La “fame di pietra” di Norman Mommens, un grande del ‘900 (Francesco Greco)

Norman Mommens
Norman Mommens – by Francesco Marzo

La “fame di pietra” di Norman Mommens, un grande del ‘900 

 per Augusto Benemeglio

“Mommens dovrebbe essere rivalutato dalla critica e dal mercato: è inesplorato, anche se aveva fatto una scelta estrema…”. Lo scultore Antonio Pizzolante conosceva bene Norman Mommens (foto di Francesco Marzo), l’artista fiammingo di nascita (Berchem, Anversa, 31 maggio 1922, da padre belga e madre inglese) e britannico d’adozione, un grande della seconda metà del Novecento, sodale di Henry Moore, e per il “maestro” ha parole di riconoscenza: “Una figura importante nel periodo della mia formazione. Ricordo il primo incontro, e l’ultimo, quel caldo pomeriggio di fine agosto 1999, con mia moglie (Rosanna Renna, tesi di laurea “L’esperienza creativa di Norman Mommens”, con foto di Francesco Marzo, ndr): avvertimmo la sensazione che non li avremmo più rivisti: ce l’avevano comunicato con i gesti, gli atteggiamenti… Tornammo l’estate dopo: Patience era rimasta sola…”.

   Se n’andò l’8 febbraio 2000. Col tormento dei dèmoni dostoevskijani e la solitudine cosmica leopardiana aveva vagato per gli aspri sentieri del pianeta. Cercava un luogo appartato dove ascoltare il battito del cuore, cantare in sintonia con l’incedere sensuale del tempo, il respiro possente della natura, in armonia con i suoi ritmi primordiali, ritrovare il Big-Bang dell’Universo, il magma denso della zuppa di particelle insonni.

   Studiò alla Elkerlyc (Scuola Superiore di Architettura e Applied Arts di Amsterdam) e dopo la guerra fece il disegnatore industriale, il progettista di stand, il pittore di scenografie teatrali. Nel 1952 iniziò a scolpire nelle cave di granito in Cornovaglia. Da allora la sua “fame di pietra” non s’è più placata. Nel 1958 incontrò la compagna della sua vita, la scrittrice londinese Patience Gray. Si frequentarono nel ’59, si misero insieme definitivamente nel 1961. Insieme vagarono per il Mediterraneo: Catalogna, Provenza, Carrara, le cave di Apollona sull’isola di Naxos. Spirito inquieto in fuga dalla modernità, in cerca del suo Graal, lo trovò nel Salento, terra antica colma di tesori abitata da tanti popoli che sedimentano un indecodificabile dna.   

   Partecipa con due statue alla Biennale di Carrara accanto a Henry Moore, Lynn Chadwick e il catalano Fenosa (amico di Picasso e della Gray). Nel ’63 a Naxos creò le opere poi proposte alla Biennale di Venezia del ’64, nel ’67 e ’69 tornò a Carrara con due delle opere più importanti: “Il Grande Pazzo” e “Il motociclista” (poi ribattezzati “Anatoli” e “Athena”): da cui non ha mai voluto separarsi: sono sempre a “Spigolizzi”. Un artista “totale”: ha lasciato sculture, incisioni in pietra, statue di legno, gesso, bronzo, alluminio, ottone, mosaici, quadri, disegni, monotipi, illustrazioni di libri per bambini, poesie, fumetti, poster, libri, persino presepi: un Madonna col Bambino (che fu rubato!) a grandezza naturale per l’ambasciata belga a Roma.

   Spinto da “un bisogno di spazio”, dice il figlio Nicolas Gray che con la moglie Maggie Armstrong oggi vive a “Spigolizzi”, sbarcano in Salento nel 1970: il mondo era scosso dalla febbre della contestazione globale: dal maggio francese a Valle Giulia, Malcom X, M. L. King, le pantere nere, i grandi raduni rock (Woodstock): il potere (The Wall) crollava ovunque. Gli “inglesi” (così li chiamarono i contadini del “Capo”) presero casa ai Fani (la mitica città messapica di Cassandra): la masseria diroccata si chiamava “Spigolizzi”. Era avvolta nel silenzio rassicurante degli ulivi secolari, le pietre scavate da vento e pioggia, il giallo folle delle ginestre, i rovi colmi di more, l’infida spurchia (orobanche), la paretaria (erba del vento) cresceva folta con lo scirocco unto di sale, le erbe spontanee che per millenni hanno sfamato gli eredi dei Messapi, gli asparagi selvatici e il papavero spuntavano ovunque, come i rossi corbezzoli; la malva, il timo, l’origano profumavano quelle pareti caduche e scrostate: sul suo cielo volava maestoso il falco e la notte si udiva la civetta.       

   Gli “inglesi” sentirono qualcosa di famigliare, un’energia dolce li invase: l’uomo aveva domato la pietra ricavando pajare (trulli a tolos), intrecciando muretti a secco che sfidano la gravità. Dimora colma di luce e odori, agorà cercata per creare opere immortali avvolti da una quiete di cristallo. Era l’agorà lungamente cercata, per lavorare ma anche ospitare artisti da tutto il mondo. Norman e Patience accarezzarono l’idea di una scuola d’arte estiva con Helen Ashbee e Arno Mandello, che però cambiarono idea e si stabilirono a Torre Mozza (a ovest di Spigolizzi). Il progetto “Casa delle Meraviglie” restò nei cassetti. “La vita – dicevano con un sorriso luminoso – comincia a Spigolizzi!”   

