Nuove poesie civili di Pasquale Vitagliano

Adesso sto con la fametotò

purché sia quella vera

quella che nessuno si aspettava,

quella che ti fa contare le uova

e quella che ti fa essere trendy

perché i vestiti hanno fatto il giro completo.

Adesso sto con i figli,

ma non con quelli che sono rimasti tali,

con quelli che stanno peggio dei padri,

o che li hanno arricchiti

o fatti senatore. Per ogni padre pensionato,

uno ha la casa, e due si sono sparati.

Adesso sto coi morti,

che adesso ricominciano a pesare,

mentre ieri nessuno se li cagava,

tanto siamo tanti e i morti sono sempre gli altri.

Che se il fine vita ci interessa adesso,

è perché riusciamo ancora a sfuggire al massacro.

Adesso sto coi porci ma quelli veri,

che un uomo se lo mangiano senza coscienza,

mentre noi anche un pezzo di carne umana

ce lo mangeremmo intero, ma con giudizio.

Lo ripeto, adesso sto con la fame,

anche se ha idee sbagliate.

*

Dicevano di sconfiggere il cancro

prima dell’arrivo del 2000,

ed invece ce lo siamo trovato

a fianco a tavola o a letto,

sorridente con la dentiera bianca

ad insegnarci la salute a pagamento,

a convincerci che la carne fa male,

dopo che di carne ci hanno colpito

e con la carne, per i denti e per le cosce

alla democrazia ci hanno conquistato.

Poi è arrivato qualcuno che la sconfitta

del cancro l’ha messa nel programma,

meglio di Dio, che neanche ci aveva pensato.

Non c’è da augurare la morte, a questo punto,

ma al contrario di immaginare quanto

sarebbe sadico farli vivere in eterno,

ma invecchiando senza rimedio o freno.

Allora, sì avrebbe veramente senso

chiedersi se vale la pena vivere una vita così.

*

L’Europa ha perso il mare,

non sono rimaste che le strade,

senza più mappe, né recapiti,

acheronti senza approdo.

Portate le navi in arsenale.

non è più il tempo di viaggiare.

Prore sono le facce sbarcate

sulle tovaglie sparecchiate.

Della rivoluzione s’è fatto

il soqquadro dopo la ricreazione.

Come bandiere bianche

Abbiamo sventolato i reggiseni.

Senza più frontiere

avremmo dovuto brindare,

ci hanno lasciato le piaghe,

o le pieghe,

smarrendoci tra queste

abbiamo chiamato

Villaggio Globale

quello che è stato solo

un recinto.

*

Eppure la Lucania

ha qualcosa

del Nordest.

Saranno le case

rade e sole,

gli orti sulle strade

e osceni animali

a guardarti estraneo.

I preti nelle strade,

storti e ancora utili,

come vecchi

ombrelli rotti.

Eppure i bar pallidi

e spogli come sale

da barba o d’attesa

non sono le Osterie.

Non sono colli asolani,

i monti lucani,

ma calvari in cantiere.

Un palo elettrico

troncato,

appeso ai suoi fili:

da sorreggere,

sorretto.

*

Ostie

disadorne

o tavoli

duri

E ripide

pance

verdastre.

Non è più

mitica

la miseria

contadina,

da quando

non sventolano

più le coppole

formattati

da rupestri

Infohouse,

più forte

e più antica

è la durezza della pelle,

e l’afrore delle parole

e la deformità degli arti.

Per vincere

le montagne salse

rinnegheremo tre volte.

*

In una giornata

il verde della piazza

visto dall’alto,

non è un prato.

È un campo da golf,

battuto da cicale magnetiche,

colorate, tutte uguali.

Non operai,

non borghesi,

non più contadini.

Incomplete

cattedrali

di vanagloria.

Cicale dopo il lavoro

e formiche senza lavoro

non sono mai state

il popolo

di questa terra.

Muri pieni di buchi,

esistenze senza intonaco,

che non venga più

il cemento del sopruso

a creare figure popolari

con la cazzuola del dolore.

*

Voglio raccontare

la storia

di un incontro

in un ipermercato

che fece Turandot

del cupo sottofondo di voci

e dei fuochi di colore

Opera Cinese.

Lance,

bottiglie,

scatole e scudi;

campanellini

e registratori di cassa.

Novelle compagnie

ad obliare

lotte contadine

e cortei operai,

volti di marmo

e braccia di acciaio.

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4 pensieri su “Nuove poesie civili di Pasquale Vitagliano

  1. “Non c’è da augurare la morte, a questo punto,

    ma al contrario di immaginare quanto

    sarebbe sadico farli vivere in eterno,

    ma invecchiando senza rimedio o freno.”

    Continua il viaggio/analisi di Pasquale con le sue poesie civili, arrivando a conclusioni piu’ amare nel lucido disincanto di sempre. I versi dedicati alla Lucania (contento che continuiamo a parlarne dopo le poesie di Luciano e l’omaggio di Augusto a Carlo Levi) mostrano una nuova prospettiva nello sguardo di Pasquale che in poesie precedenti, sempre dedicate alla Lucania, coglieva soprattutto la bellezza mitica, atavica, di questa terra a due passi da casa sua.

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