PAPA CAJAZZU – Novella inedita di Francesco Greco

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Com’è e come non è, dagli oggi e dagli domani, alla fine Papa Cajàzzu rimase prenu (gravido). Per la vergogna si chiuse nella canonica spargendo voce che doveva studiare i “sacri testi” perché doveva andare a fare gli esercizi spirituali a San Giovanni in Laterano, e quindi non voleva essere disturbato. Solo la perpetua, una formosa 25enne dal seno grande, i fianchi accoglienti e lo sguardo malizioso, nel mezzogiorno alto gli portava una scodella fumante di minestra:

“Posa, posa là…”, faceva il sacerdote con un fare insolitamente brusco che sorprese, e non poco, la furèsa (contadina): di solito si ritrovava addosso le mani appiccicose come quelle di un polpo dello scoglio di Torre Vado del prete malandrino dove un uomo dabbene non dovrebbe metterle.

   Il sagrestano sciancato, mai pe cabbu (derisione), sempre ubriaco anzichenò, lo cercava per l’estrema unzione a mèsciu (maestro) Pati Caroppacrape, che aveva avuto corpu (collasso), e non lo trovava.

Gli ziti (nubendi) appena fuciùti (scappati) avevano bussato al pesante portone della canonica per decidere la data delle nozze.

Il bambino di massàru (massaro) Peppi doveva essere battezzato, perché scadevano gli otto giorni e farlo più tardi era peccato mortale.

Le bizzòche (bigotte) della prima messa, sempre con le mani nell’acqua santa, le ginocchie piegate e la lingua velenosa grande quasi quanto quella delle vacche, premevano ansiose di sgravarsi l’anima da peccati che qui non possiamo nominare per non turbare l’innocenza dei bambini.

   Ma del sacerdote manco l’ombra.

Ormai era vicina la festa di Sant’Antonio, il protettore del borgo, e bisognava accordarsi con l’organista per la tredicina e la messa cantata: fiori freschi e luci a tutti gli altari? E chi pagava, la Baronessa, come sempre?, trovare un buon predicatore, ripetere alle Confraternite di stirare bene le cotte (divise) almeno una volta l’anno, stabilire l’itinerario della processione, le vie da fare, comunicarlo alle guardie e al maresciallo, e altre urgenti incombenze di una parrocchia. 

   Il prete di Lucugnànu, noto in tutto il feudo, da Lèviche a Lupiae, per le bizzarrie e il carattere burlone e impertinente, nonché la passione per le serve bene in carne, che usava confessare a casa loro, quando i mariti erano alla zappa, s’era dissolto nel nulla, non si trovava né con Dio né con i Santi.

   Ormai non diceva più manco la messa vespertina. Se ne stava tutto il tempo rintanato al fresco della sagrestia, al grande tavolo di noce, a sfogliare distrattamente il breviario consunto e a rimuginare sulla sua cattiva sorte:

“Povero me – sospirava da mane a sera – che vergogna, che scorno, che disonore… Come farò mò che la cosa giungerà alle orecchie del Vescovo? Sicuramente è già stato edotto, le ruffiane in questo paese non mancano… Manca il pane e il vino e il soldo d’argento ma di quelle ce ne sono in abbondanza, grazziaddio… Sono rovinato!”, piagnucolava.  

   I giorni passavano come storni e colombi nel cielo e ormai era quasi di 9 mesi. Fu in un marìsciu (controra) particolarmente rovente che il sacerdote, girandosi e rigirandosi insonne in un letto di cacchiàme (paglia d’orzo) e vurdìcule (ortiche), prese la fatale decisione: andarsene nanti nanti (ramingo).

S’intabarrò ben bene che a momenti soffocava, si calò il bel cappello di feltro e uscì sospettoso come un ladro, guardandosi intorno: nella via non c’era anima viva, a quell’ora tutti i cristiani stavano facendo marìsciu (dormivano). Un refolo improvviso di scirocco gli soffiò in faccia una manciata di tufo caldo. La brecciolina scricchiolava sotto i passi furtivi. Le cicale infrattate tra i fichi maturi parevano impazzite, il sole cazzàva (tostava) anche le pietre, ardeva cielo e terra.

   Vagò come anima in pena per i rigogliosi vigneti dei Fani, grazziaddio annunciavano una buona vendemmia, attraversò gli uliveti arsi dalla sete alla Masseria Fortuna, si rinfrescò nel bosco dei Boceti, meditò sulla cattiva sorte sotto i rami rassicuranti della Quercia Vallonea, sostò alla putèa (cantina) di mèsciu Dunatu a Misciànu dove si rifocillò con pezzetti di cavallo e vino di malvasia nera. Poi, recuperate le energie, s’arrampicò su per i ripidi sentieri delle Murge e sulla Serra dei Peccatori.

