Ivan Pozzoni/Poesia

Ivan Pozzoni – Inediti

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II e III (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press); nel 2009 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press) e L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Liminamentis). È direttore culturale della Limina Mentis Editore; è direttore de L’arrivista – Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.

 

21. L’OFFICINA DEI MORTI DI FAME

 

Ai margini dell’ex-Brianza commerciale, oramai fitta di capannoni sfitti

si erge nella sporcizia, morale e materiale, degna di una fabbrica di catrame

l’Officina dei morti di fame.

 

Sognando di avere creato un impero industriale degno d’un Ferrero

verrà ad accogliervi, all’entrata, in sella all’inseparabile muletto

un omino tutto nero, voncione cromatore, crapapelada col baffetto,

d’etimologia hitleriana, sdrucito maneggione finto burbero,

arricchito dai famosi anni ’70 crestando su stipendi e tasse,

con cinque o sei operai scazzati a sbrogliare ogni tipo di sua impasse.

 

Voncione il cromatore è l’arroganza dei dementi

che alzano la voce con i deboli leccando i culi dei potenti,

è sintesi dell’ignoranza dell’uomo che ha sempre in tasca una soluzione

truffare il fisco, fare nero, inquinare, scampando sempre la prigione,

grazie ad appoggi comunali e a un esercito di ragionieri, dotti consulenti,

vantandosi d’un’azienda che ha come massimi clienti

vecchi collezionisti di cianfrusaglie bisognosi di cromar bulloni.

 

Pontifica su tutto, dalla contabilità semplificata alla calligrafia

e a scrivere un’email di tre righe, sgrammaticata, ci mette il tempo d’una serigrafia,

mischiando orografia e ortografia, voncione il cromatore,

confonde i monti con Tremonti, la valle con la torta

che si spartisce insieme al figlio Topgàn, maestro di gestione e controllo sulla carta,

la carta dei vini al ristorante, dove trascorre le giornate a non far niente.

 

Chi si avvicini alla Cascina adotti massima attenzione

alla famiglia milionaria di voncione il cromatore,

capostipite, in un magazzino colmo di ciarpame,

dell’Officina dei morti di fame.

 

22. IL GATTO DI KEATS

 

Nelle lande brumose del romanticismo inglese c’era il gatto di Keats,

il gatto di Keats a dare all’arte speranza di eterno ritorno

e all’artista sensazione di tornare all’eterno,

lontano dalle inquietudini, tutte terrene, delle bollette,

delle fatture da emettere a fine mese, dello stipendio da incassare,

dal far quadrare i conti accontendando i quadri (aziendali).

 

Nelle case londinesi impregnate d’etica vittoriana c’era il gatto di Keats,

si accoccolava sulle gambe di chi scriveva versi, senza scappare,

tendeva agguati ai sogni e alle farfalle azzurre, a viole e a fate,

sussurrando, ad ogni carezza, miaulii d’immortalità

a uomini che morivano di niente: tisi, influenza e tubercolosi,

malnutrizione, sifilide, stenti, battaglie e inverni freddi.

 

Ci vorrebbe ancora il gatto di Keats:

i gatti post-moderni sperimentano cosmetici e farmaci,

hanno aghi infilati nelle splendide iridi verde lacustre,

e, impegnati a frugare in sacchetti di innaturali croccantini,

a diventare obesi come l’homo consumens,

non si preoccupano di incalzare topi da biblioteca,

non si curano della grandezza durevole dell’arte o dell’artista.

 

C’era il gatto di Keats, allora, specie oramai estinta,

e noi, abbandonati alla disperazione dell’istante,

giochiamo a foggiarci felini, sinuosi e flessibili,

timorosi di tutto ciò che è liquido: amore, vita, paura,

fingendo di avere milioni di vite, e sprecandone una.

 

23. PENSO CHE ALL’INFERNO SI PARLI INGLESE

 

L’importante è iscriversi a un corso d’inglese, imparare a conversare in un inglese impeccabile,

anche se non si ha niente da dire, soprattutto se non si ha niente da dire,

arrivare a non aver niente da dire è un must di ogni nazione civile.

 

L’inglese è indispensabile, è l’idioma della Lehman Brothers,

dell’alta finanza che naviga su internet, nel cyberspace,

senza inglese non si trova lavoro, non padroneggiare l’inglese è un disdoro,

il macellaio si intristisce a colloquio con la mucca Highlander,

il meccanico non comprende il senso delle Goodyear,

l’impiegato d’un’azienda galvanica, con baricentro tra Renate e Carate Brianza,

si smarrisce a far bolle in brianzolo con l’inglese che avanza.

