Francesca Moro: Scherdas de pedras

Giuliano Sale

Sulle metafore…

è una camicia  che mi piaceva molto
questa
eppure le premesse erano altre
e non capisco
se io sono ingrassata
oppure
il tessuto nel lavaggio si è ristretto

fatto è che adesso mi toglie anche il respiro
di muoversi non ne parliamo affatto
ingessata
all’interno della trama
muovo solo  la punta delle dita

e digitare con affanno
la voglia
di trovare l’anima pia, che al posto mio
usi forbici ben affilate
e con sartoriale maestria
applichi un taglio netto alle giunture

ché non si sa mai,  magari dimagrisco
e la rimetto insieme
bella come prima

*

E’ stato allora

in quelle fredde sere di dicembre
abbagliato dallo splendore di due stelle
le hai riprese con te
hai forse dimenticato
che me ne avevi fatto dono?

ora
da quel misterioso quadrante del cielo
(in cui mi è proibito l’accesso)
arriva quaggiù qualche fioco scintillio
a ricordo
non basta

né il rosseggiare della poinsettia
in questi giorni riesce a vestire
la mia stanza a festa
il colore riverbera  sangue versato

e
ti immagino inconsapevole
di quanto dolore arrechi
come me
quando armata di cesoie
ho reciso le mie  rose

*

Anni…

Ventitrè o diciassette o…
andare via per sempre

e qui rimane
(viva?)                    una madre
versa sale sul seno
nutre vita aliena

cresce nel ventre di  dolore
lo straniero
si può sconfiggere
per amore di chi rimane

apro le mie vecchie mani
non sono grani di rosario
a farmi compagnia

un arcobaleno
mi nasce ancora
tra le dita

*

Se vuoi

puoi chiamarla alba
o inizio o partenza
chissà cosa definisce
il momento dal quale trai
i primi ricordi

e come definire il sé

le parole
solo idee sbiadite
immagini prive consistenza
scontorni

(                                         )

come parentesi a racchiudere
s-tralci di vite
ognuno con le sue valenze
gli archetipi presenti
non traducibili

*

Tutte le volte che sei morta

in sogno

come quella volta  in culla
ho detto a tutti che dormivi
per sette lunghi giorni
con me annegata nel cuscino zuppo
in un risveglio di viscido terrore

ho avuto una proroga  da questa parte della vita
e per diciassette anni sei stata con me

forse in parallelo te ne sei andata davvero neonata
e in altra dimensione invece sei madre anche tu

ora torni a casa quando dormo
( posso aprire porte d’altri mondi
con i sogni, e
il desiderio intenso di riaverti qui)

poi arriva l’alba
scura come la notte
scura come la morte

*

Tregua

la frattura ricomposta è lì
invisibile a chi guarda
abilità di una magia
specialista nella negazione
narcotico potente
per sofferenze d’anima

poi

succede
che ti svegli un mattino
dopo una vita di quiescenza
e il verde del vulcano
maschera di un inferno
esplode
in mille faglie incandescenti

*

Sostegni

preparo in fretta  qualcosa
da mangiare, non importa cosa

non si mastica il nutrimento
che mi fa sopportare
ore meccaniche di un lavoro bestiale

il riscatto dalla pesantezza
del dolore
è il mio virtuale quotidiano
(anche  se a volte
muoio sempre un poco)
che mi fa     salire
salire
salire

senza preghiere

ma poi chissà che condividere
non sia un modo diverso
per pregare

*

Riflessioni

Sapevo che
le spine prima o poi si decompongono
aspettando il sollievo
ho praticato un’incisione profonda
per verificarne lo stato
ché nel frattempo non è rimasta ferma
allora ho capito
non sono tutte uguali, acciaio la mia
è  macchiata ma non è ruggine

avrei voluto emigrare
in quei paesi pieni di spezie e di colori
di sete fruscianti
oppure in un deserto tra i nomadi
una in fila nella carovana, come tanti
tra ruvida lana, cavalli berberi
odori e sapori e visi nuovi
avventura
per non sentire il dolore

la mia inossidabile amica
non mi avrebbe mai lasciato

e non c’è niente credimi
migliore di una spina
a renderti consapevole che
sei viva
per questo sono ancora qui
a spiare bacche di rusco appena nate
e i germogli sulle talee di rose

affonderò ancora le mani nella creta
pigmenti e lustri ad esaltarne le forme
(brutte copie)
testimoniano ciò che non sono
in questa dimensione chiamata vita

*

Un cassetto chiuso

da undici anni
custodisce di tutto
con sorpresa
mi ritrovo nel gesto
d’aprire la tua scatola di cerini

nove
apparentemente funzionanti
vorrei accenderli uno ad uno

(ah! se fossero nove vite)

sembra sacrilego il pensiero
so che non troverò il tuo viso
nella fiamma
né potrà sciogliere il mio gelo
in questo giorno di resurrezione

ma il tuo dna
lo sento nelle mani
e per un po’ dimentico
che l’ultima carezza
è stata alle tue ossa

*
 
In un punto avanzato

del percorso
del quale s’ignora sempre
lo striscione d’arrivo
né si ha memoria
del punto di partenza
neppure lo starter
lascia traccia

ecco in quel preciso punto
sono saltata altrove

lì mi hanno offerto un telefono
non uno qualsiasi
scelga il colore cara
(che privilegio!)
lo vorrei viola
per avere  certezza di proferire
solo l’essenza

s’illuminano
è un modo per sorridere

è stato così facile
peccato non ricordare l’innesco
del salto

ora
ché sono nuovamente qui
esattamente allo stesso punto

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22 pensieri su “Francesca Moro: Scherdas de pedras

