Un inedito di Giovanni Catalano

La sindrome di Bálint-Holmes (e altri disturbi del riconoscimento)

Giovanni Catalano
Giovanni Catalano

 

 

           Oggi abbiamo capito

           che bisogna essere in due

           anche per essere soli.

           E che persino le idee migliori

           prima o poi finiscono

           per sorprenderci in vacanza

           o nei momenti più felici

di maggiore disattenzione:

una vasca da bagno, una mela

che dopo tanta fatica

cade all’ombra di un albero di mele.

Cinquanta e cinquanta,

il cinquanta percento.

Ci alziamo, riceviamo una spinta

dal basso verso l’alto.

L’ideale sarebbe arrivare

a non pensare a niente e stare

al nostro posto e senza nemmeno

tremare con la gamba, senza

nemmeno sentire il bisogno

di chiedere una penna al primo sconosciuto

che passa e scrivere qualcosa

sui tovaglioli dei bar.

Dobbiamo ancora ordinare

(due caffè al tavolo fuori).

Né possiamo restare

anche se ancora vorrei

imparare qualcosa di me,

da scriverci un libro, da raccontare

ai miei figli.

 

Perché il cervello umano è diviso

in due come una cellula, un uovo

che frigge.

 

E per semplificare diremo due

parti uguali ma la destra non sa

cosa fa (la sinistra vede l’albero,

la destra la foresta).

 

Dove andremo

a finire se non ci muoviamo

da qui, seduti stretti

con le ginocchia al petto, il collo

storto tra le regole e il superamento

delle regole che storicamente

definiscono un genere

letterario (approfondimento,

incubazione, illuminazione,

verifica) piuttosto che un altro.

 

Va bene. Spegni, chiudi, usciamo.

Un altro shampoo, il vento troppo freddo

o troppo caldo di un vecchio asciugacapelli

che dovrò dimenticare in un altro albergo.

E non abbiamo colpe se forse è l’ultimo

volo anche se ancora vorrei inventare qualcosa

di me, da scriverci un libro, da insegnare

ai miei figli. Ma avevamo preso

tutto. Leggevi, è la stanchezza

la prima causa di insonnia.

 

E io che credevo

di non ascoltarti nemmeno: domani

il piano di lavoro è alzarsi presto

e andare a letto prima

di morire di sonno.

 

Non piangere.

 

L’ideale sarebbe arrivare

in tempo, andrà tutto bene.

Non c’è niente da fare.

 

Parlando così, a parole

uno potrebbe pure pensare

di chiudere piano le porte

da cui non rientreremo mai più

e restare qui, non troppo lontano

né troppo vicino, al centro

di una piazza senza nome, nel punto esatto

in cui nulla potrà succedere

e ogni tanto farlo sul serio

per vedere gli altri che direbbero

al posto nostro, che farebbero

dopo tutto questo tempo

non lo so, uno si siede per terra,

i ricordi non si toccano, perché

non diamo un occhio all’altro lato

della strada dove il buio arrivava

fino a fuori, una coda così lunga

che avevi una buona probabilità

per una volta, almeno, per un momento,

di non essere né il primo

né l’ultimo dei miei pensieri.

 

In quest’ultimo tratto

di autostrada

anche i villini sembrano costruiti

con materiali di recupero

e strutture di riuso, feticci

di spontanea incoscienza, non c’è tempo

d’intonacare, il ferro arrugginito

spunta dai tetti, dalle terrazze sul mare.

Luminescenti si avvolgono e si svolgono

in invisibili spirali di nostalgia

i nastri magnetici delle audiocassette,

alcuni CD appesi ai fili di nylon

lampeggiano come specchi rotti

e scintille di vetri di bottiglia,

altri annodano alle ringhiere sottili

strisce di carta da regalo.

Brillano come alghe oro-argento

di una chiglia abbandonata,

come vele strappate, tende nel deserto

oscillano, ondeggiano mute

come le ragazze dimenticate

in una bianca capigliatura

di riflessi e colpi di sole, un fazzoletto,

un aquilone di stagno, un gatto

a nove code.

 

Se fisso il bagliore

di queste case senza facciata,

i balconi corrosi dal sale,

è per chiedermi se così tengano

davvero lontani i piccioni

o se è solo un altro modo, una maniera

tutta nostra di salutare.

 

Saliamo a piedi

che non hanno ancora

riparato gli ascensori.

E chissà quando accenderanno

i termosifoni che con quello

che paghiamo di condominio,

pensare che non è nemmeno

casa nostra ma almeno

qui abbiamo trovato lavoro

e un lavoro lo trova pure

chi non ha mai studiato,

chi non conosce nessuno.

 

Non ricordo dove ho letto

che nell’assoluta perfezione

di ogni tappeto persiano

i tessitori introducono

un impercettibile errore ritmico

come un difetto di modestia

per non sfidare Dio.

 

Io non l’ho mai trovato

eppure su quel tappeto

avremo fatto l’amore

così tante di quelle volte

che ancora sento l’odore

della lana bagnata dalla pioggia,

della polvere caduta e sollevata

da decine di traslochi, di gatti

che ci guardano immobili

senza chiedere aiuto.

 

E pensare quanto mi piaceva

quando ti alzavi all’improvviso

e mi dicevi io vado a cambiare disco,

e a ragione. Si commenta da solo,

Synchronicity dei Police,

la copertina come nuova,

l’avevo preso una miseria

da un vecchio rigattiere

che non ne capiva niente.

 

I reni, il fegato. Ci sono

cose che rimangono impresse.

Tu avevi una voglia

come un morso sul fianco

ma meno profondo di un graffio.

Ce l’avrai ancora, penso.

Anche se forse nel frattempo

avranno fatto di quei salti in avanti

che adesso nemmeno

si vedrebbero i punti, le cicatrici

che ci hanno lasciato.

Giovanni Catalano è nato a Palermo nel 1982. Attualmente vive a Pavia e lavora a Milano come consulente nel campo delle telecomunicazioni. Di poesia ha pubblicato Immaginate la ragazza (Lampi di Stampa, 2009) e L’amico di Wigner (Lampi di Stampa, 2011) per la collana Festival diretta da Valentino Ronchi. Altri testi sono presenti su riviste e antologie. Ha collaborato con Poetarum Silva e altri blog letterari.

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Un pensiero su “Un inedito di Giovanni Catalano

  1. Questa poesia si veste del parlato, rinuncia ad essere poesia nella forma per esserlo pienamente nella sostanza del dettato e fa di tutto per allontanare ogni ombra, per restare più a lungo possibile “…nel punto esatto/ in cui nulla può succedere”, per esorcizzare l’assenza. E alla fine ci si accorge che solo in questa forma di pensiero sgranato e senza filtri certe cose, compreso il non detto, potevano dirsi.

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