 

L’importante è iscriversi a un corso d’inglese, e non sia un corso di còrso,

all’inglese l’imperatore Napoleone non avrebbe mai fatto ricorso,

english is the language of future, benché, a noi, generazione no future,

non serva l’inglese, ma serva soccorso.

 

Glocalizzati, novelli servi della gleba, incatenati al territorio,

coviamo la funesta sensazione che l’italiano ci accompagni all’obitorio,

senza dovere mai rimpiangere di aver sprecato denari,

in corsi, insegnanti, lezioni e dizionari,

perché, abituati a spingerci al massimo fino a Varese,

abbiam la certezza che all’inferno, almeno, si parli inglese.

 

24. ROCAMBOLE

 

C’è chi mi chiama Rocambole,

senza che io incarni eroismo alcuno,

se non l’eroismo deleterio, tutto milanese,

di alzarmi, giorno dopo giorno, alle 07.00 del mattino,

affrontando ogni sorta di avventura rocambolesca:

tipo dribblare le auto di dementi assonnati e contenti di realizzarsi in azienda,

tipo fingere di dar retta a un capufficio pedante,

assorbito dalla forma di una lettera commerciale (in endecasillabi rolliani),

tipo organizzare incontri di soccer tra morti viventi e vivi morenti,

tipo ricordare di spegnere il gas prima di andare a dormire.

 

Magari un Rocambole delle officine dei morti di fame,

un Rocambole dei supermercati della Lombardia,

o, forse, un Rocambole dell’area di rigore?

 

Rocambole nell’arte e nella cultura,

distruttore che diventa costruttore

in tempi di ricorrenti fallimenti delle imprese edili,

sabotatore che si rinnova in sabotier,

grazie alla durezza complice del legno,

Pinocchio che si risveglia Harry Potter,

declamando i miei versi con bocca colma d’aglio,

– forse, tutto qui, ho l’acidità satirica di una rocambola-

e non digerendo chi canta nel coro, facendomi di Malox,

non so se augurarmi di smettere di deridervi,

di un riso «che non si cuoce», Nobis docet,

o di deridermi d’avere smesso di rocambolare.

 

25. VATE VOBIS

 

Vate vobis,

finalmente è arrivato il vostro turno di

a] tirare avanti l’ingranaggio della catena di montaggio,

b] fondare case editrici, riviste, rigorosamente a vostre spese,

c] sudare, come maiali, sull’organizzazione di antologie e volumi collettivi,

d] ricercare di fare seria ricerca,

e] inventare testi battendo tristi tasti di tastiere toste.

 

Vate vobis,

è venuto il regno della dissoluzione di ogni forma poetica,

fiat lux et fiat facta est in stabilimentum

Thermae Himerae, or Tychy (Poland), or Sterlingh Heights (Michigan),

è il momento dell’ortolano, avanguardista del rafano, di tentar la metrica,

la metrica all’amatriciana del ristoratore, vincitore del concorso di Trescore,

o l’endecasillabo sdrucciolo di vaselina, distintivo dell’artista ragazzina.

 

Vate vobis, siamo in democrazia, la lirica a due lire,

lo stile è in svendita a chiunque abbia una stilo,

il medesimo Giovanni lo stilita ci ha insegnato che cagare

dall’alto di una colonna (di rivista o di giornale?) non è peccato,

essendo addirittura requisito di santità dell’oggetto defecato.

 

Vate vobis,

non incito alla cultura codina del circolo ristretto,

che restringe l’accoglienza culturale a muri di lazzaretto,

è che, le avanguardie, tutte e mille, hanno avuto unanime sentore

ch’è il momento esatto, adesso, di strappare la casalinga di Voghera alla sua telenovela,

gli scambisti di San Salvatore alla loro (meritata) orgia con tre uomini di colore,

o il sacerdote di Masera ai vespri della sera,

senza rilevare sociologicamente, facendosi un minimo di mazzo,

se a costoro dell’impresa artistica interessi un cazzo.

 

26. IL SIGNORE DELL’ANELLO

 

Non so, allo stato delle cose, «uno stato che non riesce a stare fermo

– mi insegni coi tuoi sguardi adulti, interrogativi- che stato è?»,

se avrò l’onore di non impazzire in mezzo alle grida della battaglia,

se sarò ancora in grado di abbracciarti quando sognerai di inghiottire cicche finte,

se avrò sempre la forza di trasfigurare in voce i tuoi disperati silenzi,

se sarò vivo, vivace, come vuoi tu, anche superati i quarant’anni.

