Luciana Riommi: Equazioni

equazioni

come un legno spiallacciato dall’umido

del chiuso: un suono impronunciato in gola,

non so se borborigmo o se preghiera,

ma non ha buccia intorno alle sue fibre.

fiato indistinto inestricato al nulla

biascica in nessun’altra lingua o idioma

a meno di decidere il contorno

già distinzione nell’indeciso, e buio.
un ritaglio di luce perìmetra il suo raggio

forse la direzione, se la misura è il tempo

e l’occasione: è libertà di essere figura

nel diametro arbitrario immaginato

da un punto all’altro di mezze verità.

e nella somma algebrica di parti

uno non è risoluzione, ma problema,

un crampo della lingua, senza l’ambiguità

che istiga domanda, interazione: tra me e me

per calcolare il verso da cui guardo e vedo

la sagoma che immagino di te:

forse a memoria, e faccio confusione.

non so ancora quale urgenza ha accelerato l’universo

quale la forza oscura che smantella le galassie

ma forse noi   siamo le incognite, io e te,

di un’equazione che non torna mai

*

da quanto tempo

da quanto tempo l’aria non respira

e non invita stelle al suo bivacco,

non sento più lo sciabordìo sui legni

né dalla luna un fiato

ma si diffonde inganno di sirene

come se fosse interminato canto

stesso rintocco di una nota breve

*

ombre

non so se per dispetto o compagnia

a sibilarmi adesso nell’orecchio

– ché da lontano non ha voce il canto –

la nenia di un pensiero sconosciuto:

di nascosto, dal retro del fondale,

scompagina le forme ortogonali

su piani di diversa geometria.

al crocevia: l’incontro non pensato

tra rette parallele che sapevo

non toccarsi neppure all’infinito

e mi stupisce, come fosse vera,

sintassi che disordina il discorso,

incurva ad altra legge o schema

l’iperbolica abbondanza di realtà.

sui legni della scena, sullo sfondo,

figure d’ombra proiettate, scure,

come incollate ai piedi nei passi

d’un monologo corale: è danza

già plurale di linguaggi che non so.

da sempre li taceva l’illusione

che non ci siano rughe sottopelle

*

una preghiera

se rincorro il desiderio di uno scampo

sul ciglio di un varco inesistente

lungo la traccia d’altra sinfonia

dove nessuna voce

e la memoria è una foresta

d’ombra e di respiro

tu

dammi un motivo per restare

a riascoltare l’eco di parole

e l’odore di pane appena fatto

 

*

mi domando

mi domando come faccia l’acqua

a risciacquare il denso della morte

senza intorbidarsi mai,

come rischiari gli occhi già allagati

dalla ferita che dissangua nudità

e quanto presto si rinfranchi la coscienza

a sorsi di pietà, io mi domando.

mi domando cosa appanni la memoria,

se un difetto di codifica o richiamo,

o se annerisca la registrazione

come annerisce l’argento non disciolto

sulla fotografia stampata ieri:

su carta lucida affilata più dell’acqua

per affondare colpi all’amnesia.

se da lontano nulla ci riguarda

io mi domando come, senza branchie,

nuotare fino al fondo dell’apnea

in_apparenza

sempre lo stesso impasto

e l’alito annidato

in_apparenza di un’antinomia

e diseguale forma delle mani

ha già sgualcito l’abito che indosso:

sul rovescio

suoni d’impresentabile armonia.

intanto voci d’assenza

dove giaciglio è sterco di gallina

ed il frastuono gravida grancassa

di doveroso assenso

 

*

 

nascita

attraversare piano quel crinale

dove affonda il passo

– e l’ombra un po’ soccorre –

dove s’annida fertile memoria

tra le radici già dimenticate

e adesso come esangui: cose.

ma custodisce grembo d’afasia

l’anima in attesa – nelle zolle –

che la ferisca ancora a sangue

l’eco di una domanda che va sposa

a ruvido sussulto di emozione.

