Silvia Rosa: Italiane d’Argentina

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“È vero che la scansione prescelta per seguire queste traiettorie non si discosta molto da quella più seguita nell’ormai sterminata produzione bibliografica sui movimenti migratori: la partenza, il viaggio e l’arrivo, punti d’avvio obbligati di ogni percorso migratorio, sono la premessa per affrontare le tappe dell’integrazione e per decifrare i comportamenti che l’accompagnano. Questa scelta, tuttavia, risulta particolarmente opportuna proprio per le caratteristiche dei soggetti che vengono presi in esame. È infatti attraverso questi percorsi, seguiti finora con la lente dell’esperienza maschile, che si colgono molte delle peculiarità di genere messe in risalto dall’autrice. Così, se per la partenza il baule diventa una sorta di oggettivazione di una quotidianità femminile a cui non si vuole rinunciare neppure all’estero – e per questo è l’oggetto più ricorrente e simbolicamente più evocato nei racconti autobiografici di donne di provenienze differenti e di fasi migratorie diverse – per il viaggio a dominare i ricordi femminili sono piuttosto le paure fisiche per le aggressioni esterne – divenute spesso una tragica realtà –, per i rischi ai quali vengono esposte le gravidanze, o per le maggiori sofferenze che queste ultime comportano nella già difficile vita a bordo. Mentre per l’arrivo, e per la vita nei nuovi contesti, i racconti declinati al femminile permettono di cogliere soprattutto la non univocità dei ruoli assunti dalle donne nel variegato percorso dell’integrazione all’estero.”

dalla prefazione di Paola Corti

da LE ITALIANE IN PATAGONIA pdf

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4 pensieri su “Silvia Rosa: Italiane d’Argentina

  1. Un libro necessario che raccoglie esperienze di donne italiane emigrate in Argentina e ricostruisce il contesto storico e sociale in cui sono maturate. Uno studio che ha il grande merito di riportare alla luce sofferenze e solitudini di solito ignorate o trascurate in un Paese abituato a scrivere la propria storia come vicenda di uomini.

  2. Questa ricerca nasce da un interesse che ha radici intime e profonde, scavate lontano nel tempo e alimentate a lungo da un intenso desiderio. O meglio, da una necessità: scoprire e comprendere il difficile cammino dell’emigrazione, che ha condotto una parte della mia famiglia, insieme a milioni di italiani, al di là dell’oceano, verso quella terra fantasmagorica, sconfinata, piena di città con strade lunghe di lucine e insegne colorate, gremite di passanti, come io sognavo fosse l’Argentina, ammirando con occhi infantili le cartoline postali che mia nonna riceveva ogni tanto da Buenos Aires. A inviarle era sua sorella, la mia prozia, che nel 1949 lasciò l’Italia, al seguito di suo marito e con un bimbo di circa un anno, in cerca di lavoro e di una vita migliore. In casa mia, però, non ho mai sentito parlare di “emigrazione”, né di navi che solcano l’Atlantico, fischiando il suono desolato degli addii: i nostri familiari stavano in America, o semplicemente “laggiù”. In una specie di non-luogo, un angolo ritagliato nell’immaginario, sulla soglia della memoria, da cui ogni tanto giungevano notizie e fotografie di nascite e matrimoni. Curiosità, credo. Forse la voglia di camminare in quella strada da cartolina col nome esotico, Calle Florida, che pareva alludere a giardini in fiore. Non saprei dire perché, ma un bel giorno ci sono finita anch’io in America. E ho conosciuto la mia prozia. I miei cugini di “laggiù”. Certi viaggi, si sa, possono cambiare il corso di una vita. Oppure no, però bastano a creare legami indissolubili con il luogo e con la gente che si è avuto il piacere d’incontrare. A me, per la verità, sono capitate entrambe le cose. Ma questa è un’altra storia. Molti anni dopo quel viaggio, durante il ciclo triennale di studi universitari, mi sono dedicata a un primo lavoro di ricerca sull’argomento dell’emigrazione femminile, una tesi dal titolo “Le donne italiane in Argentina tra storia e letteratura”, in cui tentavo di esaminare alcuni possibili significati che l’esperienza migratoria ha acquisito per le donne, attraverso l’analisi e il confronto delle immagini che la storiografia e la letteratura non scientifica forniscono in merito alle italiane in Argentina. Nel febbraio del 2006 sono ritornata in America, e ho visitato tutti i più importanti luoghi dell’emigrazione italiana che avevo avuto modo di conoscere attraverso gli studi appena conclusi. In quella occasione ho rivisto la mia prozia: lo sguardo vivace, lucido, azzurro di sempre, mentre si adoperava ancora energica a preparare la comida, nonostante i suoi novantacinque anni. Le ho chiesto se potevo farle delle domande specifiche sulla sua storia di italiana emigrata, registrando il colloquio, e lei si è dimostrata subito disponibile. Ad ascoltare la sua narrazione mi sono emozionata: m’è sembrato che, in qualche modo, sebbene ne fossi stata solo una testimone indiretta, mi riguardasse. Questo episodio mi ha stimolato a ricercare altri materiali autobiografici già esistenti sull’emigrazione delle italiane in Argentina, e poi a intraprendere il lavoro di studio e ricerca per la compilazione di una seconda tesi a conclusione del ciclo biennale di specialistica, da cui è nato questo libro. L’anno scorso la mia prozia è scomparsa, all’età di cent’anni. Questo libro è dedicato a lei e alle donne senza volto né nome, che nella quotidianità delle loro ‘normali’ esistenze hanno portato a compimento, in modi e con esiti diversi, la straordinaria avventura del ripensare se stesse in un mondo nuovo. L’auspicio è che le loro storie di vita non siano dimenticate, rimosse, cancellate dalla memoria collettiva e che il loro ritratto – in tutta la sua interezza – non venga occultato, insieme a una parte importante del passato del nostro paese, avviluppato intorno al mondo nel fitto intreccio di sentieri migratori, come fili d’ortica pungenti nella complessa e contraddittoria trama della Storia d’Italia.

    Un grazie di cuore, Abele, per aver voluto ospitare e ricordare su Neobar le Italiane d’Argentina.

    Un caro saluto

    Silvia

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