 

Allo stato delle cose c’è un anellino di nebbia, che miro e rimiro, sul mio anulare sinistro,

forse sarà l’effetto dell’alternanza notturna tra cocktails e delorazepam,

c’è un anellino di nebbia rubato al banchetto delle caramelle, 

dove eri tutta intenta a fare incetta di cuori di gelatina gommosa

da nascondere nell’armadio a oltrepassare l’inverno,

e nessuno s’è accorto che ne ho rubato uno, nessuno che lo indosso,

che di tanto in tanto ne succhio la circonferenza, sa di fragola,

e mi frena le lacrime, e mi frena la convinzione di non avere futuro,

no future, insomma, mi hai conosciuto che ero un punk, un cinico, senza cresta.

 

Se avrò l’onore di non impazzire in mezzo alle grida della battaglia,

se sarò ancora in grado di accarezzarti quando ti svegli a notte fonda,

e mi trovi a scrivere, a leggere, o a inventare chissàchetipo di nuova follia,

se basterà il contatto della mia mano a farti da Daparox,

se saremo ancora vivi, vivaci, superata quest’infinita recessione,

ci basterà fondere oro e nebbia, conservare un cuore di gelatina gommosa,

e avere un unico anulare sinistro, signore di ogni anello.

 

27. DECRETO SULLE EMISSIONI MASSIME CONSENTITE

 

La burocrazia, madre di ogni stato civile, senza civili smentite,

ha finalmente emesso un nuovo decreto sul valore sociale dell’arte

da lasciare in bella vista, in sede prefettizia, sotto lussuosi fermacarte,

in materia d’emissioni artistiche massime consentite.

 

La certezza è che qualsiasi forma d’arte sia fonte d’avvelenamento

onde l’urgenza decretomaniaca di una inavvertita mitridatizzazione (della popolazione),

ha condannato il senatore del Molise a un quarto d’ora di santa abnegazione,

fino a scomodare i sonni sacri dei membri del nostro Parlamento.

 

Si ordina il fallimento di tutte le case editrici di modeste dimensioni,

di tutte le associazioni a scopo culturale, dei giornaletti di rione,

caso mai, con la cultura, ci scappino rivoluzioni,

l’ultimo exit-poll mostra che il mix tra Faletti e Fabio Volo conduce a sedizione.

 

I nove senatori intervenuti al dibattito e alla votazione,

hanno equivocato, con inattaccabile tempismo:

verso l’arte l’italiano medio non ha nessuna vocazione,

essendo destinato a morir di decretinismo.

 

[M’è sfuggita un’altra occasione di tacere in rima,

che l’amico Giorgio rimprovera rima telefonata – come a menare il Kant per l’aia-;

non si addicono, effettivamente, tentativi di rocambolare, con ‘sto clima

di correnti intercettazioni di Telecom Italia].

 

28. DALL’EURO ALLA NEURO

 

Sto ancora a battere sui tasti, in cerca di una rima telefonata,

una rima che a volte viene, a volte rimane a letto, mai alletta,

in certi casi allatta, vittima dell’amara guasconata,

del farmi rimanere umile scrittoruncolo in bolletta.

 

Dalla bolletta dell’acqua alla bolletta dell’elettricità

da disoccupato sperimento la mancanza di celebrità,

senza fame di fama, continuo ad ingrassare

nessuna canna (del fucile),

essendo un mero alternativo, esente dall’urgenza di rubare.

 

Prima i caffè costavano 1.000£, e adesso 1€,

cose, che a rifletterci, dovrebbero mandar tutti alla neuro,

neurodeliranti in Stato neuro vegetativo,

nipoti di uno stato che fatica ad essere in attivo,

viviamo, giorno dopo giorno, in completa assuefazione

del fatto d’esser mantenuti dalla precedente generazione,

complice del dissesto, attraverso decenni d’urne accomandatarie,

che, speriamo, non si trasformino a breve in urne cinerarie.

 

Dall’euro alla neuro, in Deutschland (über alles) non succede,

noi terroni d’Europa non abbiam diritto d’uscir da recessione

accompagnati al baratro da una classe indiligente in malafede,

essendo terre ricche d’acque, meritiamo solamente stagnazione.

