La strada (e altre poesie) di Federica Galetto

Federica Galetto
Federica Galetto

Mi disse di non aspettare,

ma io aspettai

Mi diedi così pace.

Aspettando

 

 

Gita ad Edimburgo

De(capitata) quella gita ad Edimburgo

E(dim)burgh

Sfrontatamente agognata fra i cirri

[Sì, di certo, se domani farà bel tempo, disse la signora Ramsay.

Ma bisognerà che ti levi al canto del gallo, soggiunse]

Dùn Èideann

Covata nell’intimo fulgore d’un secondo

La città vecchia che si smembra dentro

(O-l-d –T-o-w-n)

le pietre del selciato

( tetti d’antracite, brunito delle mura)

accompagnavano

la gioia d’un falciato prodigio

e

Viveva senza accadere un tonfo nel buio

della strada

Il colore viola del cielo sul porto

non doveva solo morire ma                 scom-pa-ri-re

dissolto nei campi della coscienza come muschio

ghiacciato nel divenire

(terra erbosa, zolle, legno bagnato)

ricordando un nome dimenticato da secoli

per poter meglio pregare sotto la pioggia

e il blu riflettente d’un cardine di cielo

sopra l’aria grigia di fumo e salmastro

A sprazzi le infinitesimali sfere lucide

Desiderio era e rimaneva

quel vagare nella torba disciolta dal vento

che non sapeva rinunciare

a (in)vestirmi spogliandomi delle vesti

che mai si sarebbero dissolte

se non bruciando profumi

in quel maestoso gioco di colori

fra i seni dell’oceano scuro orizzonte

Ma oggi è primavera e ce l’ho  negli occhi

quel diffondersi di giallo e ocra sui colli

quel vento di leggenda tramortente

quella bellezza perfetta senza errore

venuta da chissà dove

per  marchiare l’anima mia

 

 La strada

Lei si dedica

alla pulizia di una strada

morta

ai calici di fiordalisi e gialle trombette

che occhieggiano fra le sbarre

lei si piega a cercare le voci inumane

quelle a cui non è lecito interloquire

adesso meno che mai dal lago scuro

in cui si trovano

ma sebbene non sappia se esse davvero sono

in un luogo di in(tolleranza)

sebbene non sappia se esse palpitino come cuori

di conigli spaventati

lei gioca a riordinare lo spazio

dove le sillabe venivano pronunciate

e accudite la sera davanti alla tv

con i gesti impegnati a sorprendere un sonno

dalle tenere frange incolori

oggi sotto il piombo d’un cielo

straziato dalle nubi assestate come in un Turner vivo

ecco che le profezie si avverano completandosi

nelle chiuse del giorno lento

nel loro progredire abnorme dentro il petto

crede di udire

crede di vedere

crede alla morte senza bara

che dissolta lo mostra in piedi

tra le foglie e il garage

a gridare un altro saluto

prima di scomparire in casa

Cento anni

Erano passati cento anni e ti sapevo come allora

Rinchiuso nel corpo di  giovane uomo

a  scalpitarmi fra le braccia

La tua voce si scioglieva fra le pietre

delle fontane del Centro

livido in autunno e acceso

dai nostri baci sui bordi

Le ali si mettevano come allora

e pur sapendo mentire in silenzio

raccontavano delle distanze mai raggiunte

nei pomeriggi

quando le mani spazzavano l’anima

passando per i fianchi e le labbra

leggere eppur pressanti nel correre al petto

Erano solo cento anni che non mi chiamavi

con il mio nome

poi le sillabe si sono scolpite

hanno attraversato le bolge del dolore e le stelle

per arrivare a me senza più splendore

Ora si leggono e si rileggono

pregando se stesse con litanie mai zittite

rimaste nell’eco temporale di uno sguardo nocciola

(con verde foglia di bosco)

