Franz Krauspenhaar/Narrativa

LA BELLA MOGLIE di Franz Krauspenhaar

LA BELLA MOGLIE , di Franz Krauspenhaar – seguito di IL SUBENTRATO primo capitolo pubblicato in E book su Lite Editions, in vendita in tutti gli stores.

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1

Alle otto  e mezza sono  a ritirare i miei tremila euro ricattati al motel. Sono arrivati puntuali. Non mi sento meglio,nonostante l’iniezione di contante. Faccio passare ancora un po’ di minuti e poi mi decido ad andare verso il centro, alla E.PU.D.O. Cammino sul marciapiede antistante la palazzina attendendo la segretaria di Tommei. La vedo arrivare, una bella donna, ne sono sempre più convinto. Mi nascondo dietro a una pianta. Non mi vede, entra.

Dopo una decina di minuti m’imbuco nell’atrio, ho deciso di parlare con Rino Ravello il portinaio.

“Come sta?”, gli dico. Lui non risponde, aggrappato alla sua consolle, mentre alcuni impiegati entrano nello stabile. Tommei per fortuna non appare.

“Posso parlarle un momento?” Tiro fuori dalla tasca interna della giacca due banconote da cento. Ravello le guarda per un secondo; poi, impassibile, riprende ad armeggiare coi suoi pulsanti, i suoi giocattoli digitali. Tiro fuori altre tre banconote e le tengo piegate in mano, di modo che le possa vedere soltanto lui. A quel punto Ravello mi fa un cenno con la testa. Poi alza la mano libera e muove le cinque dita come in un breve arpeggio. Cinque minuti? Cinquecento euro? (Ma già ci siamo!). Cinquemila? Decido per i cinque minuti. Esco alla svelta e rimango fuori, sul marciapiede, seminascosto dietro alla solita pianta.

Cinque minuti dopo, puntuale, Ravello mi sta cercando. Mi scosto dal riparo. Mi vede. Mi fa cenno di seguirlo. Lo pedino per modo di dire, a una distanza di una cinquantina di metri. In via Roccoli la strada piega per via D’Aprile. E ora non lo vedo più. Mi affretto. Mi sta aspettando dietro l’angolo: un incontro di destino, il nostro.

“Cosa vuole, allora?” mi fa con un sorriso acre.” Non ho molto tempo, io lavoro”, conclude.

Gli cedo volentieri i cinque pezzi da cento. Lui respinge. “Mi dica cosa vuole”.

“Solo sapere come si chiama la segretaria del suo principale”, dico asciutto.

Lui ride. “E perché? Vuol farle la corte?”. Smette di ridere. Indica i bigliettoni. Glieli allungo subito e lui li prende.

“Perché ci vuole parlare, allora?”

“Mi piace. La voglio conoscere”, dico sorridendo. “Ha una sigaretta?”

“Ho smesso. Senta un pò, perché non se la va a conoscere da solo? Io non faccio il mezzano, non so se lo sa”.

“Sono un timido”. Tiro fuori dalla tasca altri cinque testoni.

“Carla, si chiama”. Mi fa segno di passargli gli altri cinquecento. Eseguo.

“E il cognome?”

“Lei è un uomo ricco signor… Cravat?” Ravello tira fuori dalla sua divisa grigia un pacchetto di Super e se ne accende una, per fortuna senza nemmeno fare il gesto di offrirmene un’altra.

“E quanto vuoi per il cognome?” domando con irritazione.

“Altri cinquecento “.

“Lo sai che posso scoprirlo anche senza il tuo aiuto, vero?”.

Lui mi fa un gesto come a dire: prego, si accomodi.

Non so cosa mi prende. Forse è per quella sigaretta che si ficca in bocca – tirandosela di brutto- da circa trenta secondi; o per il fatto che mi abbia detto che non fuma mentre in realtà fuma. Più che altro per questo, si. Perché perdere il controllo, se no?

Lo prendo per il collo con la mano sinistra e lo sbatto contro il muro. La sigaretta la perde subito. Con la destra gli assesto un cazzotto secco alla mascella, da distanza ravvicinata. Sbatte con la testa contro il granito, non forte.

“Fuori il cognome della signora o ti metto la testa dove hai i piedi”.

“Nisiati”, fa lui prontamente ma per niente sconvolto. E aggiunge: “Ma sei un uomo morto, lo devi sapere”.

Un balordo, l’avevo capito subito. Uno che le spara grosse. Qualche passante ha visto la scena ma ha pensato bene di tirare dritto: ogni tanto la vigliaccheria del prossimo può essere persino utile. 

“Tu morirai molto prima, se continui a fumare quella merda”, gli dico. “Se mi hai cacciato una palla ritorno, Ravello”, concludo. E mollo la presa.

“Sei un uomo morto, sei, un uomo morto”, continua a ripetere stando fermo sul posto mentre io sto allontanandomi, “sei fottuto, fottuto e morto, hai capito? Fottuto e morto”.

Lo lascio  perdere. Beati coloro che non sanno quello che dicono, direbbe la Bibbia degli Ignoranti. E Ravello è senz’altro uno che in questa balorda beatitudine ci sguazza come un pesce marcio morto di sonno.

Sono quasi certo che non dirà nulla a nessuno. Ha preso una tangente per un’informazione riservata su di un elemento importante della ditta nella quale lavora. Si, ha fatto il duro, mi ha minacciato di morte; ma conosco quei tizi, quando facevo lo sbirro statale ne ho incontrati parecchi di minaccianti, e ben più argomentanti di lui. Chi vuol farti davvero la pelle non sbraita. Chi vuol farti davvero la pelle cammina sui tuoi denti triturati mentre tu non lo sai, perché sei già asceso al cielo. O caduto nel gorgo. O replicato nel nulla.

Faccio passare la giornata vagando come un cencio d’uomo, un cinquantenne fantasma metropolitano e  depresso duro. Penso a Francesca che a mezzogiorno, o stasera, preparerà la pasta al pesto, o lo stufato, o la parmigiana  al Subentrato; penso a Daniela Tommei probabilmente morta; penso a Tommei probabilmente con la coscienza sporca; e penso a Carla Nisiati, il cui numero di telefono compare sulla guida telefonica della mia bella città nuda e anche cruda. Ve n’è solo una. A meno che Carla non abiti fuori Milano e quella che ho trovato sia un’omonima. Attendo così la sera e  il suo rientro a casa, se rientrerà e soprattutto se sarà lei.

Abita, quella Carla Nisiati dell’elenco, in via Tonale.

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