Antonio Sagredo/Poesia

Antonio Sagredo: Miserere

Georges Henri Rouault

 

Miserère mei, Deus

 
Non vi è mai nella morte l’ultimo atto, un girotondo

o un sipario senza fine che mi congeda dai suoi cardini,

e pure la commedia ha i suoi crocicchi  in chiaroscuro,

come quei lampioni che segnano un passaggio mestruato.

 
Non troverai nemmeno un requiem al palo dell’impiccato

ché la corda in fuga s’è specchiata ad occidente – sul lido

una risacca ha detestato un veniale perdigiorno, e non sai l’onda

che s’è mutata in tortile colonna per una spuma di sordidi ricatti.
 

E hanno celebrato da cieli occulti gli amplessi di serafini in lacrime,

cadute sono le ali in pozze di acqua fenica, per depurarsi il battito!

e mendicare sui gradini le note di un organo scordato in contumacia – 

dagli altari  come cera colano smorfie, terrori celesti dalle arcate.
 

E un miserère mei , deus. come un refrain carnale sul pentagramma,

quella giostra di capricci, quella grafia nera è un trucco da operetta

che dalle quinte al palco farfuglia nestoriani ordini, e a una femmina negano

un divino parto, un’orfanezza eterna come una cicatrice dai seni al ventre.

 

 antonio sagredo

Roma, 21 gennaio 2014

(dall’ora seconda alla decima)

*

 

secondo miserere…

 

 

La figura di una meraviglia s’è incavata per  l’assenza di un argine

e nel suono dei miei versi i ritmi battevano sul selciato con gli zoccoli

di una musica accidentata, e non  potevo io i tasti e i toni concedere

agli strumenti per deviare la soglia dalla banale quotidianità:

una privazione dei tempi  tracimare nel vuoto il volto di una metonimia!

 

 

E ricordai i bocci come grumi amari soffocare la bellezza dei miei sett’anni…

saltare i confini dei cortili con le pupille armate a caccia di nespole, melograni

e accenti… le parole in suoni come chicchi di madreperla sulle piombate secchie

picchiare per non sentire in petto quel che una lingua mortale non mi diceva allegramente.

 

 

La vecchia amata dai rosari neri cesellava con gli occhi i suoi pensieri…

il pulcino girava intorno per ascoltare le letanie dei suoi nastri funebri,

mirava sul trono di una seggiola balbettare le preghiere di rugate labbra

mentre epoche lontane mutavano le infanzie  di novelle storie in raccapricci.

 

 

E mi ritrovai, distrutti i castelli, coi malleoli sbucciati, le rovine in aria sui freddi

pianerottoli, le scale coi cugini in chiave di catastrofi, le viole mortali di Tommaso,

il burattinaio della città felice  tramare l’Opera, la piazza Dante squassata dal suo

Caro Male, i capricci di Carmelo, il trucco di un Angelo, ed io, interdetto – alla                          

                                                                                                                            leggenda!

 

Antonio Sagredo

 

Roma, 21 gennaio 2014

( dalla 17-ma ora alle 19-ma, ca.)

4 thoughts on “Antonio Sagredo: Miserere

  1. Ringrazio, commosso, Antonio Sagredo, che dedica i due miserere, sue prime composizioni del 2014, a me e a Giorgio Linguaglossa. Nel primo è la poesia che, come un girotondo, non vuole andare via; nel secondo, scorgo invece un intimo sguardo a ciò che di magico è stato, quel lontano luogo chiamato Infanzia, di rosari neri e melograni, e la giovinezza che Sagredo rievoca tra i capricci del Bene e sotto l’ala del suo Angelo (Ripellino). Per il resto, come dice Antonio nella mail che accompagna questi versi:

    “che brutto métier i Poeti, dove ogni parola è una lama o una assenza (E. Villa), eppure quale libertà

    ancora ci è concessa per combattere la quotidianità? – ma a quando il limite oltre la soglia della privazione? (Holderlin).”

  2. Riguardo alla poesia di Sagredo voglio fare una semplice considerazione: la sua è una poesia che, letta una volta, ad una seconda lettura ne riconosci subito il timbro, il tono, il clacson, il Glockenspiel, il mulinare dell’archetto sul violino, gli strappi, le metafore fuligginose e fragorose, i rientri e le fughe (interrotte e spezzate)… c’è una tale ricchezza di vocabolario e di fumisteria da baraccone da far rabbrividire… allegro e lugubre al tempo stesso, sordido e ingenuo, aulente e intonso, altezzoso e irriguardoso, notturno e solare, ilare e tragico, comico e grottesco, nella sua poesia i contrari sembrano toccarsi… potrei continuare a tessere le lodi di questa poesia. Ma a che pro? La poesia di Antonio Sagredo è libera, riottosa a qualunque forma di disciplina e di assoggettamento, vola in alto sulle ali di un ippogrifo per poi ricadere sulle spalle di ronzinante, non ha vie di mezzo, non conosce i piccoli trucchi letterari, si pavoneggia ora come una matrona ora come una maitresse, si trucca ora come una prostituta e ora come una sorella delle carmelitane scalze. Sagredo è un poeta di talento. Tutto qui.

  3. In queste belle poesie i versi fatti di tempo sembrano prendersi per mano e iniziare una danza delle ore, che poi diventa una danza macabra, e poi diventa una sarabanda Ensoriana, come un ingresso di Cristo a Bruxelles tragico e grottesco. Nella seconda la danza è quella degli anni della vita che si ripresentano e si squadernano in un eterno presente.

  4. Caro Locarno,
    con poche parole – come altre volte – dici bene e quasi tutto – Ti ringrazio. Anche Ensor è compreso tra i miei beniamini come tanti, e forse tra tutti svetta Bacon, ma il fatto è che questi specialissimi artisti ( e tant’altri) si compenetrano un nell’altro nel mio cerebro, ed io non faccio altro che metterli tutti insieme in un linguaggio da sarabanda (che il titolo di una mia poersia) che qui Ti invio e che si lega – quasi – bene con quanto su scrittto da Linguaglossa:
    —————-
    La sarabanda

    Tu sogni e detesti i miei sospetti e i passi sul selciato
    che da ogni sguardo in fuga suonano un rugoso affetto.
    Fu un invito a perdifiato il frammento di un requiem ,
    un mezzo canto trascinato al festino di alterne note.

    Persiani gli squilli di un ritorno arabo, e tuo è il passo lento
    di un pensiero cordigliero – la sarabanda di una lingua
    è portale di scoperta, come una follia ternaria in filigrana –
    ahimè, di giada è il sangue sulla pietra, e ai fianchi è la ferita!

    E tormenti i miei sogni sibillini e nei calici urlano le lacrime,
    sono crollati i semitoni, schiamazzano i gradini della scala.
    Leggio, arcate, colonne e una fuga barocca sulle dita delle corde!
    Giostra d’arabeschi, affreschi di cristalli divorano tasti e mani!

    Tu giochi con l’accidia e l’oblio i miei conforti occidentali
    e stampi sulla creta il lutto di un attico trionfo, ma di lauro
    sono le corone di epitaffi, e tarda è la fioritura dei miei versi.
    I poeti sono altrove, e l’oriente è una luce che oggi ci divora – intatti!

    antonio sagredo
    Roma, 13/23 ottobre 2011

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