Nina Maroccolo: Il Processo ad Adolf Eichmann (Illacrimata)

 

“Ho filtrato la materia senza riconoscerla,” mormorò fra sé Eichmann dopo l’arresto.
*

 

*

cliccare sul titolo qui di seguito:

Illacrimata-Il Processo ad AdolfEichmann

Annunci

5 pensieri su “Nina Maroccolo: Il Processo ad Adolf Eichmann (Illacrimata)

  1. “Illacrimata” è un monito a non dimenticare quanto può essere facile diventare “ingranaggio”, “rotella” del male. Eichmann non è la mente che ha ideato la soluzione finale, l’olocausto, ma ha contribito alla sua realizzazione compilando l’elenco delle vittime e facendole partire per il campo di sterminio. Privo di senso di coscienza, di responsabilità nei confronti del prossimo, ma anche di immaginazione, scrive la Arendt, non si è mai minimamente immedesimato nell’altro. Un individuo banale che non ha pensato, che non ha mai messo in dubbio il suo operato, che si è limitato ad eseguire ordini di un sistema totalitario. L’imputato è civilmente morto, ha alienato se stesso nell’hitlerismo.
    Lavoro di forte tensione e impegno questo testo teatrale di Nina Maroccolo.

    Un saluto,

    Rosaria di Donato

  2. proprio l’altro giorno ho preso il “dizionario olocausto”, rieditato dalle edizioni della repubblica e con ottima introduzione di gad lernere, e, al solito quando un nuovo testo entra nella mia biblioteca, apro pagine a caso: il caso (o il fato?) ha voluto che si è aperto questo volume primo sulla voce “BAMBINI”, poi invierò qui, approfittando della generosità sensibile di abele longo le immago che sto completando.. quanto umanesimo in te nina..
    r.m.

  3. Questo testo, “preciso”, incisivo, fa parte di una raccolta, Illacrimata, che si concentra sul Male. Tema caro a Nina che “vigile”, rigorosa, si mette in ascolto, entrando nei “personaggi” e setacciando ogni antro oscuro con una umanità partecipe (l’umanesimo di cui parla Roberto). Un tentativo lancinante di capire, di non dimenticare: “Lui, Reich Eichmann, tuorlo d‟uomo impietrito”

    Abele

  4. a posteriori, la mente civile fatica a comprendere (ci-vilmente). forse perché il mostro fa molta meno paura quand’è mostro (e molta più paura quand’è celato in noi). chissà se è possibile calcolare l’abominio, magari facendo celato per lato? probabilmente no. d’altro canto (“canti ingeborg, canti!”) la mente tremante/tramante assai spesso mente: mente a se stessa (ergo, non è presente a se stessa) in una sorta di amnesia intellettiva che le consenta di funzionare a livello meccanico (“non pensavo”, risponde semplice-mente eichmann, colpito da assenza epilettica… e ciò m’ha riportato alla mente l’amara domanda che nietzsche affidava spesso ai suoi scritti: “quanta verità può sopportare un uomo”?). potentissima, in questo senso, è la quinta seduta, in cui emerge la nebulosa pochezza dell’uomo qualunque (privo di un culmine) , “varcato il portone / nulla di lui da ricordare”. ecco… quanto eichmann c’è in ognuno di noi? quanto spesso seguiamo la corrente, lasciandoci trasportare, essendo “fatica l’andare”?
    insomma, sia nel bene che nel male, tutti possiamo essere utili, ma nessuno è indispensabile…
    mmmm… ok, rinsavendo per un attimo dai miei deliri, direi che l’opera nel complesso m’è parsa riuscitissima, per il taglio essenziale e processuale, nel senso anche di “processo alle intenzioni”. intendo, mi ha colpito come tra le righe tu sia riuscita a far emergere l’orrore senza trascriverlo realmente, procedendo per vuoti, fotogrammi, accenni e implicazioni di modo che il non detto arrivi a significare più di quanto non si potrà mai comunicare a parole (morte lessicale, vertebre d’uomo e di bimbo). insomma, ricomponendo gli ossimori dello scheletro nell’armadio, qui leggo un infinito nitido (infinitido?), tracciato dallo “splendore” dell’inchiostro bianco (postille di vuoto spettrale).
    e il peso della lanugine, per quanto si possa tentare di pulirla/razionalizzarla, dovremo portarla addosso in eterno sui nostri vestiti.
    (forse un refuso, nella ventunesima seduta: “reinsiedava” vs “reinsediava”)

  5. ciò che fa paura e Nina ci mostra è che ognuno è in se anche Adolf Eichmann, per questo lo leggiamo nella carne, la nostra e con chiarezza più di ogni altra sensibile e tenera visualizzazione ci raschia dall’occhio la voluttà e la volubilità che ci oscura la capacità di lettura e dall’orecchio quella dell’ascolto. Nina é Adolf e Nina è la giustizia, quel senso ultimo davanti alla prorpia fossa, alla propria morte. per questo il suo occhio non piange e la parola è illacrimata e netta. L’ombra, ciò che la incarna, è proprio quella asperità e quella voragine che ci risucchia, dentro cui ogni genere di atrocità e follia.Nulla è lontano da noi, nulla è oltre noi ma è la densità dell’ombra, singolare e collettiva. Grazie,ferni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...