vorrei vederti congiungere gli occhi e essere certo

che di là pure ti ameranno come io di qua

come il sole fa ogni giorno con i tuoi risvegli.

*

Al mattino mi esercito a tenere in equilibrio un piede

le gambe agito come in rotazione, sgrano le ginocchia,

evito le piaghe.

Ma oltre la finestra all’improvviso vedo

due abili uccellini per aria litigare

forse per la briciola rubata a una panchina o a un davanzale

poi un cane scaltro un osso trafugare

e con le unghie sue furiose sfilacciare

le radici esili a un fiore

e pure un uomo vedo

giovane genuflettersi e piangere

e su un letto di pietre affondare

i gomiti nudi, le rustiche

mani meridionali

mentre articola a fatica le parole

io sono poco, io sono poco, che per me è un invito.

*

Stanotte non riuscivo a flettere

nel letto la schiena inchiodata al materasso

il peso assoluto del tempo l’ha lesa, irrimediabilmente.

Mi ha commosso la premura con cui

rinunciando al silenzio magico del sonno

dal buio del cassetto hai estratto

la mia pomata.

Adesso il m dolore mano a mano smette

di percuotere il tamburo teso delle ossa

di sfibrare il mio corpo-cassa di paglia.

La tua compagnia, amore,

è la calma immobile di una foglia sull’erba

il palmo in mostra di un bambino che esige

il suo premio battendo i piedi per terra.

*

 Sulla strada all’altezza di Fregene

due bambini provano a rincorrere il sole

che le punte dei pini di tanto in tanto fanno passare

nei loro moti di oscillazione.

Che gioia è l’aria che gli gonfia

addosso i vestitini, quel loro

ridere lieti senza sapere

il pericolo del buio

finché la luce c’è è più facile vedere

come il tempo modifichi l’aspetto delle cose

intorno la radura e più in là il paese

ma non i pini così alti e mai privi

di colore né i bambini

che si divertono a giocare sulle ginocchia del Signore.

*

Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985. Suoi testi sono apparsi su numerose riviste, fra cui ClanDestino, La Clessidra, Italian Poetry Review e Gradiva. È incluso nell’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni ottanta (Ladolfi, 2011, a cura di Matteo Fantuzzi, nota critica di Massimo Morasso). Ha pubblicato la silloge Pietra Lavica sulla rivista Poesia, introduzione di Maria Grazia Calandrone. Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011, 2012, 2014, premio L’Aquila opera prima, finalista premi Beppe Manfredi e Penne) è il suo primo libro. Collabora con la rivista Atelier.

2 thoughts on “Poesie inedite della fame e della sete di Francesco Iannone

  1. Poesie del pane e dell’acqua, che cercano di risolvere il problema della fame e della sete, poesie che si prendono cura delle cose della classicità quotidiana come pietre madri.

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