spinto come erba brulla al macero di marzo

Solstizio nuovo di vecchia sostanza

sotto la pioggia fredda

che cade oggi come ieri sulle ossa aperte

Federica Galetto: nasce a Torino. Poetessa, scrittrice, traduttrice, appassionata di lingua e letteratura inglese e americana, scrive sul blog letterario “La stanza di Nightingale” http://lastanzadinightingale.tumblr.com/ed è redattrice del blog culturale WSF http://wordsocialforum.com/ . Nel luglio 2010 pubblica per i tipi di Lietocolle Editore la sua prima raccolta poetica “Scorrono le cose controvento” e nel  2011 la sua prima raccolta di Poesie in lingua inglese “Ode from a nightingale”, Masque Publishing, l’e-book “Silent is the House” (bilingue, Inglese-Italiano), Errant Editions 2011, l’e-book “Nell’erba il punto”, La Recherche, 2012, “Stanze del nord”, Onirica Edizioni, 2012. Sue poesie, racconti e traduzioni sono stati pubblicati su diverse riviste, blog letterari e antologie. La sua Poesia è stata citata da Maurizio Cucchi su La Stampa e sulla rivista Poesia. Vincitrice del Premio “La vita in Prosa” edizione 2011 e Verba Agrestia 2011, segnalata al Premio Ossi di Seppia 2012. Vive e lavora in Piemonte, in un piccolo villaggio del Monferrato.

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12 pensieri su “La strada (e altre poesie) di Federica Galetto

  1. grazie e un saluto a te Roberto. Grazie a Neobar per l’ospitalità, ad Abele, Pasquale Vitagliano e tutta la Redazione. Vorrei puntualizzare, a servizio del lettore, che la poesia “Cento anni” è un testo a sè. Lo dico perchè nell’impaginazione appare come continuazione della poesia precedente.

    1. Le sillabe si sono scolpite. Subisco il fascino di Federica da quando ho incontrato la sua “stanza”. I versi sembrano sculture di pensieri e della vita, vita vista attraverso la cortina dell’elemento terra, così piena e solida quanto improvvisamente friabile e carsica.

  2. Bella La strada che porta ad un progressivo intridersi nel paesaggio, fino a confondersi con esso, tutto comincia dall’averne cura, al sentirne le voci nascoste, poi si diventa un paesaggio, si scopre anche che è fatto di sillabe coi colori di Turner, e che progredisce nel petto, interiormente , credendo di vedere e di udire il dentro nel fuori.

  3. Anch’io ho sempre percepito la -fusione- di Federica Galetto con gli elementi naturalistici cui attribuisce pensiero, una mediazione sottile che sa farsi specchio della dimensione interiore; seguendola, ascoltandola, si entra in un mondo svariato di sensazioni, come microscopici osservatori in viaggio che piano piano si appropriano dei significati.

    D.

  4. “Ma oggi è primavera e ce l’ho negli occhi
    quel diffondersi di giallo e ocra sui colli
    quel vento di leggenda tramortente
    quella bellezza perfetta senza errore
    venuta da chissà dove
    per marchiare l’anima mia”.

    Federica autrice di grande valore. Ricordi, sensazioni, ambienti, climi, il filtro del presente vivo e vigoroso, ricerca, linguaggi remoti e sconosciuti:

    “Dùn Èideann …

    verso che addensa significati, epoche, storie, vicissitudini, vissuti lontani da noi come i tetti d’antracite …

    “[Sì, di certo, se domani farà bel tempo, disse la signora Ramsay.
    Ma bisognerà che ti levi al canto del gallo, soggiunse]”

    ma ecco che il quotidiano rientra nell’intreccio e si avvinghia come un’edera al ricordo come succede ne “La Strada”, ricordo di un ambiente intimo e famigliare ormai scomparso, con l’ultima custode che rassetta e ripulisce, immagina di nuovo, ricorda il tempo passato, la mancanza di chi non c’è più che si disfa e sembra non mancare mai di riapparire con un reiterato saluto, che si mescola all’onirico.

    E chiude “Cento anni”, restando impressa con questi versi carichi di suggestione:

    “Erano solo cento anni che non mi chiamavi
    con il mio nome
    poi le sillabe si sono scolpite
    hanno attraversato le bolge del dolore e le stelle
    per arrivare a me senza più splendore
    Ora si leggono e si rileggono
    pregando se stesse con litanie mai zittite”

    Un saluto a Federica e a tutti voi

    Fernando

    1. Grazie Fernando. Ti ringrazio per aver voluto rimarcare i passaggi salienti di questo viaggio ideale, interiore ma anche temporale, un vissuto desiderato e già assaporato altre volte in epoche andate ma ancora ben presenti; perchè vivere non finisce mai di stupire anche a ridosso del tempo che pare essere sfuggito, finito. Tutto rimane, tutto si dissolve per poi ricomparire. Prima o poi. Un saluto caro

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