Malos Mannaja/Narrativa

malos mannaja: Nebbia

 

Buio. Freddo umido. Aroma di ecoballe dal vicino termovalorizzatore.

L’ingegner Stefani smonta dal lavoro, salta in macchina e s’avvia nervoso verso casa. E’ stata una settimana difficile (due incidenti sulla linea di produzione del polivinilcloruro, più l’incontro-scontro col magnate della Tepko), ma infine è giunta l’agognata sera del venerdì e la speranza è quella che la pausa del week-end con annessa gita sulle Dolomiti sia capace di rigenerarlo da un punto di vista psicologico, oltre che fisico. La rana appesa allo specchietto pare essere d’accordo, difatti dondola e annuisce. Odore di pino lacustre. Appena fuori città, accende i fendinebbia: la visibilità è ridotta a pochi metri. Era da un bel po’ che non gli capitava di incappare in un nebbione simile.

Chissà se sua moglie, per cena, ha davvero preparato le tigelle: gliel’aveva mezzo promesso lunedì, anche se poi non se n’è più riparlato… “speriamo si ricordi…”

Pregustando la cenetta, un sorso di buon vino e un mandarino, l’ingegnere si allontana dalla zona urbana: abita in campagna, una casetta immersa nel verde in cui programma di far crescere una prole numerosa. Sbuffa: la nebbia è sempre più fitta… quasi non si vede la strada. Più d’una volta scruta smarrito oltre il parabrezza, cercando di trovare ai lati della carreggiata un punto di riferimento, un edificio noto che l’aiuti ad orientarsi mentre si muove alla deriva nell’aria lattescente. La strada, in ogni caso, è quella giusta: dopo il terzo ponte non ha più svoltato, tenendo il canale sulla destra ed ora, per arrivare a destinazione, deve soltanto proseguire andando sempre dritto. Dritto. Drit… “Occazzo! C’è mancato poco…” La nebbia rende così arduo indovinare l’orlo della carreggiata, che all’improvviso è costretto a sterzare d’istinto, dopo aver messo due ruote sull’erba. “Ci manca solo che in una serata come questa finisca nel canale… non mi ritrovano fino a domattina, eh…” Rallenta: trenta chilometri all’ora. Rallenta ancora: poco più di venti, meglio non rischiare. Tanto manca poco.

Tanto manca poco.

Tanto o poco?

“Mmmm… andando così piano, sembra di non arrivare mai. Comunque, Muuuaaadonna che nebbione c’è stasera…” Se la ride, rivisitando il tormentone di un vecchio film, e prosegue a passo di lumaca. Avanti. Avanti ancora. Continua a costeggiare il canale, ora parzialmente illuminato dai lampioni. “Buon segno, eh… ormai quasi ci siamo.” Ancora avanti, sempre dritto: da un momento all’altro dovrebbe incontrare il cartello di località, che segna l’inizio della frazione di Campetto. Niente. Sempre nuovi lampioni. “Magari ho confuso il bianco del cartello con quello della nebbia, sì sì, proprio così… probabilmente sono già in paese, ma… no, no, no, non posso essere già oltre il cartello: c’è ancora il canale e non si vede nessuna abitazione.” Guarda nervosamente l’orologio: è più di mezz’ora che è in macchina, dovrebbe già essere arrivato, e invece…. “Dev’essere perché sto andando molto piano, non più di trenta all’ora… certo, dev’essere per questo… a questa velocità ci vuole ben più dei soliti 15-20 minuti.”  Continua a tuffare lo sguardo nella nebbia, senza che dal mare lattescente affiori il salvagente d’un segnale o di un cancello noto. Niente, non riesce a capire a che punto è arrivato. “Eppure la strada è giusta! C’è il canale, i lampioni!” Accende la radio, provando a rilassarsi.

Continua e continua.

Sempre avanti, sempre dritto.