   In pochi mesi, con l’aiuto delle maestranze locali, rimisero tutto a nuovo. L’artista aveva il dono delle mani: enormi come quelle dei vecchi “furesi” (contadini) di Terra d’Otranto: ricompensò la terra che lo aveva accolto con calore inventando il personaggio “Coppula Tisa”, un fumetto satirico che aveva per protagonista una lucertola che schizzava vetriolo sui vizi della casta politica, i vizietti di cinici affaristi e spregiudicati faccendieri. Divennero personaggi conosciuti e amati: la gente li vedeva comprare il pane al forno a legna di Salve, vagare al mercatino settimanale di Presicce.  

   Pionieri della “decrescita felice” teorizzata dall’economista Leopold Khor, idea che suggestionò Ernest Schumacher e lo stesso Mommens. Così nacque “Piccolo è bello”, un classico in cui si affermava che la crescita senza limiti avrebbe devastato il pianeta. Serge Latouche sarebbe venuto dopo. Coltivarono l’uliveto, il vigneto, l’orto: piselli e meloni, pomodori e cipolle. Per 30 anni hanno raccolto le olive e fatto il vino. Negli anni ’80 si batterono contro l’idea di una centrale nucleare nel Capo di Leuca. Tenne una mostra di successo a Casarano (Palazzo Elia), con Helmut Dimaichner. Scrisse di arte, astronomia, architettura contadina. Nel ‘91 pubblicò “Remembering Man”, riflessioni filosofiche su arte e vita in risposta alle tesi dell’amico archeologo Emmanuel Anati, “Origini dell’Arte e della Concettualità” (1988, Jaca Book, Milano). “Anatoli” e la commedia “I leoni e lo scazzamorrello” (figura popolare della cultura contadina).   

   “Si imponeva un programma di lavoro rigoroso, quasi maniacale”, ricorda Nicolas. Le sue giornate iniziavano nel cuor della notte. Una produzione strabiliante, ma il rapporto col mercato fu sempre controverso: sulla porta aveva collezionisti americani, svizzeri, australiani, olandesi, ecc. Si affacciò a Londra alla “Whitechapel Gallery”, tornò deluso. Cecil Collins gli offrì una cattedra alla “Central”, prestigiosa università londinese: preferì la cicoria selvatica e la mentastra del Canale del Fano. Diceva: “E’ compito di un artista non inseguire la fama, ma dare vita a immagini che, a tempo debito, avranno il loro riconoscimento”. Stupisce la loro scelta basic, senza i feticci della modernità: luce (usarono candele e una lampada a petrolio), acqua corrente, telefono, lavatrice, frigo, la tv che stordisce spargendo rubbish. Per 30 anni “Spigolizzi” è stata la loro domus aurea e punto di riferimento per gli artisti del Mediterraneo e dell’Europa, che confusi dalla babele arrivavano a bagnare le radici in riva allo Jonio, rafforzare gli archetipi della loro estetica. Norman e Patience li accoglievano, ascoltavano storie, sussurravano percorsi. E quando riprendevano il viaggio erano più forti e sicuri: sapevano quel che volevano.

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3 pensieri su “La “fame di pietra” di Norman Mommens, un grande del ‘900 (Francesco Greco)

  1. Da Francesco per Augusto, ovvero due dei più grandi conoscitori di cose e anima salentina che io conosca.
    Abele

    P.S. Francesco ci ha promesso un’altra sorpresa

  2. Caro Francesco, bello, fluido e pieno di risonanze d’arte , antropologiche e metafisiche , il tuo post, Credimi , se ti dico che vorrei averlo scritto io ( e non sono uno che si accontenta facilmente). Qualche cosa della storia di Mommsen ricordavo ( e credo di averlo anche scritto in quell’articolo-intervista alla Radio di cui prima o poi troverò il testo), ma molte altre cose le ignoravo. La tua appassionata biografia di un grande artista come Norman Mommsen è una sorta di preghiera immobile celebrativa di un’artista-profeta che “apre nuovi vie, nuovi sentieri” , e della tua (nostra) terra , il Salento ingenuo, vulnerabile, vecchio fanciullo incorrotto che crede ancora allo “scazzamurieddhu” , alla “macarie”, ai sortilegi , è un dialogo di colori e di sangue , un mosaico tra il visibile e l’invisibile. C’è lo slancio di tutto te stesso, “una tensione verso qualcosa che è allo stesso tempo al di dentro e al di fuori di sé, un tuffo dell’energia interiore, lo spiccare il volo dell’intenzione/azione” che si fa tessuto di salti, idioma di lealtà, idioma nello spazio, una lingua in pericolo, e una vibrazione che continua. Ti ringrazio di cuore, ma vorrei sapere la storia , fino in fondo, di Norman e Patience. Mi sembra di ricordare che Norman morì prima e Patience tornò nella sua terra d’origine. E poi: che fine ha fatto la Masseria di Spigolizzi, e le sue opere? Chi ci vive oggi?
    Un abbraccio
    Augusto

  3. Caro Francesco,
    sono riuscito, finalmente, ad avere notizie su Patience e Norman,
    sui loro ultimi anni del prezioso soggiorno nella Masseria ( Norman
    morì nel 2000 e Patience nel 2005), grazie al lungo articolo del prof.Magagnino,
    che era la persona che mi accompagnò a Spigolizzi negli anni ’90 ,
    all’epoca dei fatti che ti ho narrato.
    Non so se ne sei al corrente, ma è davvero un post che deve
    essere necessariamente letto e studiato per approfondire la conoscenza
    dei due grandi personaggi che hanno arricchito enormemente il Salento
    con la loro lunga permanenza artistica e umana nelle zone del Capo.
    A risentirci presto.
    Augusto

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