Augusto Benemeglio: La malinconia degli artisti

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Augusto Benemeglio – La malinconia degli artisti

7 pensieri su “Augusto Benemeglio: La malinconia degli artisti

  1. Storia, al solito, ben raccontata da Augusto questa della/sulla malinconia/depressione degli artisti: non sapevo di Rossini, brioso in musica, che soffrisse così. Diciamo però che, pur prendendo atto di uno stato vulnerabile nel quale spesso si trova chi è creativo, non credo sia la malinconia/depressione a far produrre meccanicamente arte. L’artista è niente di più e di meno che un uomo e molti umani non artisti sono malinconici e depressi. Capisco però che questa mia posizione sia spinta da un voler togliere pruriginosamente caratteristiche e requisiti a un’idea d’artista che consideri il dover essere più che l’essere come si è.

  2. Scrive George Sand [ su Chopin ]:
    “La sua creazione era spontanea, miracolosa. Arrivava sul piano improvvisa, completa, sublime. Ma allora cominciava il lavoro più penoso al quale io abbia mai assistito.
    Ciò che aveva concepito in modo globale lo analizzava troppo nel momento di scriverlo, e il rammarico di non ritrovarlo pulito lo gettava in una specie di disperazione. Si rinchiudeva in camera per giorni interi, piangendo, passeggiando, spezzando penne, ripetendo e modificando cento volte una misura, scrivendola e cancellandola altrettante volte, riscrivendola il giorno dopo con un’ostinazione scrupolosa e disperata…”

    Caro Dott. Negro, quando scrivo è l’ostinazione che mi permette di reggere la tensione emotiva e fisica sul piano mentale. È lotta di resistenza verso idealità incuranti dell’arte per l’arte.
    Non è questa l’urgenza. Ogni mia necessità sospinge l’atto creativo a inglobarsi nell’altrove che pure vorrebbe rinnegare: realtà, misticismo, magia, fede. Genitrice, mi sento nel dovere di creare un’opera d’arte che abbia sostanza umana, civile, sociale. In tal senso la mia ricerca sul piano formale diventa quasi maniacale: è approccio liturgico della parola, studio, ricerca.
    Non è l’idea a mancare, ma la sua realizzazione che risucchia, devasta, genera mostri.
    Scrivere diventa insopportabile: non lascia traccia benefica né dentro né fuori, allatta insonnia e fissità, umore tragico e giorni, mesi – anni! – in cui l’ansia è voragine di se stessa. Può accadere di sentirmi fortemente dissociata dalla realtà; acquisirne una percezione ovattata. Difficoltà nel comunicare, stanchezza prevalente su tutto.
    La memoria, Dott. Negro. Ciò che acquisisco scompare nell’arco di qualche giorno: studio e dimentico. Ri-studio e ri-dimentico.
    Mi dispero.

    [ Nina Maroccolo: brano tratto dal romanzo ANIMAMADRE, Tracce 2012 ]

  3. Forse la malinconia nasce dal fatto che nell’arte uno fa semplicemente quello che può, non quello che vuole o quello che dice di fare, se ci si accorge di questa forbice non si può che essere malinconici, anche nella vita in generale, in effetti, è la stessa cosa.

  4. Sono d’accordo in parte con Vincenzo, non è necessariamente l’arte che porta alla malinconia e alla depressione, ma gli “artisti” – come da statistiche fatte da esperti , e diverse e articolate testimonianze come quelle riportate da Nina ( molto bella quel brano tratto dal suo romanzo) – devono essere considerati , come dire, una categoria ad alto rischio. Il mio articolo comunque non aveva nessun carattere di ” scientificità”, ci mancherebbe altro, sono cose che non mi competono, lontanissime dal mio mondo . Si tratta più che altro di “curiosità” letterarie. Un abbraccio a Abele e a tutti voi.
    Augusto

  5. Profondamente d’accordo con Vincenzo. Mi viene in mente l’aforisma di Baudelaire:

    “Non disprezzate la sensibilità di nessuno. La sensibilità di ognuno è il suo genio”.

    Credo che sia più che esplicativa.

    Un saluto a tutti.
    Fernando

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