L’uomo comincia a sudare freddo: il mondo prende corpo una decina di metri oltre i fanali e poi scompare dietro all’auto, ingoiato dalla nebbia. Ferma l’auto e prova a scendere. Nulla. Silenzio assoluto e ovatta bianca in ogni direzione. Risale. Adesso l’inquietudine inizia a cedere il campo alla paura. “Cazzo! E’ un’ora che sono in macchina!”  La sfilata di lampioni a lato della strada prosegue ininterrotta. “Anche se ho sbagliato strada, da qualche parte finirò: ci sono i lampioni.”  Comincia a contarli per aiutarsi a non pensare, ma arrivato a duemiladuecentosette grida e desiste. Com’è possibile??  Si attacca al telefonino: è un’ora e mezza che è partito, sua moglie sarà in pensiero. Niente… non c’è campo. Forse più avanti. Prosegue sempre dritto. Chilometri si sommano a chilometri, la nebbia è sempre fittissima e oltre al canale alla sua destra ed ai lampioni non si vede niente. Riprova a telefonare. Niente. Impossibile.

E…

E adesso che ci pensa, in tutto questo tempo non ha incrociato neanche una macchina! Né in senso contrario, né nel suo senso di marcia… “Cosa diavolo sta succedendo? Nebbia di merda…”

*Bip*. Un’ora più tardi, la spia della benzina si accende e il segnalatore acustico lo avverte che è entrato in riserva. L’ingegnere continua a guidare, sempre avanti, sempre dritto, entrando in uno stato di trance in cui pure i pensieri s’infittiscono facendosi fumosi. Sono quasi quattro ore che è in macchina. “Se ci fosse una via laterale, parcheggerei. Potrei aspettare l’alba. Occazzo… almeno incrociassi una sterrata! Potrei imboccarla e sperare che porti ad una abitazione. Niente… Qui c’è solo nebbia, il canale e i lampioni. E la strada che prosegue dritta.”

Finisce la benzina.  Con una manciata di singhiozzi, l’auto rantola e si spegne. L’uomo resta seduto in macchina, inebetito. Chiude la radio. Inserisce le quattro frecce.

Silenzio.

Cerca di raccogliere le idee: qual è la decisione migliore? Indossa il giacchettino catarifrangente, scende dall’auto e si guarda intorno. Un brivido di freddo. “Magari Campetto è solo qualche centinaio di metri più oltre, dietro un ultimo velo nebbia. E anche se avessi sbagliato strada, proseguendo a piedi potrei comunque arrivare in un centro abitato, o trovare una casa isolata.” Impugna di nuovo il cellulare e compie un ultimo tentativo, provando a mettersi in contatto con la moglie: niente da fare, o s’è rotto il telefonino o c’è un problema coi ripetitori… non c’è copertura.

Meglio provare a dormire in macchina, poi domattina si vedrà. Reclina il sedile e chiude gli occhi. Si gratta il naso, si gira leggermente su di un lato, poi sull’altro, un lieve prurito al piede destro, le mani fredde… ma il sonno non arriva. Infila le mani in tasca e sospira, sbirciando di tanto in tanto l’orologio. Un’ora dopo lancia un grido, picchia i pugni sul volante ed esce nuovamente dall’autovettura.

Così impazzisco. Meglio incamminarmi per la strada, tanto in questa situazione non dormirei neanche sotto anestesia. Almeno faccio qualcosa.”

Rotti gli indugi, s’incammina.

Cammina.

Cammina.

Cammina…

Avanti dritto.

Tutt’intorno soltanto i lampioni, la nebbia, il canale e un nastro d’asfalto logoro che sembra non finire mai.  Per ingannare il tempo, gioca di nuovo a contare i lampioni, notando che riesce a vederne non più di tre contemporaneamente: appena appare il quarto, il primo è già scomparso. Tre. Inizia a avere sonno. Guarda l’orologio: in effetti sono quasi otto ore che è partito, è notte fonda, e sono le tre precise. Prosegue la sua passeggiata nel niente. Inizia a sentire la stanchezza e la sete… ora che ci pensa ha pure fame. “Maledizione, proprio stasera… le tigelle…”

La nebbia gli entra nelle ossa. Trema. Opta per una breve corsetta, tanto per scaldarsi. Poi ancora avanti, di buona lena e passo dopo passo, passano altre ore. La strada, il canale, i lampioni.

