Malos Mannaja, Stefano Giorgio Ricci: Mondi Impossibili? (1)

 

Jacek Yerka
Mondi Impossibili? (1)

In cielo, il sole non s’era ancora messo le pantofole, per ciabattare oltre l’orizzonte, e il mondo continuava ad inumare l’ossimoro del suo profilo sporco sotto un impermeabile di buio.
La notte puzzava d’alcool, puttana ritrovata in fin di vita lungo il ciglio d’un canale una manciata d’ore prima, appena trasferita in Terapia Intensiva. China sulla barella vuota, Nilde l’accarezzava coi suoi guanti in lattice, spargendo fiotti d’amuchina sopra i rivoli di oscurità rimasti aggrappati all’essere. Un firmamento di vomito nero colava lungo le gambe d’acciaio della lettiga, brillando di stelle alla luce dei neon: l’esplosione d’una pagina di vita schizza d’inchiostro la natura, a volte.

Seppure intenta a esaminare la pulizia riscossa, Nilde non s’era dimenticata d’essere una donna incantevole. Difatti, anche quella notte, occhi indagatori avevano suonato la carica incuneandosi nel canyon della scollatura sotto il camice aderente, incuranti d’una possibile imboscata pur di esplorarne le forme acqua e sapone. E, come a Little Big Porn, era stata strage di cuori.
La sua avvenenza ne aveva agevolato l’assunzione fra il personale paramedico del nosocomio locale.

– Senti, puoi scegliere… commessa alla COOP oppure infermiera al Santi Apostoli – le aveva detto, con un cenno di baldanza, un giovane politico fresco di erezione nella giunta comunale.
– Commessa COOP! Sarebbe bello: sarei facilitata nelle raccolte punti… Ma anche alle Poste non sarebbe male – aveva replicato Nilde, alzando la posta, assieme alla camicetta a fiori, fino a scoprire i seni. Le piaceva essere padrona della situazione, ovvero sfruttare appieno il potere di persuasione delle sue parole, cercando di incanalare il destino verso la direzione preferita.
– Mmmm… no. Sarà infermiera. Viste le recenti lamentele sul funzionamento del pronto soccorso, chi meglio di lei potrà rialzare le quotazioni dell’astanteria?
Perentorio nel tono di voce, ma molto turbato nell’espressione del viso e nell’atteggiamento del corpo, il politico si mostrò rigido sulle sue posizioni.
– Va bene, allora… sarò una splendida infermierina – chiosò Nilde, sottolineando le parole con lo scorrere delle mani lungo il corpo. Offerta e supplizio.

La routine di quel lavoro, frutto della sua scelta, aveva consentito un ultimo anno d’assestamento anche della sua vita privata. Il piccolo riccio, giunto nel suo giardino per vie misteriose, assolveva al suo bisogno d’affetto, mentre, settimana dopo settimana, le speranze che la sua segnalazione a “Chi l’ha visto?” sortisse un ritrovamento del Principe Azzurro si assottigliavano. Lo portava anche in servizio, occultandolo attentamente nell’armadietto dello spogliatoio, e le era sufficiente il pensiero del suo pungente compagno perché un sorriso le illuminasse volto.

D’un tratto, come ogni spesso, la quiete fu interrotta da un’invasione di camici bianchi allarmati e frenetici. Dovette proiettarsi contro il muro per evitare di venire travolta dall’urlo straziante di un’altra barella. Barella che, in effetti, pareva contenere solamente un urlo ininterrotto, munchianamente spalancato su di un male immane. Tappandosi le orecchie, Nilde guardò meglio: una piccola forma amorfa, sotto lenzuola e coperte, variava la superficie della lettiga… viste le dimensioni, doveva trattarsi di un bambino. O forse una bambina: l’intensità di quell’acuto tanto sproporzionato non aveva sesso.
Medici e infermieri si raggomitolarono nei camici, rabbrividendo le ossa, continuando a danzare attorno al piccolo paziente. Nilde, atterrita, restò bloccata spalle al muro, cercando protezione nel pensiero del suo riccio. Come d’incanto, le venne in soccorso un mantra.

“Chiusa a riccio, chiusa a riccio, chiusa a riccio, chiusa a riccio…”

Attorno all’altare della lettiga, il rito tribale dei sacerdoti bianchi durò qualche decina di minuti. Poi una dottoressa sulla cinquantina, colta dallo sconforto per l’impossibilità di comprendere quale fosse il problema del bambino, smise la sua danza, cessando bruscamente anche la litania di Nilde.

