Guido Gozzano: Il reuccio gamberino

Erica Petroni

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Il reuccio gamberino

Tre giorni ancora e il Reuccio Sansonetto compiva diciott’anni, età che, secondo le leggi del regno, gli permetteva di togliere moglie. Egli stava ad una loggia del palazzo reale, raggiante ed impaziente di sposare Biancabella reginetta di Pameria, con la quale era fidanzato fin dall’infanzia. Ingannava il tempo mangiando ciliege e scagliando i noccioli sui passanti, con una piccola fionda. I beffati alzavano il volto incolleriti, ma l’inchinavano tosto, ossequiosi, appena riconoscevano il reale schernitore. E il Reuccio rideva e i cortigiani ridevano con lui. Passò una vecchina dai capelli candidi, dal naso enorme e paonazzo e il Reuccio cominciò a berteggiarla:

– Oh, comare Peperona! Oh, comare Peperona!…

E come l’ebbe a tiro la colpì con un nocciolo sul naso. La vecchietta si grattò il naso dolente, si chinò tremante, raccolse, strinse il nocciolo tra il pollice e l’indice e lo rinviò all’erede al trono. Le grida sdegnate della Corte scagliarono cento guardie sulle tracce della strega Nasuta, ma quella aveva svoltato l’angolo della via, ed era scomparsa. Al tocco aspro del nocciolo il Reuccio Sansonetto vacillò, come preso da vertigini; poi cominciò a ridere, premendosi gli orecchi con le mani. I cortigiani lo guardavano sbigottiti ed inquieti:

– Che cosa vi sentite?

– Sento… sento…

E il Reuccio rideva, rideva senza poter rispondere.

– Che cosa vi sentite?

– Sento… sento il tempo che va indietro! Il tempo che va indietro! Che cosa buffa! Ah, se provaste! Che cosa buffa!…

La Corte lo credeva ammattito. Quando poi fece per muoversi e lo videro camminare a ritroso, tutti scoppiarono dalle risa.

– Reuccio, che cosa è questo?

– È… è che non posso più andare avanti!…

E rideva, e per quanto tentasse di avanzare il piede non gli riusciva di fare un passo innanzi, ed era costretto a retrocedere come un gambero. Poi riprendeva a premersi gli orecchi, a chiudere gli occhi, come preso da vertigini.

– Il tempo che va indietro! che strano effetto, che cosa buffa, amici miei!…

E i cortigiani ridevano ed egli rideva con loro… E tutti lo credevano ammattito.

II

Ma non era ammattito. I più famosi medici del regno constatarono veramente che il Reuccio Sansonetto ringiovaniva. Era una malattia nuova e inesplicabile, contro la quale la scienza non aveva rimedio. Il Reuccio ringiovaniva. Compì i diciassette, poi i sedici, poi i quindici anni. Prese a decrescere di giorno in giorno, scomparvero i piccoli nascenti baffetti biondi. Il suo volto riacquistava un aspetto sempre più fanciullesco. Sansonetto era disperato.

Le nozze di Biancabella di Pameria erano state contramandate, poi rotte del tutto. Il Re di Pameria aveva ritirato la mano della figlia.

– Ragazzo mio, come volete ch’io vi conceda Biancabella? Fra qualche anno sarete un marito

bambino, poi un marito lattante, poi nascerete; cioè morirete… scomparirete nel nulla…

Biancabella fu costretta dal padre a rendere il suo anello di nozze; ma congedandosi piangeva, e promise a Sansonetto eterna fedeltà.

– Vi aspetterò finché sarete guarito di questa malattia. Tenete intanto l’anello e portatelo in dito; esso vi stringerà più forte, quando la mia fedeltà sarà in pericolo…

 

III

Sansonetto era disperato. Correva a ritroso per le stanze e pei giardini reali, piangendo, strappandosi le chiome bionde. Bisognava rintracciare la vecchietta beffata, supplicarla di ritornarlo a diciott’anni, di risanarlo da quella malìa. Il Re e la Regina avevano fatto un bando con mezzo il regno di premio per chi desse notizie della vecchietta che aveva incantato il figliuolo. Ma nessuno l’aveva più vista.

Sansonetto andava sovente a caccia, per distrarre la sua malinconia. Galoppava a ritroso, perché la malìa gamberina s’appiccicava pure alla sua cavalcatura. I contadini che vedevano passare, scomparire all’orizzonte quel cavaliere piumato, sul cavallo che galoppava all’indietro, si faceva il segno della croce temendo un’apparizione diabolica. Un giorno il Reuccio giunse in un bosco, e vide tra gli abeti centenari una casetta minuscola, con una sola porta e una sola finestra. E alla finestra riconobbe il volto della vecchietta che lo guardava sorridendo. Sansonetto s’inginocchio sulla soglia.

– Ah! vecchina, vecchina! restituitemi il giusto andazzo del tempo e del camminare!

