Marilena Cataldini: Televisione, clandestini e questioni semantiche

 

Tania Blanco

TELEVISIONE, CLANDESTINI E QUESTIONI SEMANTICHE

Nel  televisore tutto avviene al mio cospetto. Come un re nella mia poltrona preferita, davanti a  questo elettrodomestico che tutto può, io assisto al compimento degli avvenimenti. Che siano veri o falsi, non ha importanza. Ciò che importa è che essi avvengano. Che accada qualcosa insomma, che possa strapparmi una reazione, un sussulto, una emozione, un brivido.     Un pensiero.    Certo è  che il quotidiano abbacinamento di programmi, filmati, inchieste e tutto il resto, realizzati per non farmi ingrassare, spendere bene i miei soldi, farmi diventare più giovane e chi sa che cosa, non si può dire che mi permetta di  ragionare con la mia testa.     Così  proprio sulla poltrona davanti alla  macchina parlante, antesignana di ogni non-luogo e di quella virtualità oggi così concreta, prende le mosse la mia clandestinità. Staccata dal mio pensiero sono lontana a me stessa , separata dal mio originario destino che diviene nascosto, segreto ( clandestino dal latino , clam: di nascosto e destino: stabilire , ma anche, fissare e scegliere).

Però è accaduto il miracolo. Al cospetto dell’indomito elettrodomestico un pensiero in più si è mosso quando un molto onorevole qualcuno ha cominciato a fare dei sottili distinguo proprio sulla parola “clandestino”.  Quindi la questione è semantica.  È possibile su questa parola fare dell’esegesi. Sorvolare sul carico di vite umane che essa si porta dentro e  mettere da parte le immagini che la TV mi rimanda.  Queste zattere stracolme di una grigia umanità che si sbraccia  verso la terraferma , sarebbero un fatto di linguaggio, ma non banale, bensì di alto segno.  Come si sa la lingua è cultura e la cultura ha a volte un modo tutto suo per far diventare certi argomenti se non proprio una questione di vita o di morte, una questione di sopravvivenza.  Va bene, mi sono detta, sto al gioco. Chissà che indagando fra le alternative lessicali non trovi un significato , un bandolo,  una luce che faccia vibrare diversamente anche l’esistente.

Bisogna partire dal dato certo. Non c’è denominazione che tenga se non si parte dalla descrizione di qualcosa e qui il dato certo sono gli sguardi di chi approda, persone portate in barella e gente scalza avvolta in coperte termiche che sembrano carta stagnola. Ma c’è anche l’euforia di essere finalmente arrivati, come di chi ha conquistato la terra promessa. Poi c’è il rimpianto per i morti spiaggiati dopo i naufragi. Tutto ha un numero. Si tratta di numeri alti, cifre che sorprendono e che impongono rispetto e, da parte di alcuni, il richiamo alle regole, quelle dell’accoglienza, della convivenza, dei confini e della salute pubblica e della sovranità territoriale e altre e altre. Con il rispetto delle regole non si finisce mai e di solito, il dato numerico  ne giustifica l’ampliamento, la puntuale determinazione. Quando i clandestini diventano una massa informe, una moltitudine anonima e spersonalizzante è più difficile fare emergere la cifra umana,  che preme e deve lottare sempre per far riconoscere ogni personale soggettività.

Ok, il dato certo di partenza è la frattura con il territorio. Quello da cui il clandestino parte, il territorio attraversato durante il viaggio e quello in cui giunge. Una frattura intollerante , a volte insanabile e che può avere origine da motivi diversi. Una frattura che può avere varie denominazioni, quei sottili distinguo in base ai quali si individua  da una parte  il clandestino, che è diverso dal profugo, che a sua volta è diverso dall’esule,  che è diverso dall’emigrante e che tutti sono diversi dal naufrago. Definizioni che parlano di una frattura che si è già consumata fra le persone e i luoghi.

Il problema è uno solo, ma una diversa denominazione comporta un differente approccio culturale e così si alimenta il simbolico.  Se bisogna stare al linguaggio corrente , clandestino sarebbe colui che volontariamente si allontana dalla sua terra di origine  perché vorrebbe entrare a far parte di altri luoghi. I motivi di questa scelta appartengono all’esistere, le ragioni sono le più disparate. Clandestino è colui che forza i limiti del suo personale confine territoriale. La definizione che lo riguarda ha una connotazione negativa.  Così viene vissuto dal territorio che lo ospita e in cui deve nascondersi: come valore negativo che deve essere risolto. Il clandestino dimostra che si può fare un buco nella rete ed entrare al di qua della recinto.  Infatti, nella categoria della clandestinità più che il luogo da cui si fugge, è importante il luogo in cui si entra.