– Nilde, checcazzo fai!! Portami il cloralio, presto!

*Bang!*
La ragazza, s’indirizzò sparata verso l’armadietto dei medicinali, ma al suo cospetto il breve slancio fu arrestato con le mani in alto, pigiate sulle orecchie: come poteva prendere la soluzione di cloralio idrato, senza che l’urlo tornasse a scheggiarle il cervello? Mmmm… problema apparentemente irrisolvibile, nonostante la soluzione fosse lì, a portata di mano.
L’ansia montata a neve prese a sbiancare il volto della donna così che, mentre vagliava le diverse ipotesi per poi lasciare ogni speranza, proruppe in un impianto di risalita. Subito, lo ski-lift del suo cervello rese palese il “runtime error” prefrontale e Nilde restò irretita neuronale, abbarbicata dentro i suoi pensieri.
– A’Bbarbie, datte ‘na mossa, eh? – la redarguì Marco, l’infermiere anziano, senza sortire alcun effetto. La ragazza continuava a battere le piste d’un lucido delirio: forse… forse poteva prendere il flacone con la bocca, oppure tra una spalla e il collo… occazzo scivola… magari, sì magari con i piedi! Poteva palleggiarlo come *Zlatan Ibrahimovic* poc’anzi, in uno scampolo intravisto di partita “Champions League” in calendario quella sera stessa. Curioso il modo in cui teste di ponte d’ozio sono assai spesso sbaragliate dalla frenesia del contingente: un esercito d’infermi è sempre pronto a bombardare gli attimi di pus o liquidi biologici, e in prima linea siamo noi infermieri, poco più di mille euro al mese, mentre di là, nel corridoio, protetti dai fortilizi degli spalti, i calciatori strapagati *giocano*, senza riuscire neanche a coprirci la ritirata, adulterando i sogni dei pazienti… Se fosse qui, Ibrahimovic, allora sì che capirebbe cos’è davvero un pressing asfissiante e… e magari, sì, potrebbe palleggiarmi ‘sto flacone fino alla barella! Eh. Eh, eh. Dalla lettiga vuota, s’accoda alla risata pure il ghigno cariato della puttana trasferita su in rianimazione. Eppoi, ufff, cosa avrà mai da urlare ‘sta creatura alla sua età, che ancora non ha visto che un coriandolo di questo carnevale dell’orrore? Donde verrà tale inquietudine strozzata in gola, costretta a fare appello a tutte le sue forze in pectore per strepitare “sgomenti volitivi” privi di giustificazione?
Meno male la chimica, che venendo in soccorso alle interpunzioni della vita, aiuta a disinfettare le tracce più virulente dei pensieri. A cicatrizzare le barelle, offrendo pronto ricetto alle ginocchia escoriate da sempre nuove stelle cadute…
Persa nel senso diroccato del ragionamento, Nilde scrollò le spalle senza parlare al conducente, lasciando che l’autistica chiusura delle lacrime, le transennasse la fermata prolungando il viaggio. Dopodiché s’immaginò commessa senza colpa, COOPtandosi al rimpianto.
Frattanto, l’urlo si perdeva lungo i corridoi, disturbando amplessi sportivi e sommandosi ad altri dolori…

– Mi raccomando, la profilassi…- sentì arrivare la voce alle sue spalle. Il medico di turno, quello che ci provava, si era fermato ad osservare il suo lavoro. Ferendo il suo amor proprio, l’insinuazione la riscosse.
– Ma… ma p-per chi mi ha preso?…Sono una ragazza seria, io…- disse indispettita, sempre restando immobile di fronte all’armadietto. Come si permetteva… chi gli aveva concesso tale confidenza??? Quello stronzo d’un politicante doveva aver strombazzato qualcosa dei loro incontri… ma da ora in poi…niet, chiuso, flauto traverso. Il patto era che restasse tutto tra di loro.
– VIVADDIO, IL CLORALIOOOOO, il cloralio…t’ho chiesto il CLO-RA-LIO, bella addormentata o principessa sul pisello, svegliaaAaAAAaa!!!!
Nell’urgenza del sedativo, era ben desta tutta l’emergenza della situazione e quella voce tagliente sapeva come coagularla attorno alla ferita: la rabbia dell’incomprensione, l’accusa d’inadeguatezza professionale nonché l’invidia per le sue belle forme s’incanalarono con marzialità sanguinolenta verso l’infermiera incantata.

