Azimuth, Maria Grazia Palazzo, Lietocolle, 2012

azimut

“Sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto”. Borges distingue, in sintesi, la poesia di cose e quella di pensieri. Questa distinzione richiama il binomio fondamentale della poesia del ‘900, quello di soggetto-oggetto. La poesia di Maria Grazia Palazzo è già oltre questa coppia di termini. E’ già fuori dal ‘900, ne sia o meno consapevole. E questo superamento avviene grazie al linguaggio poetico.

Paradiso perduto

Un verso asserragliato nella mente

anapestico anacoreta analfabeta

duro come un capezzolo imbottito

al tritolo di fantasia ormonale

dirompente diroccato dirottato

dovunque sia

ognuno ha un loculo

dove dormiente imbraccerà

l’enigma dell’amoroso incontro

su cui si può a lungo abbrustolire

sciroccare sdraiare.

E intanto il divenire accade

come dettame d’un dittatore

crudele spietato diseguale

che punge sferza mette in crisi

disturbando il terrestre paradiso perduto

perché la durata di un verso è breve

più o meno breve

o più lungo

più o meno lungo

ma dura sempre quel tanto

che poi finisce

diluisce in luogo occulto

forse selvaggio

il primitivo grido non ancora sillaba quasi verso

asserragliato nella mente

anapestico anacoreta analfabeta

veramente.

 L’azimuth dell’autrice non è solo un punto astronomico. E’ un punto direzionale, un punto di vista tra interno ed esterno, il dentro e il fuori, i nomi e le cose. Come scrive Walter Vergallo nella presentazione, sperimentiamo un “viaggio verticale”. Il mondo poetico di Maria Grazia Palazzo nasce da un fondale oscuro e profondo, un “luogo inferno” appunto. In questo senso, solo in questo, questa è poesia “superficiale”, ma nel senso illuminista evidenziato con originalità dal Leonardo Sciascia. Il viaggio poetico della Palazzo “porta in superficie” il mondo interiore dell’autrice. Senza psicologismi. Con la potenza pneumatica della parola poetica.

9

Tra le ombre di paradisi perduti

ricerchiamo luoghi di festa

tra racconti al porto

e panni stesi

attendiamo ritorni e partenze

nostre sembianze

presenze di avi più vicini che mai

al tramonto.

Cerchiamo all’orizzonte

nuove incerte frontiere

o un salvacondotto per l’anima.

Dove il sole bagnato addolcisce

la schiena di mura medioevali

con punte di cannone fra le dita

di aloe

di acacie verdi e dure

e infila sempre un’impietosa nenia

annunci sussurrano l’enigma

di vita peritura

in umida memoria di tufo

ed epitaffi

come enigmi al tramonto

di catrame

di sabbia.

La poesia di Maria Grazia Palazzo non è poesia biografia. E dunque non è poesia femminile. Non è poesia di pensieri e neppure di oggetti. E’ poesia “vivente”. E si pone nel solco di una “riscrittura” della realtà, dei sensi e dei significati attraverso la ricerca del linguaggio poetico. Sarà proprio casuale che le poesie meglio riuscite portano come titolo un numero? La poesia adempie alla sua funzione più potente e legittima. Archeologia, ricatalogazione, architettura del mondo attraverso la parola. Dunque poesia etica.

27

A noi pure i santi vengono dal mare

e suggeriscono le vie

da percorrere migliori.

Il mare ci parla

di mondi evoluti

sommersi riemersi.

Prodi eroi di tempo pagano

arruolati a una setta che nutre il nostro io

del dio danaro ammiriamo il sorriso

largo vuoto

appiccicoso.

Siamo eredi di rovine

di cultura ibrida iridescente

scorza selvaggia d’anima

che abita la nostra cupidigia.

Il mare ha parlato

– sarà così per sempre –

di nostra miseria

e nobiltà.

E verranno altri santi

ad annunciare il verso incongruo

da meridiano zero.

 Se non c’è la biografia dell’autrice, partecipiamo lungo tutta la raccolta alla biografia della sua poesia, la “poesia bambina” la definisce l’autrice. Una biografia poetica che si dipana in un movimento ascensionale semantico e sentimentale, oltre che lirico, dai primi versi spezzati e incerti – “una metrica oscura e fitta” leggiamo – a poesie perfette come gemme, scolpite attraverso l’uso sapiente di anafore, allitterazioni e ossimori.

Femminile

Originale possiede l’ovale del viso

il suo corpo è corteccia

di segni

da codici antichi

pergamene.

E muretti a secco le stanno intorno

con cielo

con tramonto

con ferito orgoglio.

E di fatti grandiosi non sa dire.

Un giorno

Il cielo scuro lumaca dell’anima

la nuvola sull’occhio

di finestra in finestra

di porta in porta

i volti sono somiglianti di solitudine.

Ottobre ecco la tua sfinge che danza

piangiamo fiori.

Ho rivolto personalmente all’autrice la domanda cruciale che Rilke pone al giovane poeta. Potresti vivere senza poesia? Forse sì. La risposta è piana e densa allo stesso tempo. Come la sua poesia che si pone già oltre tutte le grandi questioni poetiche del passato. Grandi sì, ma passate.

Sfere lucide a incastro

Fissa finestra sul mondo

vorrei fosse fessura di cielo

oh mio azimuth

e poi una nuvola

e poi perdermi

segnando tutto.

 

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2 pensieri su “Azimuth, Maria Grazia Palazzo, Lietocolle, 2012

  1. Mi sembra una poesia disorientante ma determinata.
    E’ percorsa da una preoccupazione formale che funge da spina dorsale, da direzione: il verso anapestico, analfabeta della prima o quello incongruo di 27.
    Attorno a questo si accumula un materiale proteiforme in perenne mutazione, oggetti naturali, frammenti di storie e culture passate, scorci di paesaggi, il tutto da vita a un solo oggetto complesso in moto.

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