 

 

 

 

 

 

 

8 thoughts on “Ivan Pozzoni – Inediti

  1. Grazie a Giorgio Linguaglossa per aver proposto questi inediti di Ivan Pozzoni, che cita Giorgio riprendendo la discussione iniziata su http://moltinpoesia.blogspot.co.uk/2012/07/ivan-pozzoni-cinque-non-poesie.html
    Da parte mia trovo una poesia attenta e ironica sulle parvenze tragiche della postmodernità e una riflessione sulla “non poesia” che rimane poesia, nel senso di musica e ritmo, anche in ‘Vate Vobis’ che più mette al bando ritmo e musica, con ironica ira nostalgico futurista. E non importa se ne fa il verso, piace lo stesso :)

  2. Un caro saluto ad Abele ed Ivan; trovo molto interessante questa proposta e (ce ne sarebbero di considerazioni da fare) mi soffermo brevemente sull’intelligente, ironica, ma anche indignata (mi scuso se uso un termine logoro e banalizzato) manipolazione della/delle lingue che Ivan fa. La sua accusa contro il sistema politico, economico, psicologico in cui viviamo passa proprio attraverso i registri linguistici adottati ed abilmente, consapevolmente intrecciati, variati, ora piegati a mostrare il grottesco, ora la sofferenza che quello stesso sistema provoca.

  3. Ciao Antonio, e’ un punto importante, infatti. E sicuramente parleranno Inglese all’Inferno, come ovunque e cosi’ tanto che qui in Inghilterra, dove vivo, hanno smesso di imparare altre lingue.

  4. ho sempre creduto nel lavoro di Ivan Pozzoni e mi sono sempre divertito ai suoi funambolici colpi di staffile alla consorteria letteraria con tutti i loro funzionari letterati fatti al linoleum, di plastica, di chewingum, infarciti di caviale (finto)… insomma, nei testi di Ivan trovo una hilarotragoedia dei nostri tempi, ci trovo chiaramente nominata la parola “recessione” e altre parole che fanno storcere il naso ai beneducati professori e alle poetesse azzimate che ci sono in circolazione, sono sempre stato convinto che una generazione che non protesta e che non si ribella non sia una generazione (che sia entrante o uscente non so, so solo che è inesistente). Ivan Pozzoni è un personaggio che si presenta nelle vesti di un anti poeta, di un rottamatore delle istituzioni e delle consorterie. Ciò lo considero giusto e altamente salutare e benefico. Pozzoni non fa parte né della generazione entrante né di quella uscente, perché ha capito benissimo che non c’è nulla dove entrare e da dove uscire, non ci tiene a farsi prendere in giro, non ama le parole d’ordine costruite negli uffici stampa di editori di dubbia professionalità. Sono convinto che oggi ci sia bisogno di anti poeti come Ivan Pozzoni, c’è bisogno del suo lavoro e della sua passione.

    • ne parlavamo giusto ieri, alla ricezione di mail metricamente intricate, logicamente irrazionali, versoliberamente non dipendenti, emotivamente scarsine: ma questo è quanto, ottimo poeta, ottimo critico; l’eccezione che conferma la regola!

  5. Cari tutti, l’amico Giorgio ha ragione. Non sono parte della generazione entrante e non sono parte della generazione uscente: il mio modo di fare arte (?), non è “civile” – come mi scrive molte volte Giorgio- è “chorastico”, cioè sito in mezzo alla “polis” e a “oi barbaroi”. Preferisco essere artista chorastico, che civile! La metafora di Giorgio mi spinge ad una riflessione rocambolesca: mi sento – da artista- come bloccato all’interno di uno sportello bancomat: non entro in banca (oi barbaroi), e non esco in strada (polis). Però – come promettevo ai carissimi amici Giorgio e Giuliano Ladolfi – migliorerò, migliorerò, migliorerò. E sono debitore a Giorgio di una modesta riflessione sullo stato dell’arte, e dell’artigianato, in cui vorrei sottolineare come sia importante uscire dal binomio paradigmatico metricisti – equilibristi – versoliberisti, e entrare nella riflessione sul binomio paradigmatico emotivisti – equilibristi – razionalisti. Almeno – a passo da centometrista- chiuderemo la questione metrica (questione omerica) e apriremo la questione civica dell’arte. E mi farete finalmente uscire dallo sportello bancomat (tra l’altro, sono un artista senza bancomat)…

  6. Versi volutamente dissonanti, obliqui, caricaturali, che a me ricordano molto Gian Pietro Lucini sia per l’andamento ritmico, il respiro, l’incedere rotto e irridente, sia per la colloquialità e il prosaismo straniati e scardinati dall’interno.

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