Incipit (Flavia Schiavo) – Il re pallido

 

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David Foster Wallace (1962-2008)

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Il re pallido

Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e al di là dal fiume tabacco sormontato dagli alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua della foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero, stramonio, menta selvatica, soffione, setaria, uva muscadina, verza, verga aurea, edere, terrestre, acero da fiore, solano, ambrosia, avena folle, vecciua, gramigna, fagiolini spontanei invaginati, tutte teste che annuiscono dolcemente a una brezza mattutina che è la morbida mano di una madre sulla guancia.

The Pale King

Past the flannel plains and blacktop graphs and skylines of canted rust, and past the tobacco-brown river overhung with weeping trees and coins of sunlight through them on the water downriver, to the place beyond the windbreak, where untilled fields simmer shrilly in the A.M. heat: shattercane, lamb’s-quarter, cutgrass, sawbrier, nutgrass, jimsonweed, wild mint, dandelion, foxtail, muscadine, spine-cabbage, goldenrod, creeping charlie, butter-print, nightshade, ragweed, wild oat, vetch, butcher grass, invaginate volunteers beans, all heads gently nodding in a mornning breeze like a mother’s soft hand on your cheek

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2 pensieri su “Incipit (Flavia Schiavo) – Il re pallido

  1. Un libro cult, non finito e pubblicato postumo, di un grande scrittore morto suicida che ha, con la sua lucida e straripante ironia, messo a fuoco tutto ciò che chiamiamo postmoderno.

  2. foster wallace è ed era uno dei miei autori preferiti. premetto ciò perché, sto per dire che il re pallido è un libro quasi inutile nella sua nuda e cruda wallaceinità. e se infinite jest poteva valere un 7, l’operazione editoriale postuma in oggetto vale al massimo 6+, ovvero “abbastanza” per la sufficienza, ma troppo poco per le potenzialità di sviluppo d’un autore dalla testa così grande (e fragile). e se è vero – com’è vero – che l’unico dio capace di regnare sopra l’universo è l’entropia, dall’altro lato è troppo comodo trascriverne le forme nude sopra il foglio, subendo passivamente l’impossibilità d’una soluzione di continuo al continuo avvitarsi del caos: frammenti sparsi, ecco che cos’è il re pallido, un cassetto pieno di ottimi frammenti sparsi, bei mattoncini lego alla rinfusa coi quali l’autore (e l’editore) ha fatto **finta di costruire il disordine**.
    arrivi in fondo, tiri le somme e cos’è rimasto? un caleidoscopio di finezze e d’estri filologici privi di filo logico. un moderno omaggio neo-realista alla parola in sé, alle pagine scritte più che alle storie. il tutto, con buona pace di wallace, era già stato ampiamente raccontato con risultati artistici di ben altro spessore da kafka,da beckett e da philip dick. in (s)conclusione, la (s)comoda natura sfuggente dei frammenti diventa addirittura rassicurante per come accetta a priori di non combattere la nostra umanissima battaglia persa contro l’entropia, restando slegata dal contesto storico e dalle infinite conflittualità del bisogno. ed ecco che wallace finisce per risultare didascalico a se stesso e alle tragedie dell’inesistenza umana (cosa che forse non avrebbe mai voluto sentirsi dire da un suo fan e che, in effetti, mai sentirà). riposi in pace.

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