Giancarlo Locarno/Poesia

Giancarlo Locarno: Nuda con scheletro

by Giancarlo Locarno

Se mi fermo un attimo che si espande
col piede appoggiato al gradino della biblioteca
nella consapevolezza del movimento di un corpo che si equilibra
e mantengo nell’attesa anche la consapevolezza degli elementi inanimati che mi confinano
come fanno i vecchi della foresta
allora riesco compiutamente ad osservare nel gioco degli inseguimenti
quanto sia brutta la rotonda davanti alla stazione e sempre la mancanza di una parola
imitazione artefatta di un tumulo etrusco con dentro lo stridore delle ossa
e quello scatolame di macchine che vi concorrono da tutte le parti

non è la stessa cosa del buon inseguimento
all’occhio predatore di forme naturali
che si ridisegna con la mente il frastagliato profilo dell’albero

e lei ripassa il nome delle ossa

di un albero nelle sue singole foglie e rami che è già attivare una meditazione.

Si ha la sensazione di percepire un corpo estraneo
che nella sua  geometrica e inconscia approssimazione:  piomba
sovrapponendosi alle cose
stanandole una ad una  dalla tranquillità nelle pannocchie di falaschi
e dagli affioramenti  di pianure alluvionali.

Solo in un secondo momento in tutto questo colgo qualcosa che deborda nell’abbraccio.

Sia pure lo skyline di New York seguito una sera dall’aereo che lo lascia
per raggiunge quella ulteriore complicazione ricorsiva a mano stanca
ma sarà l’effetto di un  tramonto così prussiano sul Potomac d’un arancio giubba rossa
che non ha uguali di foglie e di donne
e che fa planare dolcemente  l’occhio sul muro del pianto americano
oltre il bigliettino e oltre la rosa  per il tenente Jones
e poi vedere la traiettoria diventare  puramente rettilinea
con pochi repentini scatti a novanta gradi fino al punto banalmente sussurrato
dove dico che si uniscono gli opposti  nella modalità che chiamo abbraccio
lì  i reduci fissano ancora il loro Vietnam nella pietra nera
li ho visti con i miei occhi
andare a casa con lo scatolone in braccio e dentro le ossa che chiamano
quando si dissolse la loro azienda nel novembre degli  idranti che sbuffano
e  quando scatta il silenzio dei colori

ma l’abbraccio, l’abbraccio con la brevità del transito
anche allora valse molto di più.

4 thoughts on “Giancarlo Locarno: Nuda con scheletro

  1. Grazie a Giancarlo per questa poesia ispirata alla mostra/performance di Marina Abramovic al pac di Milano: http://tvshowmusicaltheatre.blogspot.co.uk/
    Come nello stile di Giancarlo, un’imagine, oppure una situazione o un evento, genera tante associazioni e rimandi in un caleidoscopio che si allarga per poi mettere a fuoco scavando, e il caso di dirlo, fin nelle ossa.
    Abele

  2. Giancarlo mi piace sia quando mi consente d’entrare più rapidamente nelle sue tele che quando è meno immediato. Mi piace il suo modo di porsi all’ascolto e di raccontarlo, sembra che niente intervenga in quel sottile spazio tra lui e le immagini derivanti, nessun filtro di aspettative o tempistiche esterne a condizionare quello che sembra un eclissarsi prima per un tornare poi a mani piene di una trasformazione naturale figlia di una mentale fisicità dell’appropriarsi dell’attimo.

    Doris

  3. giunto alla seria ironia di “quanto sia brutta la rotonda davanti alla stazione” già godo.
    : )
    vieppiù, mi viene da chiosare che al di là dell’artefatto, lo scheletro è probabilmente lo stesso dell’armadio di maurizio (poco prima).
    intendo, gratta gratta, sotto la polpa che arrotonda e smussa la realtà più poetica delle cose (tramonti, foglie, corpi di donna) si nasconde il profilo frastagliato delle ossa. milioni d’anni d’evoluzione hanno “plasmato” gli occhi sulla lunghezza d’onda della polpa, ovvero l’occhio ha sviluppato un’intima benevolenza verso le forme naturali con cui ha una familiarità di storia evolutiva (ed ecco il disagio per le scatole di latta semoventi attorno alla rotonda e per lo skyline di new york). da questa constatazione iniziale pare muovere la mente analitica, capace di vedere invece “attraverso ed oltre” le cose, entrando in uno stato meditativo in cui dal ripassare mentalmente i nomi delle ossa (vedi il potere della parola?), arriva a denudare la realtà per vedere *nel contempo* sia la polpa che lo scheletro sottostante, ovvero il *corpo estraneo* dentro al corpo. inquietante.
    come nelle macchine che, girin giro di lancetta attorno alla rotonda d’una allucinazione di tempo, stridono d’ossa e contengono corpi che a loro volta contengono ossa (scatolame scatolame… ohibò, scatola a me?).
    come i reduci del vietnam con lo scatolone in braccio e dentro ossa che chiamano.
    ed ecco allora lo sviluppo inatteso: la presenza quasi orripilante dello scheletro (corpo estraneo, materia inanimata) vira da sovrapposizione in *abbraccio* tra l’animato e l’inanimato (o forse tra l’animale e l’inanimale, chissà).
    si ricompone ogni conflittualità tra la materia vivente e quella morta, nell’umanissima consapevolezza di fratellanza tra materie (nonché di brevità del transito), come pure tra il silenzio dei colori e il calore della pelle.
    amen.
    : )

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