Maurizio Manzo: Coreografia del ghetto storico

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Coreografia del ghetto storico

 

Edizioni Castello – 1985vomie@tiscali.it
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6 pensieri su “Maurizio Manzo: Coreografia del ghetto storico

  1. ho avuto la fortuna di leggere in carta ed ossa la coreografia – parola per parola (dilemma per lemma), refrain per wittgenstein -innamorandomi della sincera qualità della materia prima nuda e cruda, a tratti quasi “informe” e ripiegata su se stessa, tanto è sinceramente spontanea.
    c’è vita (e morte) tra le pagine, vera in quanto puttana, nonché scomoda e sofferta. le protagoniste emergono tridimensionali calde, ben delineate da un punto di vista sensoriale (molto ricco il piano olfattivo, che spesso, invece, è sovrascritto dai Poeti con la P maiuscola e la puzza sotto il naso, eh) fino a sporcare le pagine di secrezioni e di liquidi organici (sangue, sperma, vomito, piscio etc). potente l’ossessività dei ritorni (frasi ripetute, dissolvenze, echi) che danno l’impressione di una realtà chiusa, senza vie di fuga, dove la condanna è già scritta e sprangata (sul groppone) fina dalla nascita in attesa che troppo ardore renda l’umanità cenere senza dolore. così magari ci si accontenta di fermare l’emorragia di vita con un braciere che ha ancora la cenere ardente dentro (“perdonami viveca”): perdono più che accordato visto che viveca muore (tanto prima o poi tutti perdono e si perdono) e che rada col suo rimuginare pare quasi che le rada la vagina (ma come ha fatto a salire quassù?), mentre vanessa, che precipita a lunghe falcate crede di essere immune a tutto, anche a se stessa e il cielo di lidia-tullia graffiato d’amore si specchia nel vuoto del volto invecchiato, fattosi rugoso fino all’osso.
    gettata la vita oltre la maschera, cosa resta? i sogni finiscono per tutti, ma i bisogni?
    appunto.
    e l’emozione che m’è arrivata più forte è il testa coda (il richiamo tra la dedica a Raffaello Uteri e il lametto/lamento da barba nella vagina), in cui l’idea che si possa radere la mente (mantenendola nel limbo magico dell’infanzia) svela la sua natura impraticabile anche allegoricamente (più forte ricresce, nell’attesa). e allora non resta che radersi la vagina dall’interno, su su fino all’utero, in barba alla vita, a chi l’ama (e non lama), negandosi all’eventualità d’ingravidarsi di ulteriori sofferenze. aborto e obtorto collo, questo siamo: un gesto, non poi così dissimile.

  2. “Pareva tutta un’attrazione ottica!
    Ma dove sono gli occhi?”
    (Coreografia del ghetto storico, pag. 9)

    Ho avuto la stessa fortuna del malos (grande come sempre nelle sue letture). E’ un poemetto “avvincente”, scritto con l’impeto di un giovane per niente intimorito dalla sfida con la forma. Scava, incide, sorprende, con un ritmo incalzante e un flusso ininterrotto di immagini e trovate. Oserei dire “barocco”, che per me e’ un grande complimento, e l’attenzione viva e dissacrante dedicata al corpo e le sue funzioni ne e’ un’altra conferma. Non so se Maurizio ci ha pensato, ma si presta molto a un adattamento teatrale.
    Grazie Maurizio.
    Abele

  3. Un augurio di buon anno a Malos Abele e Sonia, grazie per aver letto e per i vostri commenti!
    E buon anno a chi ha solo letto e a chi di solito passa per questa piazza!
    :)
    @ Abele: questi testi sono nati dopo aver scoperto, casualmente, alla tv quattro diversi modi di morire in versi…e qualche “impostazione teatrale” probabilmente, involontariamente, li attraversa. ;)

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