Giona Piretti: L’arca e l’orca

orca - by criBo
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Comincia con lo sciabordio del mare.
L’eco delle onde infrante.
Dal fasciame dell’immensa prua si avverte tutta la potenza della megalitica nave.
Nave, suona ridicolo per descrivere questa gigantesca struttura di legno e pietra, quasi una città, che galleggia improbabile sull’acqua.
Sono uno dei milioni di schiavi.
Sono uno dei piani bassi.
Sono ai ferri.
Sono ai remi.
Canto con i miei compagni, canto per darci il ritmo
Mai il significato di battere e levare è stato così chiaro.
Il remo è un tronco lunghissimo, non ne vedo la fine, ma dal peso so che affoga in mare.
Siamo più di settanta persone a remo, ci sono decimila remi a livello, sono 300 livelli.

Una volta sono stato su uno dei ponti più alti, il giorno delle mie nozze.
Potei vedere l’alta parte della nave-città galleggiante.
Ponti diversi e di diverse forme, uniti da passerelle enormi, ponti che contenevano parchi,
ponti che erano stadi, ponti che erano ospedali, ponti su cui si erigevano templi di pietre e marmi, maestosi come le piramidi.
Milioni di persone interpretano il proprio ruolo, e tutti insieme decidono la sorte, la direzione della “barca”.
A ciascuno il proprio compito.
Io remo, incessantemente, da quando sono nato.
La schiena e il collo spezzati dagli sforzi, provati dalla fatiche, il sudore che brucia negli occhi, che impasta i capelli rinsecchiti, gli occhi ormai chiusi e velati per la mancanza di luce. In bocca il sapore di ruggine da anni e anni.
Sto remando da otto ore, e non sento il solito suono di tromba che ci avvisa del cambio.
Continuo a fare il mio dovere, come sempre.
Poi arriva lo schianto.
Tutto rallenta. Il tempo si ferma quasi.
Posso registrare ogni singolo evento, ogni singola morte.
Lo squarcio enorme si apre alle mie spalle e una lama di luce solare mi acceca per attimi.
Attimi in cui sento il continuo rompersi di legni e distruggersi di massi.
Poi, mentre riacquisto la vista, aggrappato e legato al mio remo, lo sento rompersi davanti a me, e la parte che non stringo tra le mani mi trapassa il fianco.
Vedo tutto rallentato, ma l’evento è talmente veloce che non sento niente.
Il rumore è così assordante che diventa silenzio.
E nel silenzio vedo disintegrarsi l’immensa nave-città.
Ormai sono caduto in acqua, galleggio mezzo sbilenco per via del remo che ho conficcato nel fianco.
La corrente è fortissima, e presto sono allontanato dal risucchio dell’inabissamento.
Le macerie continuano a piovere, insieme alle persone, tra le onde.
Mi sorprendo a pensare che la luce è quella del tramonto.
Di dolore neanche un sentore.
Galleggio e sanguino, e del corpo mi accorgo solo ora, per via del freddo intenso che comincio a sentire.
Resto a mollo durante il lungo e lento inabissarsi della struttura in frantumi, e non riesco a chiedermi cosa mi aspetta ora. Non riesco a capire di cosa morirò. Vorrei aver la forza io stesso di respirare acqua fino a soffocare. Ma l’istinto me lo impedisce.
Resto ore e ore a galla, aspettando la morte.

Infine, giusta, arriva.
Una enorme massa nera e densa compare sotto di me.
Si fa base su cui mi possa poggiare, emerge delicatamente.
I suoi occhi enormi mi fissano.
Io mi rifletto in loro. Mi vedo, malmesso e sanguinante, il tronco che mi passa da parte a parte.
Sento la sua voce nella testa.
Sento il mio cuore aprirsi.
Canto nella sua testa che era ora.
Le dico che finalmente è qui.
Lei mi culla tra le onde. Mi dice che infine è giunta e che deve fare quello che deve fare.
Io l’abbraccio come posso, enorme come è, e le dico che va bene, che sono pronto, che so che tutto sta andando come deve andare.
Le porgo le mie mani,
Lei spalanca le sue magnifiche fauci, e con i mille denti comincia a masticarmi, lentamente, dolcemente,
E io sento tutto il dolore del mondo, sento tutto l’amore della vita.
Fino a sparire.

7 pensieri su “Giona Piretti: L’arca e l’orca

  1. Grazie a Giona Piretti. Dal ventre dell’arca/orca, la vita vissuta a forza di remi, raccolta tra il battere e levare; dove anche la morte arriva con la stessa intensità/distacco di un battito e l’altro.

  2. C’è forza, ricerca e compassione in questa poesia che dice del singolo e dell’umanità ( bella la paronomasia arca/orca) , ovvero vita e morte. se desideriamo la vita , il suo fascino dolente, non possiamo negare l’altra sua faccia,avida e altrettanto intensa.
    Narda

  3. Bella poesia, un’ arca che trasporta tutto l’impero, che sembra eterno, la nave va, ma come tutte le cose umane si sgretola , la consapevolezza arriva come ultima dea al posto della speranza.

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