La voce poetica di Anna Costalonga. Tre pezzi inediti.

Veli

L’intraducibile minimo segno manifesto

Anna Costalonga
Anna Costalonga

semplice come il volo di una gazza
su un campo nel suo ciclico fiorire;
La falena che muore nella sua polvere
sulle mie gambe; me genuflessa
davanti il campo, la prealpe,
sempre le stesse
forme, la rotondità spugnosa
l’intrico sfrangiato delle cassie,
dei noci, degli aceri
alle coste del torrente

Ai miei passi un battito
di ali pesanti, forse la forma
di un airone, una macchia di grigio
l’ombra nera, lo sporco del fango;
forse la forma di una paura,
sfuggita, inattingibile, intraducibile

O forse erano altre forme
che non so fermare
che ora invento, per terra
ma che so formare
perché diventino
presenza incorporea psichica
ali che diventino mani, radici, gambe

dal velo disintegrato al volo
di chi fugge,
al volto di chi non so afferrare
un tratto, una lettera
un gesto, uno sguardo
che non vedrò mai
ma che già è
e già è morto
fuggito, impalpabile polvere di falena,
inafferrabile forma del volo, del tuo volto

 

Val delle Mure

(omaggio a Andrea Zanzotto)

E poi tra serpentini tra valli
e pianori e pendii
umidore di fieno
incresparsi concentrico
di ragni d’acqua
nel circo melmo
Tra faggi e abeti e larici
larìn fumo
di malga di mai
vedrò più gli ameni luoghi
– oh già ameni prima non erano
a meno che me migrante
erri il patrio pensier –
giù per l’asfalto dissestato
inciampare in buche terrose
nel gran segreto dove
rotolarsi cadere finalmente
dire ecco questo è casa
l’erba nella crepa d’un masso
soverchiante calcareo

Spazia lo sguardo sull’orizzonte
fumoso di capannoni e canali
di siepi e umani cementi
e scarafaggi metalli
Spazia e l’anima
fila bozzoli di lagrime
opachi di vite morte
la nostra povr’anima
che in essi dolente s’inlarva

 

Il Torrente

Un torrente
passava di fronte a casa
era caldo, era un sole rosso e appiccicoso
a guardarlo da sotto le zolle rovesciate
si vedeva l’aria tremare
i ragazzini in canottiera
fra i tarassachi sfioriti,
in mano una bottiglia
legata a un filo di ferro
così i pesci entrano ma non escono più
la piccola barca di legno
galleggiava nell’ombra
e rimaneva vuota

È caldo, è bastato socchiudere gli occhi
e si cerca sotto le foglie grandi del noce
la bottiglia ormai inghiottita
la si fruga in fondo alla corrente,
se ancora uno scheletro
inerte e microscopico là si muova
e si rimane intrappolati
in acque così grigie, là sotto,
sulle rive di vecchi platani e noccioli
– là venivano sepolti i cani
che giocavano con noi –
che a volerne uscire
ci si porta appresso tutto il fango
in cui ci siamo avvolti per anni
come la nostra unica coperta

E poi qualcosa cade
Dalla melma accumulata, chiodi
Vecchie sveglie, pezzi di vetro, bastoni rotti,
Sacchi di concime vuoti, le cose rimangono fra i rami
l’acqua continua a scorrere in finta trasparenza
e i rifiuti scoperti restano in superficie
e non se ne vogliono andare via:
è loro il mio territorio, è loro e lo sporcano
come gli animali, è il loro marchio

Ma è sera ormai, mi dico: è tempo di riposare
e chiudo gli occhi; in un battito di ciglia
straripa il mio fiume fangoso,
solo i ragni d’acqua ne sono i padroni

Anna Costalonga, 1972, vive e lavora a Lipsia, in Germania, è presente con suoi racconti nella antologia Auroralia (Zona), Le Orfanelle (Epika), nell’ebook Lunatica, a cura di Paolo Melissi e Francesca Mazzuccato. Alcune sue poesie sono state pubblicate in rete (Nazione Indiana, Viadellebelledonne) altre si trovano nella antologia “Poeti per Don Tonino Bello”. Ha collaborato con il blog letterario di Sul Romanzo, collabora attualmente con il blog internazionale The Leipziger, in qualità di critico musicale.

