Francesco Greco/Teatro

Salento, le donne di un tempo protagoniste dell’8 marzo (Francesco Greco)

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Quei “volti di carta” emergono quieti dal Novecento, da un passato perduto, ma non nei valori che invece sono immortali. Arrivano a noi, nell’epoca dell’hashtag, con dolcezza, ma anche la grande forza dialettica del loro vissuto. E ci raccontano storie che oggi che la trasmissione della memoria è soffocata dalla perfida gramigna della tv-spazzatura e dai suoi squallidi mèntori, mestatori di un feticismo che si trasfigura in patologia della contemporaneità. “Guai se li dimenticassimo, se non attribuissimo a queste storie la giusta considerazione: a quelle donne dobbiamo tutto…”, ammonisce il regista Paolo Rausa: è nato a Poggiardo (Lecce) ma vive a Milano.

Un 8 marzo modulato sul filo della memoria quello che ha avuto luogo a Poggiardo (Palazzo della Cultura, nella foto di Antonio Chiarello un momento dello spettacolo) davanti a un pubblico in prevalenza femminile, coinvolto, emozionato. La compagnia teatrale “In Scena!” ha riproposto “Volti delle donne di un tempo”, liberamente tratto da “Volti di carta” (Storie di donne del Salento che fu), dalla scrittrice salentina (nata a Copertino, nel Leccese, vive in Calabria, ha casa a Roma) Raffaella Verdesca, che presenzia sempre alle rappresentazioni del suo testo in cui è riuscita a catturare l’anima segreta di un tempo….

La sua gallery di donne è un “caso” editoriale: grazie anche alle presentazioni qua e là il libro, pur edito da una piccola casa editrice, la “Albatros”, vende senza tregua. E a ogni replica le emozioni si rinnovano, anzi si moltiplicano, come sempre accade quando c’è sintonia fra un testo e chi lo assimila e lo propone, all’insegna della poesia con la “p” maiuscola.La narratrice irrompe in scena, apre la sua enorme valigia colma di foto in bianco e nero: il vento le sparge nell’aria, cadono… e le storie delle sei donne-archetipo prendono vita. Vincenzina è quinta di dodici figli, la chiamano “la Moretta”, ha la pelle bruna e i capelli scuri “come una spremuta di uva nera”. “La prima cosa che ho imparato nella vita è di crescere alla svelta…”. Infatti la madre la chiama alle 3 perché deve andare a lavorare alla “frabbica”(così nel “secolo breve” chiamavano i magazzini dove si lavorava il tabacco selezionando le foglie: Perustiza, Erzegovina, Xanti-Iaca…)

Portata dalle note grike intrise di nostalgia dovuta alla lontananza di “Encardiaandra mou paei” (Franco Corlianò), arriva Nunziata: è una “vedova bianca”, è rimasta sola e sta scrivendo una lettera che affiderà alla rondinella al marito che vive lontano, alla “Merica”, dove lavora in una fabbrica di ferro: “Ci siamo sposati in fretta – confida con qualche errore di grammatica alla carta –non abbiamo avuto neanche il tempo di conoscerci meglio, intendo anche  carnale… Mi ammazzo di fatica per portare avanti il forno e per badare a tua madre… Marito mio vieni presto che non mi fito più resistere lontana di te”.

Teresina invece lavorava nei campi la terra del barone don Ignazio, che un giorno l’ha violentata come un animale e ora vorrebbe il bambino che è nato. La lusinga: “Se mi dai il bamnbino, non ti farò mancare nulla, e neanche alla tua famiglia. E poi ti troverò qualcuno che sarà disposto a sposarti!”. Ma lei, donna fiera e orgogliosa, si accaserà con Marcello, vedovo (“Serafina se l’è portata via una polmonite fulminante”) con due bambini piccoli, reduce dalla guerra “brutta storia!”.

Immacolata è una “fanciulla semplice e curiosa” che vive davanti al mare di Nardò, quando un giorno vede arrivare camion carichi di profughi ebrei. La gente accoglie gli stranieri con “malumore e diffidenza”. Fra di loro c’è Efrem: “Bello il mare… Questa terra, dove tutto luccica di un bianco splendente, è benedetta dal Signore, è Barakà…”. Lui le fa conoscere la cucina yddish (dall’hummus, antipasto con salse al sesamo, alla melanzana e ai ceci, all’harrosset, impasto di fichi, melograno, mele, datteri, noci e vino rosso), lei vermicelli col baccalà, rape e fichi secchi con le mandorle. “Credo che tutte le religioni del mondo nascono dall’amore”, filosofeggia lei, e lui, innamorato: “Quando l’uomo pensa, Dio sorride”. Si sposarono vicino al mare, che mandava il suo augurio: “Shalom! Pace!”.

