(Calling Orson) Maurizio Manzo

 

GLICINE

Il glicine mi chiede spesso
quando sarà la fine
ho smesso di guardarlo
osservo le rose che perdono
i petali
quando si stufano
e non chiedono niente
al vento
poi guardo alcune rane
che non smettono mai
di saltare
infine osservo l’aria
fino a perdere il respiro.

15 pensieri su “(Calling Orson) Maurizio Manzo

  1. ottimo l’incipit, che innesca d’incanto l’intimità discorsiva, anzi di più… direi che riesce a generare una sorta di *familiarità* con la sofferenza (infinita e rassegnata), ben simboleggiata dal capo chino del glicine (immagine non nuova, certo, ma che comunque parla una sua lingua scarna e vera). a ruota, tutta l’umanità di quel distogliere lo sguardo, che tuttavia rimane saturo di fine, *finendo* per proiettarla in ogni dove (sulle rose che sfioriscono in silenzio). potente, quindi l’immagine beata delle rane – capaci di profanare gracidanti il silenzio stesso, di continuare a saltare senza fine (maschile e femminile) – che pare coniugare in sé sia l’incuranza acefala e gaudente del mondo che continua a correre che l’accettazione delle leggi della natura (la rana *deve* saltare, non può smettere di farlo). e arrivo in chiusa dove l’infine muta “in fine”, quasi che l’io poetico somatizzasse la fine, morendo per soffocamento (il dolore è così grande da strangolare lo slancio lirico: se non c’è aria, fumetto, respiro, mancano proprio le parole).
    rivaluterei, invece, se esistono delle alternative al “perdere” finale, che m’ha suonato troppo accomodante rispetto all’entità del dolore chiuso tra le righe (non so, tipo erodere, mordere, mungere, torcere, ma com’è evidente, puoi sentirlo solo tu, se è quello che volevi dire). nel complesso, poesia notevolissima per come armonizza tono colloquiale e senso affilato. compliments.

  2. Disarmante la tua analisi, Malos, come sempre:))…tutto calza a pennello, a parte l’incipit dove il glicine simboleggia la forza, una sorta d’immortalità rispetto all’uomo…di cui sembra anche burlarsi…forse innescando questo senso di “familiarità” che imbastisce un po’ il tutto…il voltarsi di questa “fine”, di ciò che passa, e nutrirsi di tanta effimera eternità che sembra non abbandonarci più…(ma anche “il capo chino del glicine” non è male come simbolo…).

    fino a mordere il respiro mi piace…ma l’”accomodante” perdere il respiro vuol’essere “semplicemente” così: un risvegliato mancamento, il momento in cui possiamo anche smettere d’ingoiare aria e guardarla soltanto.

    Grazie della tua bella nota

    Grazie anche a Anima Tonda e a Carla

    Un saluto

  3. eh, il malos quando è di buzzo buono, non è propriamente un malos :)

    ad una prima lettura io avrei addirittura tolto l’ultimo verso
    poi però rileggendo mi sono accorta di certi richiami e simmetrie (inverse) che chiedono di essere

    il perdere i petali da parte delle rose e il perdere il respiro (perdere i petali è decisamente un venire meno – e se lo dico io con questo nome.., mentre perdere il respiro contiene anche la contemplazione estatica, qualcosa di talmente bello che mi mozza il respiro, me lo fa perdere, il “risvegliato mancamento” del quale parli o la bella espressione “dolce apnea” di Carla)

    chiedere spesso – chiedere niente

    smettere di guardarlo – non smettere mai

    osservo le rose – osservo l’aria

    spesso – non mai

    quello che voglio arrivare a dire è di un richiamo fra gli elementi, di un riflesso, anche variato o con negazione, che danno conto del respiro universale (inspirazione-espirazione) , siamo lì, ci attacchiamo come un glicine (e via che ci potano…) e cerchiamo di tendere in alto

    Un caro saluto a tutti

  4. :)…sì, perdere il respiro perché “mozzato” ma anche posso “finalmente” perdere il respiro perché la contemplazione svela il proprio “passare leggeri sulla terra”*…

    Ciao Margherita

    *(rubata al titolo del romanzo Sergio Atzeni: Passavamo sulla terra leggeri…:)

  5. Quando mi passò vicino, così vicino da poterla sentire, feci esattamente così: smisi di guardare il tempo, cominciai a guardare le cose che si fermavano senza sapere perchè, le cose che si muovevano senza sapere perchè, giocando a camminare sul filo di un respiro estremo, per imparare a non averne paura. Non avrei mai pensato allora e per tutti gli anni seguenti, di poter leggere un giorno tutto quel dolore in parole così belle. Grazie.

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