– Bisogna riportarmi il nocciolo di quel giorno…

– Se non è che questo, l’avrete…

Sansonetto ritornò a palazzo. Ma come ritrovare proprio il nocciolo di quattr’anni prima?… Pensò di prenderne uno qualunque, lo portò nel bosco, lo fece vedere sulla palma della mano. La vecchietta l’osservò dalla finestra.

– Figliuolo mio, non è quello! quello porta incise intorno certe parole che so io…

Il Reuccio capì che non era caso di inganni, ritornò a palazzo, prese commiato dal Re e dalla Regina e si pose in cammino, alla ricerca del nocciolo salvatore. Si ricordava confusamente d’averlo visto rimbalzare nel rigagnolo della via. Seguì il rigagnolo fin dove questo metteva foce nel torrente. Ma innanzi a quelle spume turbinose si sentì prendere dallo sconforto. Una libellula passò, librandosi su di lui con bagliori di smeraldo.

– Che c’è, bambino bello?

Lo chiamavano già bambino! Come ringiovaniva in fretta!… Sansonetto sospirò:

– C’è che divento sempre più giovane!

– Poco male, ragazzo mio!

– Molto male! Fra qualche anno sarò un bambino lattante, poi nascerò, scomparirò del tutto. Mi può salvare soltanto il nocciolo della Fata Nasuta. L’hai visto passare?

– Io no. Ma ne sentii parlare dai miei vecchi: un nocciolo strano, che portava scritte intorno certe parole cabalistiche… Ha preso la via del mare.

Sansonetto si pose in cammino, seguì il torrente fino al fiume, il fiume fino al mare. Dinanzi a quell’azzurro infinito la speranza gli cadde dal cuore e si abbandonò sulla spiaggia. Piangeva e guardava le onde accartocciarsi ribollendo; e le lacrime gli cadevano nell’acqua, ad una ad una.

– Che c’è, bambino bello?

Era un’asteria, una stella di mare che strisciava lentissima sulla sabbia d’oro.

– C’è che divento sempre più giovane.

– Poco male, figliuolo mio!

– Molto male. Nascerò, scomparirò del tutto se non trovo il nocciolo della Fata Nasuta.

– Un nocciolo strano, inciso di parole che non ricordo… L’ho visto qualche anno fa. L’ha inghiottito un fenicottero mio amico. Se attendi, te lo mando qui…

Il Reuccio attese tre giorni. Apparve il fenicottero bianco e roseo, sulle due gambe lunghissime.

– Sì, ho inghiottito il nocciolo; ma poi emigrai nel mezzogiorno e lo rimisi nei giardini del gigante Marsilio, fra i monti della Soria… il gigante è feroce ed invincibile; lo potrà vincere soltanto chi gli strapperà un capello verde fra i folti capelli rossi. Il Reuccio s’imbarcò su una galea di mercanti e giunse dopo sette settimane in Soria. Ma quando chiedeva del gigante Marsilio, la gente lo guardava stupita e impallidiva.

– Il gigante non lascia passare nessuno nei suoi dominî. Ogni giorno fa strage di cavalieri temerari che vogliono affrontarlo.

– Lo affronterò anch’io e vincerò, se questa è la mia sorte.

E il Reuccio Sansonetto proseguiva la via. Giunse al regno del gigante Marsilio. A picco nella valle dominava il Castello dalle Cento Torri; si stendevano sotto i giardini immense circondati da alte mura, e attorno biancheggiavano le ossa dei temerari che avevano sfidato il mostro.

Sansonetto suonò il corno di sfida, invitando il gigante a battaglia. Una delle porte immense si aprì e apparve il gigante seminudo e senz’arme. Come vide il Reuccio sorrise di scherno.

Questi si scagliava a ritroso volteggiando la sua spada affilata; tagliava ora un braccio, ora una mano, ora il naso, ora il mento del gigante, ma il gigante si chinava tranquillo, raccattava il pezzo amputato rimettendolo a segno. Sansonetto mirava alla testa, spiccando salti sul suo cavallo focoso. Già due volte glie l’aveva fatta cadere, ma il mostro si chinava, la raccoglieva, la riappiccicava all’istante sulle spallacce robuste. Una terza volta il Reuccio glie la troncò; e appena in terra fu pronto a spingerla con le due mani sull’orlo d’un declivio, rotolandola a valle. Poi si mise a cercare in fretta il capello verde nella folta chioma rossa. Sentiva alle spalle il mostro decapitato che correva, brancolando qua e là; lo sentiva avvicinarsi, e cercava e non trovava il capello micidiale. Allora trasse la spada, rasò in pochi colpi la testaccia dalla fronte alla nuca; e il capello verde fu reciso con tutta la chioma. La testa impallidì, gli occhi dettero un guizzo spaventoso e il gigante che brancolava all’intorno, cadde con un tonfo sordo. Era morto.