lei partorisce sogni di figure:

per dare nomi inventerà parole

*

era voce di nebbia

era voce di nebbia e di fogliame

l’ora solidale

a figurarsi in ombra – retroscena –

ma la ribalta è luce quotidiana

affaccendata a passo claudicante

al canovaccio steso per fondale

– lui fa da sfondo al nulla

dove il silenzio muore di rumore

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8 pensieri su “Luciana Riommi: Equazioni

  1. Leggo con molto piacere questi versi di Luciana Riommi che trovo dondolanti come un’altalena solitaria mossa dal vento.
    Più di tutte, mi è piaciuta “in apparenza” che riscrivo come per impararla…

    sempre lo stesso impasto

    e l’alito annidato

    in_apparenza di un’antinomia

    e diseguale forma delle mani

    ha già sgualcito l’abito che indosso:

    sul rovescio

    suoni d’impresentabile armonia.

    intanto voci d’assenza

    dove giaciglio è sterco di gallina

    ed il frastuono gravida grancassa

    di doveroso assenso

  2. La prima parola che mi viene in mente leggendo Luciana Riommi è lucidità. Al setaccio di un’intelligenza lucidissima passano le cose, i pensieri, le persone, le relazioni, se stessa. Tutto è messo davanti ad una luce onesta e indagatrice, perché è l’ambiguità che disturba la poetessa, non l’ambivalenza o la complessità, ma ciò che si maschera dietro le apparenze. Da questo criterio generale (ho conosciuto Luciana e penso di non sbagliarmi) discendono i suoi versi scarniti, frutto di un lavorio non tanto letterario quanto concettuale. Il linguaggio di Luciana è raffinato all’origine, come raffinato è il suo pensiero. Ogni poesia è uno scavo, non ci sono misteri che possano stornare il suo sguardo pervaso di grande curiosità umana ed artistica. Una vita intera (e una professione) dedicata all’Uomo, con laicità e passione. Grande esperienza di lettura.

  3. Vi ringrazio moltissimo dei vostri apprezzamenti, che mi incoraggiano a continuare. So che ho ancora tanto da imparare, ma il bello della vita è proprio questo: avere il desiderio di continuare a sperimentare e conoscere.
    Naturalmente un mio ringraziamento speciale alla generosa ospitalità di Abele Longo.

    Un caro saluto a tutti voi che avete lasciato un segno del vostro passaggio.

    Luciana Riommi

  4. La poesia è geometria, nel suo allineare spezzare parole sulla pagina, creare una prospettiva, mettere a fuoco un punto di vista: “interazione: tra me e me/ per calcolare il verso da cui guardo e vedo/ la sagoma che immagino di te”. Geometria che non porta risposte (“mi domando come faccia l’acqua/a risciacquare il denso della morte/ senza intorbidarsi mai), dove i conti non tornano, neanche e soprattutto quelli con cui abbiamo più dimestichezza: la nostra esistenza. Porta invece conforto, ci fa sentire meno soli. La scoperta di un poeta è sempre un arricchimento, un aprirsi e riconoscersi nell’esistenza di altri. Tutto questo per dire che mi piace molto la poesia di Luciana, tocca corde dell’anima con un tratto fermo e delicato (“da quanto tempo” e’ da leggere e leggere…).

  5. “io mi domando come, senza branchie,

    nuotare fino al fondo dell’apnea”

    Parto da qui perché questi versi vorrei averli scritti io, e perché forse conosco quel nuotare senza branchie… nuotare nell’aria di tutti i giorni, per Luciana deve essere un’impresa che però la riporta sempre a galla e, nel risalire, le sue parole si porgono delicate e tenaci nello stesso tempo.
    Lessi alcune sue poesie capitando sul suo blog e fui colpita dall’essenzialità espressa nei contenuti abbandoni, dal timbro nitido e immediato della sua voce poetica.
    Ne fui immediatamente catturata.
    Sono felice di vederla qui, nella splendida casa di Abele.
    Grazie a entrambi.
    cri

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