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12 pensieri su “La voce poetica di Anna Costalonga. Tre pezzi inediti.

  1. “perché diventino
    presenza incorporea psichica
    ali che diventino mani, radici, gambe”

    Complimenti all’autrice.
    Davide

  2. belle, bella prova Anna.
    Il torrente è quella che preferisco
    con questi versi bei versi

    È caldo, è bastato socchiudere gli occhi
    e si cerca sotto le foglie grandi del noce
    la bottiglia ormai inghiottita
    la si fruga in fondo alla corrente,
    se ancora uno scheletro
    inerte e microscopico là si muova

  3. Di queste poesie mi cattura il ritmo: fluente e ampio come un bel respiro che accompagna immagini che si susseguono in un disegno che si compone verso dopo verso, parola dopo parola, sotto i nostri occhi. E’ un fluire lento, ma deciso che delinea “L’intraducibile minimo segno manifesto”. C’è tanta energia psichica in questi testi.

    Un saluto,

    Rosaria

  4. Sono sempre rimasto colpito dalla scrittura di Anna. Non so se la conosco cosi’ bene da poter dire che queste poesie mi giungono come una fase ulteriore, piu’ riflessiva, “corposa”, di una natura che si fa materica e di una forza prorompente (l’energia psichica a cui fa riferimento Rosaria). Di certo mi piacciono molto.
    Abele

  5. Belle poesie, paesaggi che si fanno psiche, i suoi abitanti: falene, piante e pesci diventano allegorie o simboli, o sogni.

  6. Vi ringrazio ancora una volta…a uno a uno, Davide, Natalia, Vincenzo, Rosaria, Abele, R.M., Giancarlo: grazie della vostra lettura attenta…è vero,..vorrei poter condividere delle immagini, reali, palpabili, vorrei che le mie parole posino i piedi per terra, diventino compagne di viaggio, non solo mie…intanto lo siete voi e questa è già una grande cosa :) Grazie ancora!

  7. Da tempo amo “Il Torrente” (Di sera il ricordo tra fango e corrente emerge, si amplia il cerchio), ora lo sguardo spazia su veli disintegrati al volo di un io migrante che di sé dice, “erro” e allarga l’orizzonte.

  8. della prima mi resta l’impalpabile deriva velo-volo-volto, ribadito da forse e forme (“intraducibile minimo segno”), quasi a cogliere il punto di flesso tra comunicazione verbale e non verbale, tra il mondo esterno e quello interno, risolvendo l’espressione della vita (e della morte) con tutte le sue variabili, il cui risultato è comunque 6 (polvere e polvere ritornerai)…
    la seconda, più artefatta, m’ha comunicato di meno, anche se il “s’inlarva” finale arriva potente.
    la terza è la più intensa: spettacolare l’incipit narrato immerge e intrappola il lettore nel torrente assieme ai pesci. sarà per questo (e anche perché sononano) che nella bottiglia della strofa successiva ho avuto l’impressione di vedere il mio “scheletro inerte e microscopico” sul fondo dello scorrere del tempo. degno di nota, poi, l’ossimoro tra “inerte” e “si muove”, che in qualche modo sottolinea e pre-annuncia il passaggio dal “grigio” dell’invecchiamento (nonché dalla coperta di melma tirata sulle ginocchia artrosiche, eh…) alla ri-scoperta del fiume fangoso dei ricordi che straripa.
    ecco. in questo senso il *qualcosa* che cade e accade sta proprio nella consapevolezza che non c’è scampo dalla memoria (come diceva borges), che siamo marchiati a fuoco dai “rifiuti” e non ci apparteniamo: “è loro il mio territorio”, difatti, m’è parso un verso potentissimo.
    la svolta ulteriore nella strofa finale, stempera lo sforzo oltreumano della battaglia (persa): “se non puoi vincerli, unisciti a loro”, recita un vecchio adagio, e allora perché non deporre le armi, “chiudere gli occhi” e “in un battito di ciglia” riviversi *riviversandosi*
    addosso il fiume fangoso?
    all’equilibrismo galleggiante dei ragni d’acqua, l’ardua sentenza.
    : )

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