ROMA/AMOR di Plinio Perilli (SALVIAMO CINECITTA’)

La voce inconsumabile di Pasolini

Nel diluvio celebrativo ed agiografico del trentennale dalla morte di Pasolini, la grancassa impertinente e bolsa dei mass-media ha inscenato il suo goffo e insieme magniloquente spettacolo d’inutilità. Convegni, dibattiti, mostre su mostre, libri, riti e saghe d’esibizione – che nulla o quasi hanno in realtà da spartire con l’asprezza felice della sua opera, l’esemplarità assoluta della sua vita, il dramma gnostico e ardente del suo vero, struggente percorso. Nella miriade di edizioni o ristampe, affiora però un libro, a colpirci, inopinato e fertile, consapevole e smarrito all’unìsono. Pasolini rilegge Pasolini (a cura di Luigi Fontanella, Archinto, pp. 70, 20 euro, incluso c.d. e arricchito da molte fotografie transoceaniche…) è la trascrizione letterale, e la rara, annessa testimonianza fonica, di una lunga intervista finora inedita che Pier Paolo Pasolini concesse a Giuseppe Cordillo, allora direttore a New York dell’Istituto Italiano di Cultura, durante un suo soggiorno in America nel 1969.

Entusiasta esploratore della cultura e della società americana, il Nostro, bighellonante ma acutissimo turista negli States, parla infatti di tutto con grande libertà. Poesia, studenti, società, cinema… e una New York che lo ammaliava, come già gli era accaduto nell’ottobre ’66, al suo primo viaggio negli U.S.A.: “In Europa tutto è finito: in America si ha l’impressione che tutto stia per cominciare. Non voglio dire che ci sia, in America, la guerra civile, e forse neanche niente di simile, né voglio profetarla: tutta via si vive, là, come in una vigilia di grandi cose.” (Intervistato da Oriana Fallaci, le giurava infatti gioioso: “Vorrei avere diciotto anni per poter vivere tutta la vita quaggiù”!)…

Colpisce – come sempre, a riguardarlo in video, o come oggi a riascoltarlo dall’arcana trasparenza spaziale del c.d. – la sua voce, la voce di Pasolini, dolce e tagliente, arringante e capziosa, fluida e irredimibile…

Ha ragione Luigi Fontanella, nella sua lucida e puntuale prefazione, assai utile oltretutto a decifrare e focalizzare, fra letteratura, cinema, teatro, società, cronaca spicciola e grandi temi, la multiforme temperie dell’epoca: “In questa schiva, pacata espressività fonica, in questa leggerezza vocale, Pasolini, tuttavia, era in grado di esprimere concetti e sentimenti profondi, intensi quanto taglienti, di una logica irriducibile, che spiazzavano l’interlocutore, e che potevano pesare come macigni ineludibili”.

Torna dunque, la voce di P.P.P., come un suo uccellaccio o uccellino (nel film del ’66 faceva appunto interloquire insieme il Dubbio e la Coscienza marxista, e la figura aspramente sarcastica del Corvo parlante) – ed esce dalla metafora.

“La poesia che sto scrivendo adesso è una poesia sgradevole, spiacevole, una poesia il meno possibile consumabile, anche nel senso esteriore del termine. Io so che la poesia è inconsumabile, so bene che è retorico dire che anche i libri di poesia sono prodotti di consumo, perché invece la poesia non si consuma. I sociologi su questo punto sbagliano, devono rivedere le loro idee. (…) Dunque, per concludere,” – ribadiva e arringava Pier Paolo, nel paradosso di una dialettica e fervida provocazione – “so bene che la poesia è inconsumabile nel profondo, ma io voglio che sia il meno consumabile anche esteriormente. E così il cinema: farò del cinema sempre più difficile, più aspro, più complicato, e anche più provocatorio magari, per renderlo il meno consumabile possibile.”

Una voce allora sempre più difficile, più aspra, più complicata, e anche più provocatoria… E soprattutto inconsumabile nel profondo,e il meno consumabile anche esteriormente… “Al punto in cui decise per la politica, e decise di ‘gettare il proprio corpo nella lotta’,” – rilevò Enzo Siciliano nella sua  biografia – “Pasolini restò irrimediabilmente un artista. Alle sue parole desiderava donare il fuoco dell’azione: ma ciò che lo assillava erano i fantasmi della sua coscienza malata. Non fu un decadente che amasse obliterarsi nell’agire… Suona nelle parole di Pasolini l’eco della follia filosofica… Sottinteso al vaticinare, c’era in Pasolini una percezione realistica di quanto avvenuto in Italia dagli anni Sessanta in poi”…

Già nel ’64, ai tempi di Poesia in forma di rosa, e con la sua consueta, introiettata e drammatica vitalità, intesseva le lodi, temprava le ragioni e metabolizzava il ludibrio della “Realtà”:

Questo può urlare, un profeta che non ha

la forza di uccidere una mosca – la cui forza

è nella degradante diversità.

