Boris Vian/Narrativa/Renato Corpaci

La schiuma dei giorni, Renato Corpaci legge Boris Vian tra cinema e letterarura

Mood indigo, di Michel Gondry

Mood indigo, di Michel Gondry

Perché, si chiederà qualcuno, parlare di un romanzo pubblicato nel 1946? Perché il recente annuncio del lancio del film Mood Indigo di Michael Gondry, l’autore di The Eternal Sunshine of the Spotless Mind , 2004, uno dei miei film preferiti, mi ha stimolato la lettura di questo romanzo surrealista, La schiuma dei giorni (Marcos y Marcos) forse il romanzo più conosciuto di un Boris Vian ventisettenne all’epoca della pubblicazione, da cui è tratto il film di Gondry.
In realtà, conosco Boris Vian (1920-1959) da quando ho imparato a leggere, si può dire. Un libro di Vian, L’Automne a Pekin, in lingua originale e in edizione tascabile, si trovava su uno scaffale della libreria dei miei genitori ad altezza degli occhi di uno scolaretto. Confesso di non averlo mai letto e, recentemente, è sparito, insieme a gran parte dei libri di cui una vecchia madre ha pensato di fare dono agli amici bancarellisti, non essendo più in grado di distinguerne, purtroppo, neppure le copertine.


La maggior parte delle persone, però, conosce Vian per via di una canzone pacifista tradotta in italiano da Ivano Fossati, autore anche della bella prefazione al romanzo: Il disertore
In piena facoltà
egregio presidente
le scrivo la presente
che spero leggerà.

La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì…

vian
Ecc, ecc. Vian, scrittore, poeta, musicista, cantante, traduttore, critico, attore, inventore, ingegnere e autore anche di canzoni, oltre che appassionato di jazz (Duke Ellington e Miles Davis, tra le sue frequentazioni) aveva scritto questa canzone per protestare contro la guerra franco-vietnamita.
Ma veniamo alla trama del libro.
Colin è quello che un tempo si sarebbe definito “un giovane libertino”. Vive dignitosamente di rendita, senza eccentricità eccessive, in un appartamento parigino, con il cuoco Nicolas – seguace del celebre chef Joul Gouffé (1807-1877) – e i topi che abitano discretamente il corridoio, senza che il padrone di casa abbia a turbarsi della loro presenza.
Chick è l’amico di Colin. Molto meno benestante, è costretto a lavorare per vivere. La fidanzata di Chick si chiama Alise ed è, del tutto casualmente, la nipote di Nicolas, il cuoco di qui sopra. E qui abbiamo subito un assaggio della prosa dell’autore:
«E così» disse Colin «praticamente siamo in famiglia. Lei però, Nicolas, non mi aveva mica detto di avere una nipote».
«Sa, signore, mia sorella ha preso una cattiva strada. Ha studiato filosofia. Sono cose di cui non si ha voglia di vantarsi, in una famiglia fiera delle sue tradizioni…»
La verve letteraria di Vian è ironica, scanzonata, surreale. Eccone un altro esempio: Colin ha inventato un pianocktail, un pianoforte che, quando è percosso, produce automaticamente dei cocktail alcolici a seconda della musica riprodotta «Il pedale del forte corrisponde a un uovo sbattuto; quello del piano al ghiaccio.»
Chick è ossessivamente affascinato dal pensiero del prolifico filosofo “Jean Sol Partre”, una passione condivisa dalla fidanzata, ma che lo porterà a sperperare tutti i suoi guadagni, unitamente ai prestiti erogati dal suo amico Colin, nell’acquisto delle opere di questo intellettuale alla moda. In seguito, stimolato dall’avidità di un libraio affarista, Chick si ridurrà sul lastrico pur di accaparrarsi, come millantate reliquie, anche accessori dell’abbigliamento spacciati come appartenenti al filosofo, a detrimento della relazione con Alise.
Alla festa per il compleanno di Dupont (il barboncino di Isis, un’amica di Alise) Colin incontra Chloé, di cui s’innamora perdutamente. I due convolano presto a nozze e partono per il proverbiale viaggio, accompagnati dal cuoco improvvisatosi chauffeur.
Uno strano viaggio verso il Sud: su strade fangose che attraversano miniere di rame popolate da minatori minacciosi. Giunti all’albergo, Colin e Nicolas hanno un alterco che culmina con il lancio di una scarpa attraverso il vetro della stanza di Colin e Chloé. La mattina seguente, la brina depositatasi sul seno di Chloé, non lascia presagire nulla di buono.
È l’inizio della tragedia. La giovane moglie di Colin si ammala e deve essere portata in visita da uno specialista che non può fare altro che constatare la crescita di una ninfea nel suo petto e monitorarne progressivamente lo sviluppo delle dimensioni.
Val la pena di ricordare qui, tra parentesi, che Boris Vian era afflitto da una malattia cardiovascolare e morì d’infarto nel 1959 per l’indignazione suscitata in lui dalla trasposizione cinematografica di una sua opera.
Il surrealismo ironico e lieve, certamente un po’ frivolo dell’autore si scatena di fronte all’impegno intellettuale, spesso fanatico, che aleggiava intorno a Jean Paul Sartre, Simon de Beauvoir, e agli esistenzialisti che in quegli anni con Vian condividevano la scena mondana di Saint Germain de Prés. Esasperata dal comportamento ossessivo di Chick, Alise farà il giro delle librerie per bruciare, insieme a tutti gli altri libri, proprio le opere di Jean Sol Partre.
I pirotecnici giochi di parole, le descrizioni visionarie e il disimpegno ideologico, non tolgono nulla a una storia commovente e intrinsecamente romantica, che è prima di tutto un bellissimo romanzo d’amore. Lo sconcerto dei personaggi di fronte al deterioramento delle condizioni di Chloé si manifesta nel soffitto che si abbassa progressivamente e negli ambienti che si restringono e diventano vieppiù tetri e claustrofobici, la vita che si fa più povera. Le cure amorevoli di Colin, costretto a trovarsi un lavoro, si riducono a tenere la stanza della paziente fastosamente addobbata dei costosi fiori che rappresentano la terapia di contenimento della ninfea e che sono indispensabili alla sempre più precaria sopravvivenza della moglie. «Tenero…!» esclameranno in coro le mia amiche più romantiche.
Per poter continuare a pagare la terapia, Colin accetterà un impiego che consiste nell’andare a domicilio ad anticipare di un giorno cattive notizie ai suoi concittadini. Fino al giorno che nella lista dei fortunati, leggerà il proprio nome.
Ma il surrealismo dissacrante dell’autore non si ferma neanche di fronte alla morte.
Alzò gli occhi: davanti a lui, appeso al muro, c’era Gesù sulla sua croce. Pareva che si annoiasse e Colin gli chiese:
«Perché Chloé è morta?»
«Declino ogni responsabilità in materia» disse Gesù. «E se parlassimo d’altro…»
Il corteo funebre di Chloé si avvia verso il cimitero, dove ha luogo una cerimonia sgangherata, a misura delle ridotte risorse economiche di Colin, talmente povera da essere derisa dagli stessi portantini e dal prete.
Nell’epilogo, il topo, salvo per miracolo, a causa dell’abbattimento del soffitto, dopo una visita al cimitero, non potendo sopportare lo spettacolo desolante della disperazione di Colin, riflette con il gatto a cui si affida per essere “suicidato”.
La bella edizione Marcos Y Marcos è arricchita, oltre che dalla prefazione di Ivano Fossati, di cui si è già detto, in postfazione da un’interessante intervista di Fabio Gambaro con Daniel Pennac.
Non ci si lasci ingannare dalla feroce ironia che circonda la figura del fantomatico filosofo Jean Sol Partre, fin troppo facilmente riconoscibile nella figura di Sartre. Vian e Sartre si conoscevano, avevano lavorato insieme, si frequentavano, facevano parte entrambi di un gruppo che animava le notti parigine e che per anni ha convogliato un pubblico di parvenue al ristorante La Cupole. Questi ultimi, lo frequentavano perché era fico, perché era frequentato da Sartre e da Simon de Beauvoir. L’ironia colpisce proprio questa categoria di snob – qualcuno li chiamerebbe “radical chic” – non per niente, l’amico di Colin si chiama Chick – che ha fatto la fortuna del ristorante. Sartre, ovviamente, di spessore molto maggiore; Vian, superficiale, godereccio, farfallone, “simpatico”. Nonostante ciò, i due si rispettavano e si apprezzavano a vicenda, coscienti di attraversare la notte parigina a quote diverse. Vian, un artista eclettico innamorato della musica jazz; Sartre, una stella che brillava di luce propria.
Oggi La Cupole, che ha una veranda che occupa quasi interamente il marciapiede, è in grado di apparecchiare centinaia di coperti, ma il turismo cultural-gastronomico è in contrazione, a causa della crisi. La disponibilità di tavoli accentua la desolazione.
Come considerazione finale, si potrebbe aggiungere che un libro come La schiuma dei giorni, se fosse scritto oggi, difficilmente troverebbe un editore disposto a pubblicarlo. E questa è una triste realtà che potrebbe offrire lo spunto per una seria riflessione.