  1. La poesia prepara alla morte, la esorcizza oppure le tende le braccia, ne fa presenza cara, indispensabile. Aiuta a mettere ordine alle immagini che ci lasciano i sogni, dove i morti sono di casa e ci vengono a consolare o chiedono di essere consolati. Io da piccolo, nel mio Salento, e immagino sarà stato lo stesso nella Sardegna di Francesca, ho ascoltato molte storie di morte; che quando poi sono venuti a mancare affetti importanti mi sono trovato come preparato a quella carezza “sulle ossa”. Aggiungo che alle pietre associo inevitabilmente la morte e che ” Scherdas de pedras”, il titolo scelto da Francesca, in lingua sarda significa schegge di pietra.
    Grazie, Francesca.
    Abele

    1. Innanzitutto ancora un grazie per l’ospitalità, ma sopratutto per essere veramente entrato in ciò che anima i miei scritti, per l’attenzione e sensibilità che hai dedicato a queste picccole ma dolorose schegge di vita.

  2. Sono felice di ritrovare i bei testi di Francesca qui nell’accogliente casa di Abele.
    Questa è poesia che si svolge con l’abbraccio al dolore, alla perdita di quegli amori che a una madre lasciano il vuoto incolmabile, e schegge di pietra, appunto, nel cuore. Schegge acuminate, che lasciano ferite inguaribili.
    Eppure da quegli squarci nascono le tematiche di Francesca, i suoi ineludibili riferimenti a quelle ossa, a quei vestiti, a quei sorrisi… Ma non solo, perché la sua ironia spesso fa da collante ai suoi versi sul vivere, morire o sopravvivere, e il suo sguardo acuto sulle cose rende la sua poetica essenziale.
    Una voce attuale, da rileggere con attenzione, perché fornisce a ogni rilettura ulteriori significati.
    Grazie a entrambi.

    Cristina

    1. Grazie Cris,
      tu mi hai invogliato ad aprire il blog e a “vivere” questa esperienza virtuale, da allora sono molto cambiata, diciamo che grazie a te e a Orsola la castagna ha aperto il riccio mostrandosi nuda, questa nudità è vero che sanguina spesso, ma il salasso è terapeutico e aiuta ad andare avanti.
      Grazie Cris per tanto affetto, e per apprezzare i miei pensieri.

  3. Superfluo dirti l’emozione ( la ricordi nella mia voce? ) … rileggerti è stato ripercorrere un cammino. Il dolore riemerge dai tuoi versi e lascia chi legge attonito. Eppure non è il dolore che mi lasciano le tue parole ma ricchezza per averle rilette ancora una volta … per me sei grande e la tua voce si alza come un urlo … Grazie DONNA, grazie anche a chi ti ha pubblicato.
    o.

  4. Hai ragione Orsola,
    urlo spesso e a molti non piace che gli sbatta letteralmente in faccia il dolore, ma tant’è…ho passato troppi anni a ringoiare tutti gli urli nelle viscere, e sai che risultati ha avuto…
    Il cambiamento è iniziato con te e Cris, niente avviene per caso, siete state la mia terapia, proprio quando ne avevo più bisogno.
    Grazie per la stima…e per volermi bene -:))

  5. Eppure non importa se sono i grani del rosario o il più crudo dolore di madre per quelle due stelle rapite a tenerti compagnia. Importa il tuo amore così ferito, è lui che ricongiunge la mamma con i figli.
    Ti capisco profondamente anche se non ho vissuto il tuo tormento e forse lo capisco per la tua straordinaria poesia di sale.
    Le mamme non dovrebbero mai accarezzare le ossa dei figli né guardare quei pochi cerini rimasti desiderando di vederli battere un paio di secondi, almeno loro.
    Sai, è vero tutto quello che dicono: il punto della morte è una delizia che si allarga sempre più. Io l’ho sperimentato (il cuore si era fermato e mi hanno ripresa a schiaffoni e ossigeno).
    Se ne perde il gusto rapidamente, ma ne rimane una nostalgia soave anch’essa.
    È una grande speranza per tutti noi.
    Le poesie sono bellissime e autentiche fino nel midollo.

    1. Grazie Mimma,
      come al solito sensibile e attenta, le tue riflessioni mi conducono a mia volta a riconsiderare ciò che scrivo e vedere da altre prospettive aiuta molto, grazie per il bel commento.

  6. Sono poesie belle e terribili, non hanno la consolazione che può dare un Dio incarnato. Però ci sento sempre una tensione escatologica, che mi richiama alla mente “la legna e la cenere” di Severino, un cambio di scenario e di forma in un processo che continua.

    1. Grazie Giancarlo,
      ti so attento lettore, e si evince dai commenti che ho spesso letto da Margherita e molto apprezzato, a volte mi hai aperto sentieri diversi in cui inoltrarmi e confrontarmi. Capisco ciò che vuoi dire è una costante di vita per me, ogni tanto mi viene naturale farvi riferimento con pochi cenni, certa che chi ha le stesse convinzioni ci troverà del suo. Non conoscevo Severino ma dopo una breve escursione nel web ho capito che è necessario che io legga la sua opera.

  7. Vorrei tanto trovare parole efficaci ed atte ad alleggerire il peso delle tue “pietre” che perforano il mio sentimento di calda solidarietà. Al di là di questa immediata “pietas”- nel nobile senso latino del vocabolo – non va taciuto l’indubbio talento lirico del tuo poetare, drammatica musica in versi che trafigge i miei pensieri.
    Un abbraccio stretto e pieno di tenerezza.
    grazia

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