Solo detto questo, o urlato, la mia sorte

si potrà liberare: e cominciare

il mio discorso sopra la realtà.

Donare il fuoco dell’azione… Poi, ai tempi degli Scritti corsari (che escono nel 1975, cioè proprio nell’anno della morte), la critica più aspra, e l’enunciazione/denuncia della cosiddetta “Rivoluzione antropologica in Italia”, passa per una fiera tirata contro quest’appiattimento e omologazione anche del linguaggio: “Una delle caratteristiche principali di questa uguaglianza dell’esprimersi vivendo, oltre alla fossilizzazione del linguaggio verbale (gli studenti parlano come libri stampati, i ragazzi del popolo hanno perduto ogni inventività gergale) , è la tristezza: l’allegria è sempre esagerata, ostentata, aggressiva, offensiva. La tristezza fisica di cui parlo è profondamente nevrotica. Essa dipende da una frustrazione sociale”…

L’analisi migliore della sua voce poetica, resta forse quella dell’amico Andrea Zanzotto, anch’egli grande poeta e impegnato in un’esegesi totale di tutte le energie, le fibrillazioni, le concause e le risultanze, non solo letterarie, estetiche, ma tanto più sociali, psicologiche, storiche, ingarbugliatamente trasfuse e condizionanti: “Pasolini che seppe cogliere così tempestivamente appunto la ‘muda’ della lingua italiana (insieme col paese) da uno status crociano-letterario-artigianale a uno status manageriale-neocapitalistico-tecnologico, sembra usare quasi con nauseato disprezzo la lingua proprio perché essa nasconde malamente l’immenso vuoto lasciato da un mancato rinnovamento più o meno di tipo gramsciano, nazional-popolare (anche linguistico), mai incarnatosi.”

Ma proprio questa sua voce, e coscienza storica, dignità civile, denuncia morale, oggi ci manca: stentorea e netta, “loica”, laica, fastidiosa a taluni quanto più scomoda, fiera comunicatrice di verità sociologiche, anzi, vorremmo dire ecumeniche… E in uno dei passaggi più struggenti della sua tragedia Orgia, nel serrato dialogo fra UOMO e DONNA, Pasolini forse ci presta proprio la chiave, il mistero e l’umana salvezza di questa voce, sua, ma anche e non meno di noi tutti:

UOMO: E allora cosa hai imparato?

DONNA: Ad avere una voce.

UOMO: E così anch’io. E così anch’io. Ma dentro l’anima, intanto, cosa ci succedeva? CERCAVA DI PRENDERVI POSTO LA PAROLA NON DETTA.

DONNA: Sì, anche in me: ma non ho saputo mai pronunciarla.

Plinio Perilli

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3 pensieri su “ROMA/AMOR di Plinio Perilli (SALVIAMO CINECITTA’)

  1. Non potevamo, nel nostro contributo a Salviamo Cinecittà, non parlare di Pasolini, che a Cinecittà era di casa prima ancora di diventare regista, e a cui Plinio dedica un bellissimo capitolo in Roma Amor. Pasolini voce “inconsumabile”, dice Plinio; che nel video che qui proponiamo si esprime in estrema libertà contro la televisione, proprio durante un programma televisivo. Il richiamo di Plinio a Uccellacci e uccellini, invece, ci riporta inevitabilmente alle posizioni che Pasolini prese contro il “nuovo”, il cemento che sconfinava nella campagna. Facile immaginare cosa avrebbe pensato di una Cinecitta’ che rischia di scomparire a causa del cemento, come dice questo articolo che ci rivela l’altra faccia della medaglia: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/13/cinecitta-come-sempre-si-scambia-la-bellezza-con-la-speculazione/292672/

    Grazie, Plinio.
    Abele

  2. “Pasolini rilegge Pasolini, a cura di Luigi Fontanella”, sì da prendere senza esitare! peraltro concordo con lo scritto di Plinio Perilli: non vorrei che “la ricorrenza” si trasformasse in retorica celebrativa! per inciso: Totò nel fil Uccellacci e Uccellini diede, credo, il meglio delle sue doti straordinarie da attore cosumato e denso diretto, magistralmente, da pasolini..

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