L’Ulisse di campagna – Tonino Guerra


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I

Un dè d’utòubar i s’è mèss a caminé
te fióm éulta i santir ad sabia e dri
ca linguètti d’ aqua ch’al sèlta tra i sas.
De mèr u i avéva zcòurs piò di tótt
una piscèra che fina e’ melanovzentquarènta
la i arivéva a là sò in biciclètta,
pu la s’è fata e’ sidecar e la purtéva
a casètti pini ‘d giàz e pès
e la racuntéva ch’u i era dal bés-ci
drointa l’aqua piò grandi dal munghèni
e che dal vólti u s’arenéva dal baléni
ch’l’era dal muntagni ad chèrna
soura la sabia.
Rico e la Zaira i n éva mai vést e’ mèr
che in linea ‘d aria, pasénd da i sentir de fióm,
l’era a trénta chilometri gnénca.
Adès ormai ch’i avéva quèsi utènt’an
i s’è decióis a fè che viàz ad nòzi a pì,
ch’i éva armànd d’an in an. I stéva
a Petrèlla Guidi, un ghèt ad chèsi vèci
in dò che ogni tènt u i era di cavàl
ch’i scapéva da mèni de manischèlch
e i féva a Iozzli sòtta i zòca mat
e ‘d nòta u i era l’udòur de pèn ch’i l cuséva
te fòuran e t al sentévi da dróinta te lèt,
ranicéd ti béus di mataraz ad fòi. Rico
l’à fat e’ barbìr quèsi stènt an ma i óman
mal dòni e pu e’ tuséva i sumàr e al pigri;
la Zaira la féva al fazèndi ‘d chèsa
e dal vólti la tnéva e’ cadóin dl’aqua
in dò che l’artésta e’ lavéva e’ pnèl.

*

I

Un giorno di ottobre si sono messi a camminare
nel fiume lungo i sentieri di sabbia e quelle
lingue d’acqua che saltano tra i sassi.
Del mare gli aveva parlato più di tutti
una pescivendola che fino al millenovecentoquaranta
arrivava lassù in bicicletta,
poi si è fatta il sidecar e portava
le cassette piene di ghiaccio e pesce
e raccontava che c’erano delle bestie
dentro l’acqua più grandi delle mucche
e che a volte si arenavano le balene
che erano delle montagne di carne
[sulla sabbia.
Rico e la Zaira non avevano mai visto il mare
che in linea d’aria, passando per i sentieri del fiume,
era a nemmeno trenta chilometri.
Adesso che ormai avevano ottant’anni
si sono decisi a fare a piedi quel viaggio di nozze
rimandato di anno in anno. Stavano
a Petrella Guidi, un borgo di case vecchie
dove ogni tanto i cavalli
scappavano dalle mani del maniscalco
e facevano scintille sotto gli zoccoli matti
e di notte c’era l’odore del pane che cuocevano
nel forno e si sentiva da dentro il letto, affondati
nel materasso di foglie. Rico
aveva fatto il barbiere settant’anni agli uomini
e alle donne e dopo tosava i somari e le pecore;
la Zaira faceva i lavori di casa
e a volte teneva il catino dell’acqua
dove l’artista lavava il pennello.

Pagine da: Tonino Guerra, Il Viaggio, Maggioli editore, Rimini, 1986 (Premio Nonino).

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4 pensieri su “L’Ulisse di campagna – Tonino Guerra

  1. Caro Abele,
    ho conosciuto Tonino Guerra a Gallipoli negli anni ’90 ( non ti saprei dire esattamente l’anno), ed era davvero una persona straordinaria. Allora io collaboravo con l’emittente locale , Teleonda , e mi capitò di intervistarlo. Mi disse che aveva scritto delle poesie sulla “città bella” ( naturalmente parlava dello “Scoglio”, la città antica con le sue stradette, i vicoli , le corti, e i suoi labirinti orientaleggianti), ma che non l’avrebbe rese pubbliche fino a quando gli stessi abitanti non avessero preso coscienza della loro politica dissennata . Stavano rovinando dei tesori che la Natura aveva loro elargito con larghezza e benevolenza . Non so se poi l’abbia mai pubblicate . Mi disse che aveva cominciato a scrivere poesie in dialetto romagnolo nel campo di concentramento di Troisdorf , ” per tener compagnia agli altri prigionieri romagnoli”. C’era in lui il bisogno di fare i conti con l’idillio campestre di marca pascoliana ( “andate a dire ai buoi che vadano via/ a vederli piange il cuore a tutti, anche a me”) . Ad un certo punto si è messo in testa di inseguire il il sogno meraviglioso di un Ulisse contadino che coincideva per lui con “l’esistere nella sua nuda essenza”.
    Da Sant’Arcangelo , dove faceva il maestro elementare , andò a Roma, a trovare il suo amico conterraneo Federico Fellini , e si mise a fare lo sceneggiatore . E’ stato vicino ad altri famosi registi come Antonioni, Petri, Rosi e Tarkovskij . Abitava a Roma, ma spesso tornava a Sant’Arcangelo, unica sua patria amatissima. Dove sta l’angelo del vento che è sopra il Campanone , / ci ha visto andare giù per la contrada, / e quando abbiamo voltato in fondo alla strada/ ha segnato tempesta dietro le nostre spalle.
    Tonino amava il mare e il vento che ” ruzzola” / e alla fine aveva preannunciato la sua fine calma e serena.
    “Ecco là un uomo in fondo al letto, / che beve nel buio a occhi chiusi/ perchè non vuole svegliarsi più”

  2. Grazie Cristina, Augusto e Massimo.
    Molto bello il tuo ricordo, Augusto. Pascoliano come lo era anche Fellini, ma Tonino Guerra aveva una malinconia tutta sua, una complessità di sguardo (non inganni il suo verso chiaro), un’inquietudine che ritrovo nel primo Antonioni, in Tarkovskij, e soprattutto in Angelopoulos – il passaggio cruciale dall’Europa arcaica contadina alle nebbie del nuovo – alla ricerca di una nuova identità capace di abbattere froniere e conflitti – un umanesimo “dilaniato” ma capace ancora di sussulti inaspettati.
    a presto
    Abele

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