Ormai lo scandalo era scoppiato: un prete gravido, che vergogna! Non s’era mai sentita una bestemmia simile dai tempi di Adamo e Eva, un peccato mortale che manco il Padreterno, pur nella sua infinita bontà, avrebbe mai perdonato e il giorno del Giudizio Universale gliel’avrebbe sbattuto in faccia.

   Sgranando il Rosario e giunto alla posta dei misteri dolorosi, il miserabile continuò ad aggirarsi come un fantasma fra la tenace gramigna di Terragreci e poi svegliò tutte le sacàre (bisce d’acqua) nascoste al fresco delle tane di Acquasciùdei; s’inoltrò fra le folte macchie e le còrnele (carrubi) dei Resci svegliando tutti i ragni e si punse all’asparago fiorito delle Rose mentre sul suo cielo d’acciaio volteggiavano cupe come la sventura le gazze d’un nero sfavillante e perfino un lezioso falcone disegnava dolci ghirigori. Si tagliò i piedi sulle aspre scogliere di Munte Lagnune e si fermò a rinfrescarseli nelle bagnalòre (vasche scavate nella scogliera) vicino alla Rena Ranne. Ma non trovò requie alla sua infinita tragedia, le ferite dell’anima anzi sanguinavano ancor di più, il dramma gli appariva a tinte fosche, come in effetti era.

Si trascinò fino alla Madonna de Lèviche implorandone il perdono e chiedendolo pure al Bambino, ma gli parve che sia la Madre che il Figlio lo guardassero con l’aria particolarmente severa e accigliata di chi dice no, non se ne fa niente, arrangiati, dovevi pensarci prima, peccatore di prima categoria. Non c’era indulgenza per i viziosi come lui né per un peccato così tremendo, che nel confessionale mai aveva sentito in vita sua. E si che non era scugnàtu (svezzato) ieri e ne aveva uditi, da far arrossire i Santi nelle nicchie e i tarli nell’inginocchiatoio.

   E, sfatto dal sudore, la fatica, la vergogna, la fame, la sete, Papa Cajàzzu non vide altro che una conclusione per la sua immensa tragedia greca. Uscì dal sacro luogo, si mise una grossa pietra sulle spalle, la più grossa che trovò sotto la croce di San Pietro, e col passo incerto dei peccatori renitenti tirò verso scirocco. Quando giunse alla Masseria dei Turchi, all’ombra dell’Erma Antica, quasi sommersa dalle pietre grandi e piccole dei penitenti di tutto il mondo, si sbarazzò della sua. Ma non trovò ancora pace.

   Il sole era implacabile, feroce, nascosto nel cippùne (vitigno) il cicalone stordiva i cristiani. L’occhio allora gli cadde su un enorme scarasciàle (grosso cespuglio di rovi) al lato della strada che menava al Convento dei monaci di Cajànu. E per trovare la pace lungamente cercata, e il sonno che lo sdegnava a marìsciu e a notte, il prete biricchino decise di abortire e vi s’avventò con foga. Caso volle che, per scampare ai dardi bollenti del sole più caldo che mente umana rammentasse da Cesare e Cleopatra a Re Franceschiello e la Regina Sofia, un grazioso leprotto vi s’era rifugiato sonnecchiando in attesa del fresco della sera per sortire in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Svegliata di soprassalto, la bestiola uscì spaventata col cuore in gola, si guardò intorno e poi scappò agilmente fra gli insidiosi paràzzi (peri selvatici), verso la masseria Palamita, dal bel colore rosa antico lì a due passi.

   Al che Papa Cajàzzu, con prontezza di spirito e recuperando la mordacità per cui andava giustamente famoso nelle screpolate contrade di Terra d’Otranto, da Manduria a Vereto, fino alle Calabrie e alla Terra di Lavoro, abitate macàre (streghe) e municèddhi (folletti), staiùni (gechi) e brigantesse, nonché morti di fame la cui unica terra posseduta al catasto era quella delle unghie incarnite e cani pulciosi addormentati all’ombra rassicurante delle masserie, consegnò agli eruditi, affinchè la smarcassero sui loro polverosi, tarmati brogliacci la celebre battuta giunti sino a noi:

“Scappa, scappa pure dove vuoi, – esclamò in direzione della masseria – scappa pure quanto vuoi, tanto sempre figlio di Papa Cajàzzu diranno che sei…”.         

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2 pensieri su “PAPA CAJAZZU – Novella inedita di Francesco Greco

  1. Francesco Greco, scrittore salentino e instancabile ricercatore di storie, riscrive il mito di Papa Caiazzu (Galeazzo), personaggio di cui rimane in dubbio la storicità e famoso nel Salento già a partire dal 1700 per i suoi “culacchi”.
    Grazie Francesco.
    Abele

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