“Chiusa a riccio, chiusa a riccio, chiusa a riccio, chiusa a riccio…”

Quel piccolo mondo frenetico che, nel forzato equilibrio dei ruoli, trovava una sua ragione – il soccorso ad un piccolo sofferente – era entrato in risonanza e l’urlo in arrivo si sommava al latrato lancinante del bambino. Un brivido bianco emerse dalle ossa di Nilde, fino ad incresparle in pelle d’oca il camice, battistrada di pneumatico deciso a sgusciarle il riccio in una vertigine di raccapriccio. La suola degli zoccoli ortopedici d’ordinanza palpò la superficie liscia del pavimento in gomma del pronto soccorso, sentendola virare in ruvido asfalto.

– Muovi più in là le chiappe, bella.

Lo spostamento d’aria dell’auto, sopraggiunta a forte velocità, spinse di lato Nilde e Marco subentrò alla collega, brandendo il flacone ingiallito per poi affannarsi alla barella. La dottoressa sulla cinquantina tirò un sospiro di sollievo e un pugno alle mosche, smettendo di percuotere casaccio.

– Sette ciccì, anzi, no, dieci. Via rettale.
– Già fatto il clisterino?
– Se aspettavamo te o la tua collega… siete gli infermieri più inutili dell’universo.

Marco, seppure un po’ incassandosi, incassò: l’unica cosa davvero importante era che l’urlo asfissiante cessasse, dando respiro all’aria pregna di merda.
Qualche minuto dopo, col sopraggiungere dell’anestesia, il grido iniziò a spegnersi, scendendo gradualmente d’intensità. La dottoressa continuò a palpare il suono in minuendo, rigirando il bimbo sopra e sotto, alla ricerca della manopola recante in calce l’etichetta del volume.

*

Smontata dal turno di notte, Nilde e il suo riccio filarono in silenzio verso casa. Il giorno aveva un retrogusto surreale: una zaffata di zafferano le ingiallì il sorriso, mentre il piccolo mammifero girava in tondo sul sedile accanto, senza riuscire a dire una parola. Peccato… dopo le grida acute della notte, l’avrebbe rassicurata il solito sommesso “chiacchiericcio”.
Il letto, girato sul lato invernale, le diede le spalle rimanendo freddo, senza abbracciarla.
Cercò invano di prendere sonno, distrutta dalla complessità di quel tourbillon. Il cigolare dei pensieri rendeva immane la fatica di smorzarne i *tomi*, riponendoli a scaffale secondo un preciso ordine logico. Come da bambina, in quelle situazioni, si rannicchiava sotto le coperte ritagliandosi un angolino di neutralità cerebrale, un luogo nel quale provava a riallacciare tutte le trame della vita, mentre la vita, a sua volta, continuava a tramare contro di lei. Lo stanzino mentale, da qualche mese somigliava al ripostiglio dell’astanteria, in cui era custodito ogni strumento di tortura. Così, fra un clistere ed un pappagallo, fumando platealmente una proibitissima sigaretta, dava ampio sfogo alle sue ricostruzioni.