Renato Corpaci è nato a Milano. Dal 1999 al 2009 è stato coordinatore di ItaliaLibriNet, che ha contribuito a fondare. Ha scritto tre romanzi di cui due, Articoli Deperibili e Villa dello Strozzino sono reperibili in cartaceo e in digitale su Amazon.it e su Lulu.com.

4 thoughts on “La schiuma dei giorni, Renato Corpaci legge Boris Vian tra cinema e letterarura

  1. Mi ha sempre affascinato la figura di Boris Vian che conosco soprattutto per le sue cronache jazzistiche (ricordo la copertina di un suo libro in cui suonava il contrabasso con una sega).

  2. Molto invitante la lettura del romanzo e il breve ritratto di Vian, La Cupole, ospiti e dintorni. Sono stato a Montparnasse una sola volta, nel 2000: ho sostato davanti alla tomba di Baudlaire ed ho più volte esitato davanti al ristorante La Cupole, senza trovare il coraggio d’entrarvi. Come dice Renato Corpaci, nulla più riesce a dirci oggi dell’atmosfera di quegli anni, di quell’affluire d’intellettuali e d’idee.Colgo questa occasione per salutare Renato, di cui non dimentico cultura e generosità, bravura e pazienza, tutte le doti insomma dimostrate negli anni belli di Italiaçibri.net

  3. Trovo che il film sia riuscitissimo, per quella sua esplosione iniziale (la nascita dell’amore) e il suo “rabbuiamento” in finale – la malattia (l’amore stesso). Non ho mai letto il libro, e immagino, già per il tema che tratta (e come) sia davvero un capolavoro, come si dice e sento dire essere La schiuma dei giorni, dalla bella mano (e testa) di Boris Vian. Il regista a mio avviso è tra gli artisti-registi più interessanti che “ci passi il governo” ( i distribuiti, per fortuna, tra i grossi e “inutili” altri del cinema che ci propinano i “grandi schermi nostrani”). saluti, Giampaolo

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