Verso le sei ragiona con fiducia che tra poco sarà l’alba. “Ma certo! Sorgerà il sole e questo fottuto buio lattescente si diraderà. Eh… così qualcuno si metterà in viaggio per andare al lavoro e per forza qualche auto dovrà passare di qua! Si alzerà la nebbia e almeno vedrò la campagna… una casa, un cascinale!” Si rincuora pensando che l’incubo sta per concludersi. Riprova anche a telefonare, senza esito. “Vabbè, oramai è lo stesso.” Quando trova il coraggio di controllare ancora l’orologio, però, sono le otto e…  c’è ancora buio!  “Com’è possibile? Dovrebbe esserci già luce, almeno un poco…”

Alle otto e mezzo in punto lo assale il terrore: più pallido della nebbia, inizia a piangere, a correre e a gridare. “Ehi, c’è nessuno… aiuto… qualcuno mi sente??? Aiuto!!!”

Silenzio. Soltanto il tonfo dei passi sull’asfalto e il suo respiro affannoso. I soliti tre lampioni vegliano sulla sua angoscia in linea retta. Corre ancora. Poco più avanti, una nutria infastidita dal rumore si tuffa nel canale. Qualche secondo dopo, l’acqua è di nuovo immobile nel buio. L’uomo rallenta l’andatura, ma continua a correre sempre dritto avanti, scovando ogni volta un nuovo lampione all’orizzonte.

D’un tratto appare un’auto in mezzo alla caligine. Un’auto ferma sulla strada. “Ehi! Finalmente! Aiuto!! C’è nessuno?”. Soltanto quando arriva a pochi metri scopre che la macchina è la sua.

12 thoughts on “malos mannaja: Nebbia

  1. Una dimensione claustrofobica, alienante, angosciosa, come certi panorami interiori da cui “non se ne esce”. Molto piaciuto (si fa per dire, cominciavo a soffrirne) il crescendo del panico, spezzato finalmente dalla nutria (almeno). E poi il numero dei lampioni duemiladuecentosette, già bastava quello a terrorizzarmi… anch’io della val padana, le conosco certe nebbie. Buona costruzione dell’atmosfera psicologica.

    D.

  2. Piaciuto davvero. Cadere in un circolo vizioso da cui non si esce, né si riesce a trovare la causa, nascendo esso proprio dal quotidiano: dal nebbione padano di sempre, dalla macchina di sempre, dalla strada di sempre, dal ritorno a casa dal lavoro di sempre, dal canale e dai lampioni che non mancano mai al lato della strada che facciamo sempre e da quel briciolo di distrazione dal routinario che non manca mai nella vita di tutti: le tigelle o qualsiasi altra cosa sfori per un attimo da quello che è il nostro “sempre”, che poi alla fine ne è parte integrante.
    Inquietante, geniale e accattivante, non senza un tocco d’ironia che non guasta assolutamente, accrescendo l’atmosfera di attesa e vagamente noir.

    Bravo Malos.

    Fernando

  3. Dopo il terzo ponte inizia la fine. All’improvviso la routine rassicurante che mantiene in vita si rompe per sempre e Stefani, che può arrivare a casa anche a occhi chiusi (non è certo la prima volta che s’imbatte nella nebbia), scopre che il calore delle tigelle si è raffreddato per sempre (immagino, allungando di qualche metro il finale, che Stefani, avvicinandosi alla macchina, scorge un corpo che sembra il suo riverso sul sedile).
    Grande malos, grazie.

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