Abele Longo: Tanatoprassi

 

Mia cognata lavora in polizia.
Di turno la vigilia di Natale,
ha tirato fuori da una vasca,
i liquidi biologici sparsi nell’acqua,
una donna dell’età di sua madre.

Seguendo la prassi, ha contattato la figlia,
che come lei ha due bambine.
Contravvenendo alla prassi,
ha poi lavato la vasca.

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24 pensieri su “Abele Longo: Tanatoprassi

  1. La prassi sembra l’esistere, Contravvenendo, assomiglia al vivere. La centralità dell’uomo, quando Uomo, sopra tutto.
    Forte si, anche molto bella.

  2. polizia—>pulizia
    i liquidi,subito precisati da quel: bio-logici
    turno—-> torno
    l’appartenenza:la stessa età:della madre, il fatto di vere due figlie
    prassi: la prassi è essere e riconoscere la propria umanità comune, l’unica VIGILE VIGIL(I)A.

    Un testo architettato nella esplosiva semplicità della parola GUIDA. ferni

  3. sei riuscito a far di cronaca Poesia!
    rileggo ammutolita
    occorrono una grammatica e una sintassi che non sono soltanto della lingua, ma di zone altre-oltre…
    quel gesto ultimo di spugna a togliere il dolore, non tanto le tracce, straordinario!

    cristina

  4. L’eleganza dei colori dell’immagine -grigio-bianco-giallo- stride con l’intensa drammaticità del testo sintetizzata dai versi come in un flash. La vita e la morte unite, contaminate da un umano sentire che trascende i fatti.

    Rosaria Di Donato

  5. caro abele, direi che il commento di fernirosso ti ha tanato(prassi) in pieno.
    : )
    sottolineo, a latere, che la tua poesia mette a nudo una realtà molto istruttiva: perché si riesca a scardinare la (tanato)prassi della routine, deve scattare la molla empatica dell’immedesimazione. ergo, nel momento in cui – volente o nolente – la poliziotta si riconosce nella figlia della donna deceduta (“dell’età di sua madre”, “come lei ha due bambine”), il *cadavere* diventa *umano* e come tale non è più un semplice corpoggetto inanimato sulla scena di un crimine, così sente il bisogno di ricomporlo, di prendersi cura della salma (la tanatoprassi).
    mmmm… l’ambivalenza delle parole suggerisce anche un’ulteriore interpretazione, celata tra le righe, decisamente più scomoda. la poliziotta immagina sua madre al posto del cadavere nella vasca e, morsa da un qualche senso di colpa, sente il bisogno di lavare via le prove, quasi fosse essa stessa complice di una sofferenza o di un delitto.
    in ogni caso e in ogni verso, poesia che lascia il segno…

  6. non è facile, trasformare i liquidi bio-logici dentro cui si muore in materia di poesia. i riferimenti spazio temporali (la vigilia di natale dentro un turno di lavoro, che fa pensare all’ essere vigili per riuscire a cogliere la poesia dove essa accade, ma anche al tempo dell’attesa, che trascorre in misura diversa per quelli non impegnati ad occuparsi di umanità dolente o defunta, per quelli riuniti a cena, genericamente sintonizzati con il polso festaiolo del mondo) quegli accenni ad elementi specchio (la stessa età della madre, il numero dei figli) su cui riflettere e riflettersi, la necessità di stabilire un contatto che è probabilmente la matrice stessa della scrittura e forse anche il suo fine ultimo, fanno di poesie come questa dei piccoli gioielli. e anche il titolo, sì.

  7. l’acqua riporta al grembo materno ed è Madre. Nella Madre ogni madre e filo, cordone ombelicale.
    L’acqua ri- specchia. Molto intensa, reale e di mio “Gusto” la tua poesia. Le immagini dicono più di mille parole.

    Buon Anno, Abele

    anche da parte mia

    ezia

  8. Seguendo Malos, nel cui commento mi ritrovo in pieno (soprattutto nella prima parte, ma sono oltremodo intrigata dalla seconda ipotesi che esprime), e dunque anche Ferni, mi pare che qui si parli di prassi in caso di morte, che dunque è, anche se non teoria, cmq una sovrastruttura, perché “la pratica” della morte è semplicemente avvenire, e allora contravvenire alla prassi non significa certo (né potrebbe) cancellare la morte, ma anzi guardarla umana e con pietas, arrivando semmai a cancellarne la brutalità del caso, ciò che resta (i miseri resti che furono dei corpi, dopo la morte, i morti) nella vasca.
    La avverto cruda, nuda, eppure estremamente – umanamente- indifesa.

    Tanta buona poesia allora Abele per il Nuovo Anno, buona poesia a tutti, e cari Auguri di ogni bene (mi sembro ecumenica stamattina :))

  9. testo poetico tra genialità e raffinatezza linguistica, stimola al “fare”, forse tra le vere prerogative delle opere dello ingegno umano, il “fare da”…
    tuo amico
    r.m.

  10. Molto bella Abele, nella sua essenzialità da cronista. Come detto già da altri prima di me, mi piace l’aver voluto sottolineare con la tua poesia il “rispetto” che si deve alle persone morte e ai loro cari nei casi di morti sospette. Il rispetto del dolore delle persone coinvolte oltre che delle vittime che molto spesso viene dimenticato negli articoli di giornale e nell’indagare sulle cause dei fatti. L’ulteriore violenza del rendere l’uomo, con tutte le sue molteplici caratteristiche e manifestazioni, semplice “materia” a libero uso e consumo del pubblico e degli addetti ai lavori, che si riversa come un fiume in piena sulle vittime, annullate e annichilite dal male altrui.

    Ciao :-)

    Fernando

  11. Gelida come vuole essere, fragile come diventa, nella sua umana volontà di rimozione. Un ciclo. Un ciclo -anche- gelido, da non dimenticare, soprattutto “di festa”. Ottima la scelta dell’imagine, una dalia (?) fredda, dal colore “elettrico”, capace di ferire. Bella poesia Abele, e disperata.

    Doris

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