Tirata, con grande gusto, una profonda boccata indirizzò alcuni anelli di fumo verso il soffitto di lenzuola, sorridendo maliziosa della posizione assunta, in quel gesto, dalle labbra. Un vero virtuosismo d’artista che mandava quell’odore a confondersi con lo sterile universo delle sue cosce morte, caratterizzandolo. Ed in effetti, così s’immaginava il proprio utero: poche volute bianche a video sull’ecografia, andate in fumo ancora prima che potesse muovere i primi passi incontro al mondo. Una malformazione congenita. Pensò a un non-figlio, rinnovando il suo travaglio interiore, al parto del non-essere, col risultato di smarrire il filo di sutura dei pensieri, mentre un’emorragia esondava oltre l’ovale seducente dalle labbra. La bocca si deformò in un grido muto, scheggiando la memoria con gli spigoli più acuti delle grida articolate dal bambino in ospedale.
Già: l’ospedale. Quante cose aveva imparato in un anno di permanenza in quella struttura, il periodo attivo più solido della sua breve esistenza di lavoratrice. Ciò che ormai era diventato punto di riferimento del suo operare era sicuramente ciò che un anziano cerusico, il Dottor Professor Ippocrate, sosteneva e insegnava: “Il medico, per sconfiggere il male ha tre armi: la parola, la medicina e la lama.” La parola aveva il primo posto, a detta del professore, ed infatti, quando parlavano i dottori, era tutta una sfilata di paroloni astrusi: un eterno carnevale di carne, a volte sfatta, a volte florida… Adesso le veniva in mente ciò che era uscito dalle labbra d’un camice bianco, affannato attorno a quell’urlo: “cachessia”.
– Che cacchio sia, non lo so proprio… ma in ogni caso, sia quel che cachessia, e amen – proruppe a voce alta, devastando una boccata di fumo. Nella sua lotta contro il male, decise, non era un caso che la lama della natura le avesse squarciato il perineo con un lussuoso taglio di mucosa, tanto pomposamente sensibile. Calzò due dita nel guanto di tessuti molli, riuscendo a mescolare il brivido di raccapriccio con quello di piacere, conciliazione istintiva della concitazione del ricordo.
– Sono una puttana di *grido* – mugolò piano – e questa è la mia medicina.
Provò a sorridere: una qualche serenità si stava impadronendo della ragazza. Raccolta in posizione fetale, sdraiata su un fianco, s’immaginò su una scomoda sedia metallica dell’astanteria, le gambe allungate avanti a sé, due ciocche di capelli oscenamente divaricate a segnarle il volto. Sentendo il riccio solleticarle la schiena, arricciò i piedi nudi come per sfilarli dal candore degli zoccoli… un fremito proboscidale prese a barrirle il corpo, salendo su, fino alla mente, lisciandole i capezzoli in allarme. Languori diffusi si sovrapposero all’urlo, così da ricond’urlo alla ragione.
Diventò automatico pensare al suo amore: il cavalier Silvio Barzotto, giovane figlio di un piccolo industriale tessile, che aveva ereditato, fra i conoscenti, il titolo del padre, riempiendo Nilde d’orgoglio. Senza un perché, il pensiero corse anche a sua madre (non aveva ancora capito se poteva permettersi di chiamarla suocera), la quale finalizzava la produzione tessile nella sua boutique “Sarta Barzotto”. Sì, era stato proprio un incontro fortunato quello col suo *bazzotto*. Nilde affondò il feticcio del suo amore in un imbuto di pace, assaporando il ricordo recente di carezze e baci audaci che la predisponevano a imprudenti, ed impudiche, ebbrezze. Eppure qualcosa non andava, la tempesta interna era scatenata ma, fisicamente, l’ingranaggio del piacere grippava poco prima del rintocco liberatorio. Ancora l’urlo. Poteva sed’urlo?
Sbuffò: probabilmente le mancava qualcosa di fondamentale: il suo Silvio?
-Magari…- pensò, sempre più stranita.
-Però, anche quel bastardo di politico chiacchierone…- la voce forniva corpo ai pensieri, mentre la mente inseguiva ricordi d’acrobazie sudate, nell’ovatta d’un ufficio d’assessorato regionale.
-Oddio, adesso non direi no neppure a quel porco di Marco…- una smorfia deformava la linea perfetta delle sue labbra, al pensiero delle spericolatezze rudi del collega che, senza neppure denudarla, aveva cercato di violentarla tra un parto precipitoso e un ritorno di “codice rosso”.
Niente da fare. La grotta di lenzuola reiterava l’eco dell’urlo, continuando a riprod’urla all’infinito.
Si costrinse ad abbracciare l’idea che Silvio, suo unico amore, sarebbe stato il perfetto compagno di condivisione della gioia dei corpi, senza che ciò potesse alleggerirle il cuore.
In un viluppo di lenzuola scritte, la notte passò insonne ed anorgasmica.