E poi la storia di Uccia Capirizza, la mammana (levatrice) che un giorno d’inverno aiuta una ragazza a partorire sotto un ulivo, va in paese a chiedere aiuto, torna e la puerpera non c’è più: così diventa mamma a 50 anni chiamando Futura “la creatura che il destino mi aveva fatto incontrare”. Infine Caterina,vedova “bella e altera” (“il suo volto non era sfiorito con gli anni e il corpo era ancora vigoroso… ma il cuore era addolorato per la perdita del marito” Vincenzo, a 56 anni: diagnosi sbagliata, malasanità). Tutti i maschi del paese “sguardi pieni di desideri”, ma lei cresce da sola quattro figli facendo la sarta giorno e notte: “Ora che i miei figli si sono affermati nella società, posso dire di essere orgogliosa di quello che ho fatto e spero che anche loro lo siano di me… una donna e madre che ha lottato per la sua dignità”.

La chiave di lettura del testo e dello spettacolo è quindi multiforme: storica, antropologica, sociale, ecc. E’ anche qui la ragione del successo con cui viene accolto: prossima tappa della tournèead aprile a Lecce. Recitano Rosaria Rita Pasca, Maria Orsi, Florinda Caroppo, Ninetto Cazzatello, Norina Stincone, Francesco Greco, Cinzia Carluccio, Tiziana Montinari, Michele Bovino, Lucia Minutello che con Pasquale Quaranta (P40) cura canzoni e musiche. Un 8 marzo da ricordare, a futura memoria.

 

 

 

 

8 thoughts on “Salento, le donne di un tempo protagoniste dell’8 marzo (Francesco Greco)

  1. …e siccome il tempo, almeno da un punta di visto fisico, non esiste, penso che “le donne” (o anche “gli esseri umani”) in fondo racconterebberlo le stesse diverse storie in ogni caso e in ogni spazio-tempo.
    “quando l’uomo pensa, l’universo sorride”?
    : )

    • Proprio così! I frutti nascono simili anche a diverse latitudini, quindi di loro si coglierebbe più o meno la stessa forma, la stessa gamma di colori, tuttavia non lo stesso sapore. La terra regala il dolce e l’amaro, il profumo della sua storia. Così i popoli, legati da condizioni di vita simili ma insaporiti da passionalità uniche.
      E’ il bello di questa umanità, la stessa che a volte fa sorridere l’Universo e che ci auguriamo, con ‘Volti di donne’, abbia fatto piacere anche a te!

  2. “Volti delle donne di un tempo”, “Volti di carta”, che danno vita a storie di donne senza età: simbolo di forza interiore, coraggio, apertura, dignità anche di fronte a situazioni difficili. Un bel contributo teatrale e letterario.

    Rosaria Di Donato

    • Grazie, Rosaria. La letteratura parte dall’osservazione della vita, il teatro le dà il soffio utile a prendere il volo nell’immaginazione e nell’anima. Con te sembra che il miracolo sia riuscito e non possiamo che esserne fieri e rallegrarcene.

  3. Le donne di un tempo non remoto che possiamo rivedere nelle figure delle nostre nonne nascono dalla sensibilità e dalla immaginazione della scrittrice Raffaella Verdesca. Una fantasia fervida, ma ancorata alla realtà, tanto che in molte di queste storie mi sono visto protagonista per fatti accaduti alla mia famiglia (mia nonna Bianca era rimasta vedova di guerra di 4 figli piccoli, mio padre era partito negli anni 1950/1 in Argentina, ecc.). Ho capito allora le diverse ragioni che hanno spinto la scrittrice a imbastire questi racconti. Di esse ne espongo due: la necessità di togliere dall’oblio queste figure di donne che hanno attraversato una vita di stenti e di sopraffazioni con grande dignità e che proprio questo atteggiamento costituisce un lascito culturale per le giovani generazioni da non dimenticare! Da qui il mio contributo nel realizzare uno spettacolo teatrale con 6 di queste storie sulle venti che compongono la raccolta, finora rappresentato il 26 dicembre 2012 alla Casa di riposo di Nociglia, il 1° gennaio 2013 al Faro della Palascia a Otranto, l’8 marzo al Palazzo della Cultura di Poggiardo e il 12 marzo allo Spazio-Oberdan-Cineteca Italiania di Milano. Ce n’est qu’un début continuons le combat…

  4. Mi piace questa scrittura che dà risalto alla fgura femminile, ne fissa grandezza e dignità, lasciando emergere nel contempo anche la realtà maschile. La Storia si fa a partire dalla misura intima che l’attraversa, si fa per il valore che le donne sanno dare alla vita, in tutti i sensi.
    Complmenti all’autrice e alla compagnia teatrale.
    cb

  5. Grazie a Francesco Greco, Raffaella Verdesca e Paola Rausa per questo viaggio nato a Otranto, simbolicamente all’alba dei popoli, e che si prefigge di restituire dignita’ e valore a tante storie di donne. Donne che come dice malos riassumono le storie di ogni luogo ma che come sottolinea Paolo Rausa sono anche tipiche del Salento (e infatti io le ritrovo…). Il discorso di Laura Boldrini di ieri ha messo in evidenza quanto ancora ci sia da fare in un paese fondamentalmente sessista, iniziative del genere sono quindi piu’ che mai necessarie. Buon viaggio e di nuovo grazie.
    Abele

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