IV

Il Reuccio Sansonetto ebbe libero il passo nel regno di Marsilio. Cercò nei giardini; trovò il luogo indicato dal fenicottero. Ma in cinque anni il nocciolo era diventato un ciliegio altissimo, tutto carico di frutti rossi e lucenti come rubini. Sansonetto ne mangiò uno, poi un altro, e un altro ancora; e osservò i noccioli, e ogni nocciolo portava inciso attorno: “grano dell’irriverenza”…

Ad un tratto il Reuccio ebbe come una specie di vertigine e socchiuse gli occhi. Quando li riaprì si trovò dinanzi alla casetta della Fata Nasuta e la vecchietta gli sorrideva.

Si guardò, si palpò, era ritornato come alla vigilia delle nozze, con la sua alta statura diciottenne e i piccoli nascenti baffettini biondi. Provò a dare qualche passo: era risanato dalla buffa andatura gamberina.

– Il tuo errore è espiato – disse la vecchietta – conserva i noccioli del ciliegio salvatore, e seminali nei tuoi giardini.

– Grazie, vecchietta mia!

Il Reuccio baciò la buona fata, ma sentiva l’anello donatogli da Biancabella di Pameria stringergli il dito.

– Ah! fata mia, la fedeltà della mia sposa corre pericolo.

– Forse. ma fa’ cuore, mettiti in armi e corri alla Corte. Dal canto mio t’aiuterò.

Sansonetto s’armò di tutto punto e partì di gran galoppo. Sentiva l’anello stringergli, stringergli il dito sempre più…

– Si sarà stancata di questa lunga attesa! Purché arrivi in tempo ancora!

Giunse in Pameria e vide la capitale imbandierata e festante. Chiese perché.

– Da una settimana è aperto un torneo a Palazzo Reale. Il Re ha imposto alla figlia la scelta d’uno sposo. E cento cavalieri si contendono la mano di Biancabella. Ma v’è un cavaliere sconosciuto che li abbatte tutti; e si prevede che pel tramonto di quest’oggi avrà sbaragliato i rivali. Sansonetto accorse alla giostra, scese tra gli spettatori. Il cavaliere misterioso, tutto rivestito di una corazza d’acciaio chermisi, stava sbalzando di sella l’ultimo avversario e già il popolo lo proclamava di diritto sposo di Biancabella. Ma Sansonetto calò la visiera e, fra lo stupore generale, scese in lizza. Ed ecco che al primo colpo di Sansonetto l’invincibile campione chermisi dà suono metallico e cupo e cade disteso. Fu scosso, rialzato, aperto. Era vuoto. Il cavaliere chermisi era una semplice corazza che la buona Fata Nasuta aveva animata d’uno spirito benigno e inviata alla giostra per sopprimere gli altri combattenti e dar modo al Reuccio di giungere in tempo. Il Reuccio Sansonetto alzò la visiera, e s’inchinò sugli arcioni, dinanzi alla loggia della sposa. Biancabella quasi venne meno dalla gioia improvvisa; e il Re abbracciò come figliuolo il giovinetto risanato. Furono celebrate nozze splendidissime. E i noccioli favolosi, seminati nei giardini reali, crebbero con gli anni e formarono un boschetto detto dell'”irriverenza”.

da Guido Gozzano, La danza degli gnomi e altre fiabe

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5 pensieri su “Guido Gozzano: Il reuccio gamberino

  1. Certo è che Gozzano narratore non ha nulla da invidiare a Calvino! mi chiedo se il “cavaliere misterioso” sia una figura dell’immaginario collettivo, popolare o se Calvino, nel “Cavaliere inesistente” non si sia ispirato a Gozzano?! Questa fiaba, il “Reuccio gamberino” invita a riflettere: non è minimale è…saggia!

    Rosaria Di Donato

    1. Ciao Rosaria, sembra infatti di leggere Calvino… di certo hanno non poche cose in comune: una consapevolezza metaletteraria,la commistione di stili e tanti “richiami” a testi altrui ;-) sono pienamente d’accordo con te per quanto riguarda il valore di Gozzano come narratore. Vorrei aggiungere inoltre che ho proposto questi due post su Gozzano per sondare un po’ l’interesse su questo autore che mi piacerebbe approfondissimo insieme.
      Grazie e a presto
      Abele

  2. Bellissima questa fiaba di Gozzano. Confesso che è un autore a me quasi sconosciuto. Adesso la mia curiosità sulla sua opera è ancora più grande. Già il fatto che sia “affine” a Calvino mi sembra una gran cosa.

    Aspetto nuovi post! :-)

    Fernando

  3. in effetti, riconducendola al periodo storico in cui è stata scritta, questa favola possiede elementi ante litteram propri sia del racconto dell’assurdo (queneau/calvino) che del racconto fantascientifico alla bradbury. il che corrobora la mia convinzione che, come per le operette morali di leopardi, esista una tara critico-letteraria tipicamente italiana che esalta e privilegia la poesia a scapito della prosa. grrrr…..

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