*

Alle dieci del mattino seguente, Marco già spiaggiava calamari giganti sotto agli occhi, con l’aria di aVerne abbastanza della giornata lavorativa a venire.
– Non hai dormito neanche tu?
– Niente. Come iniziavo a scivolare in dormiveglia risentivo il grido.
Nilde si rannicchiò tra le meningi, siccome fossero lenzuola. Poi chiese lumi circa gli sviluppi del ricovero in reparto.
– E a Pediatria, novità?
– Appena è uscito dall’anestesia, ha ripreso a urlare, così hanno dovuto sedarlo di nuovo.
– Cazzo.
– Eh, anche la dottoressa, non ha mai chiuso occhio tutta notte.
– I genitori?
– Sono sconvolti. Tra l’altro, due persone splendide: sempre accanto al bambino… la dottoressa mi diceva che la madre lo tiene per mano e gli parla, anche se è sempre sotto anestesia.
– Oh…
Nilde si accovacciò il pensiero del bambino in grembo, animata da un istinto materno che credeva di non possedere, quindi s’immaginò mentre riusciva miracolosamente a rincuorarlo.
– Si sa cos’è successo, sì, intendo, cosa stava facendo quando ha iniziato a urlare?
– Probabilmente ha visto Berlusconi in tivù.
– Ih, ih… no dai, sul serio.
– O forse gli si è rotta la Pleistéscion.
Dall’ambulatorio accanto, la dottoressa berciò che i due si dessero una mossa: un infarto in arrivo. E a ruota un politrauma della strada, poi un vecchio stitico da enteroclisma, ferite da taglio assortite, una broncopolmonite, tre febbri di ennedidì, un altro infarto e così via. La scaletta del concerto non prevedeva pause, e sempre nuove folle di malati continuavano a pogare sotto il palco dell’accettazione.
L’unica nota originale giunse verso il pomeriggio: un vecchio col volto purpureo fioccava bestemmie ad ogni passo, mentre avanzava a gambe larghe. S’era accomodato sul water, per l’abituale seduta pomeridiana, fumandosi una sigaretta. Quindi, con gesto automatico, aveva buttato il mozzicone nel water mentre s’alzava e tutto d’un tratto *WWWWAMMM*!
Il fatto era che, mezz’ora prima, la moglie aveva pulito i sanitari con l’alcool, riversandone un bel po’ proprio nel cesso…
La vista dell’uccello flambé – lo stesso odore dei bei tempi andati, quando sua madre strinava i peli del pollo sul fornello, prima di cucinarlo al forno – restituì alla ragazza quel minimo di sadico buonumore che le permise di arrivare a fine guardia.
Il buio si stava impadronendo della sera ormai, quando Nilde uscì dall’ospedale. Le pareva che l’oscurità si allargasse e si allagasse, lentamente, come l’inchiostro del polpo (o era la seppia??? boh…) per poi diffondersi nell’acqua circostante. Afa, tasso d’umidità alle stelle – mi sembra di avere le branchie…- pensò mentre palpava il maniglione della porta tagliafuoco – e infatti qui sto *branchiolando* al buio, eh – sorrise compiaciuta della sua cultura: l’acquisto del pacchetto Sky era stato molto importante per il suo sapere. Nell’ultimo anno era cresciuta di parecchio, grazie anche ai canali tematici: quelli sulla natura e sulle previsioni del tempo erano i suoi preferiti.
Le strade erano quasi deserte: le parve di sentire il respiro del vestito che le si sfregava addosso al corpo, ad ogni passo. Le sembrò, financo, ma non ne era poi così sicura, d’avvertire lo scalpiccio spiacevole dei suoi pensieri: doveva trovare un sistema per rid’urlo.
– Ciao…
– Ciao…- rispose automaticamente alla ragazza che l’aveva appena sfiorata. Solo ora l’osservava, era proprio una bella ragazza: vestito chiaro estivo molto sexy (sotto sembrava nuda…anzi forse lo era), pelle come cicoria di campo, viso crespigno, tanto che l’espressione a dente di leone e gli occhi pimpinelli avevano un che di… misticanza…sì sì, proprio così.
– Tu, credi?…- le chiese con tono venato d’aceto la bella extravergine d’oliva.
– Certo che credo, cosa credi? – fu la pronta risposta, quasi indignata.
– Sorella, in questo cielo che già presenta lo splendore delle stelle, il tuo destino è nella fede. Il nostro Signore pensa a noi, alla nostra Gioia. Unisciti a noi, condividerai la Gioia.
– Senti bella gioia, non…
– L’amore è *un* stratagemma della programmazione, mentre il piacere è il valore istintivo, universale. Condividi il piacere con noi…
La tirata della bella non permetteva a Nilde nessun intervento: con veemenza, sciorinava parole e concetti apparentemente complessi che generavano confusione nella sua testa. Doveva riuscire a ricond’urla in un terreno a lei più propizio, magari argomentando con abilità retorica le sue ragioni. Così sbottò stizzita ad alta voce.
– ‘Fanculo…
La bella misticanza affilò lo sguardo pimpinello, senza arrestare il logorroico logorio purissimo.
– In questo mondo-spazzatura, non resta che aggrapparsi alla realtà assoluta e non algebrica soprasensibile: la *trash*endenza è la nostra unica via di salvezza, l’unica via da battere. Non ci sono altri valori, non c’è scampo nelle arti, neanche per te, che qui t’ostini a d’arti, in cambio della figurazione immanente impressa sulle banconote. Deh, tendi l’orecchio a queste mie parole! Non prostituirti a falsi valori…
All’unisono vocativo dell’esortazione, la mano aperta di Nilde proruppe incontrollata dalle labbra e si stampò letteralmente sul bel viso della giovane che, sorpresa, interruppe il profluvio di parole.
Nello stesso istante, l’infermiera prillò sui tacchi dandosi alla fuga.
– Io amo l’arte…- gridò ancora, mentre si allontanava, guardandola in controluce con dispetto ed ebbe la conferma: sotto era proprio nuda. Non che lei usasse la biancheria intima, ma un vestito bianco, dai, era come essere nuda.
Si guardò le punte delle scarpe, passo passo, lanciandosi in un’arringa difensiva tra sé e sé: altro che d’arti – non le era sfuggito l’apostrofo tra le parole della bella misticanza – io amo davvero l’arte… le pareti della mia stanza pullulano d’opere d’arte! Tutta la collezione delle copertine dei Nirvana – che bono Kurt…- i quadretti ricavati dalle litografie presenti in un album di Branduardi, il design provocante d’una ford *escort* in un poster regalatole dal suo Barzotto… Era vero che gli ultimi giorni avevano aperto una breccia di vuoto nella parete… ma, per buonissimi motivi, visto che aveva rimosso la riproduzione de “l’urlo” di Munch…