Nell’essere profughi, invece , non si può prescindere dal proprio territorio di origine, che rimane  per eccellenza il più importante anche se lo si è abbandonato volontariamente. Assume valore nel profugo il peso politico della sua condizione che dà un senso alla sua presenza nello stato che lo ospita.  Un po’ come l’esule  che è tale suo malgrado, che mai avrebbe voluto fuggire dalla propria terra e però ne è stato costretto, oltre la sua volontà. Stretta è la vicinanza fra la condizione del profugo e quella dell’esule. Qui la frattura con la propria terra è in qualche modo invertita: è il paese d’origine che non vuole i propri figli,che li perseguita, che li caccia via. 

A voler continuare in questa speculazione lessicale e sempre che essa  porti da qualche parte, non si può non tener conto del naufrago, definizione letteraria per eccellenza. Nel naufragio c’è tutto il peso del destino che si può abbattere sull’uomo. Esso avviene contro ogni volontà della persona. La tragicità della condizione umana è quindi totale, assoluta. Il naufragio arriva, quasi come una sorte implacabile di natura divina. Il naufrago sa da dove viene ma non sa dove è diretto, non sa dove lo porterà la sorte. Qualcosa di più grande dell’uomo si è scatenato e il naufrago rimane in balia degli eventi spesso di carattere naturale, che nessuno può gestire e che assumono il senso  della trascendenza. Si consuma nel naufragio una tragedia archetipica e di alto valore simbolico sono le sue vittime. Prendi Ulisse,   prendi Robinson Crusoe, per esempio.

Il popolo dei migranti è alla ricerca di una migliore condizione di vita. Al di là di ogni indagine semantica, intrigante per quanto si voglia, non si può dimenticare che il territorio è il luogo dell’assoluta concretezza  e il rapporto con il paese è sempre una questione politica oltre che personale e quanto più inadeguate saranno le sue risposte, tanto più si allargherà la frattura con i luoghi, con il rischio che la clandestinità diventerà una categoria ontologica, cosa già molto probabile nell’era del paese globale.

Bene, questo è quanto…. Ma no. Dimenticavo. Oltre alle definizioni che ho indicato sopra, ce ne sono altre, per lo più  riferite a forme di aggregazione sociale, anziché a condizioni della singola persona: i nomadi, da una parte e gli zingari. Un altro tipo di rapporto con il territorio, il loro,  come diverse possono essere le “soluzioni” che gli pretende la politica.  Insomma, le questioni semantiche non finiscono mai.

Marilena Cataldini

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6 pensieri su “Marilena Cataldini: Televisione, clandestini e questioni semantiche

  1. Grazie a Marilena per queste riflessioni sulla clandestinità che guardano anche al nostro essere in relazione all’Altro, all’appropriazione/negazione dello spazio (“la frattura con il territorio”); partendo dalle parole stesse, sempre più “violentato” dai media asserviti. L’articolo è apparso per la prima volta sulla rivista ‘A Levante’ (numero 12, maggio 2011), in un numero completamente dedicato alla clandestinità. La rivista ha sede a Galatone (Lecce) e ha pubblicato questo numero nel periodo in cui il fenomeno dello sfruttamento degli immigrati come braccianti nel Salento è esploso in tutta la sua drammaticità.
    Abele

  2. “Così proprio sulla poltrona davanti alla macchina parlante, antesignana di ogni non-luogo e di quella virtualità oggi così concreta, prende le mosse la mia clandestinità. Staccata dal mio pensiero sono lontana a me stessa, separata dal mio originario destino che diviene nascosto, segreto”

    In questa premessa sta il mio stare comodo nel vedere fatti che accadono di gente che è definita clandestina, esule, profuga e che nella definizione stessa riceve aperture o negazioni in un territorio che per caso ha fatto a noi da casa. E’ una questione semantica, questa, funzionale alla nostra disponibilità/indisponibilità e non semantica pura e semplice, tout court. Così, d’altra parte, come questo commento che non sa, ma dice di sapere.
    Mi viene in mente il film “Terraferma” di Emanuele Crialese.
    Bell’occasione, Marilena, di scomodarsi.

    1. Scomodiamoci Vincenzo, scomo/diamoci tanto !!
      Il bello è che quando ho messo giù queste riflessioni, il film di Crialese non lo avevo ancora visto.
      Un abbraccio, mio sottile poeta.

  3. Leggo solo ora il commento di vincenzo e vedo che anche lui ha citato Crialese, il suo ultimo film. Evidentemente questo lavoro è un importante documentario di quanto avviene oggi da costa a costa. dalla costa africana a quella italiana. Un esodo di dimensioni bibliche, ma senza profeti alla guida piuttosto vissuto da persone “allo sbando”: disposte a tutto, anche a rischiare la vita, per una terra “non promessa”, ma ambita, cercata, desiderata. Le terre d’approdo si fanno crocevia di tensioni, di scontri, di incontri, di condivisione. L’escursus semantico di Marilena Cataldini sul termine “clandestino” pone in rilievo la drammaticità di questa condizione senza appigli e senza punti fermi, né mezzi sicuri: solo incertezze e SPERANZA. Siamo tutti migranti, siamo tutti clandestini finchè gli altri, comprese le istituzioni, non si accorgono che esistiamo e non ci vengono incontro.

    Grazie!

    Rosaria Di Donato

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