Dirigendo il suo passo in direzione opposta, Nilde condusse la sua indignazione verso altre rotte. Ma guarda un po’ se la prima sconosciuta che passa mi può dare della prostituta così, senza neppure conoscermi. L’indignazione le agitava i pensieri sconvolgendola… le parve quasi di vedere il suo Silvio, in macchina con un’altra, passarle davanti senza neanche fermarsi. Addirittura facendo finta di non vederla, voltandosi dall’altra parte.

– Mi spiace amore, non posso venire a prenderti…devo portare delle stoffe in un paese vicino…-
– Ma io ti stavo aspettando… la tua manza coperta di veli e d’organza, hai presente? …altro che stoffe – questo contrattempo mandava a monte i suoi programmini di ristoro: dopo una giornata di urla disumane aveva programmato una serata da urlo.
– Lo sai, amo’, quanto mi manchi… ma è proprio impossibile… dai dimmi che perdoni il tuo papi… su non fare l’offesa…-
– Ma non puoi, non puoi o potresti pure… non sai cosa ti riserva questa serata… – cercava di sfoggiare tutta la malizia possibile nella sua voce.
Niente: doveva rinunciare al suo Barzotto. Uff… il suo papi adorato. questo lavoro, a volte, si metteva fra di loro ostacolando lo sviluppo della storia.

Ma la gelosia è una serpe velenosa. Quello doveva essere il suo Silvio, ed era in compagnia di un’altra. Che motivo c’era, altrimenti, di voltarsi repentinamente in direzione opposta? E lei era qui, in una strada di una serata estiva, insultata da un’indiavolata mistica… ah, ecco: mistica era la parola che non le veniva prima. Quando s’arrabbiava, le parole le venivano alla mente. Certe parole, una goduria….
– Taxi! Taxiii! – fu l’istinto a farle sollevare il braccio e a fermare l’autovettura di servizio, scorta con la coda dell’occhio: non v’era motivo di rimanere in strada, dopo una giornata tanto faticosa e un tradimento. Voleva guadagnare, il prima possibile, l’approdo confortevole della sua camera. Si sarebbe infilata sotto la doccia poi, con la tv accesa, avrebbe indossato le cuffie ed ascoltato “in Utero” dei mitici Nirvana: l’unica musica capace di ricondurla all’atarassia.
– Via delle Monache 69…grazie…- comandò al tassista, prima di sdraiarsi scompostamente su sedile posteriore. Si immerse nuovamente dentro i suoi pensieri: il suo riccio e il conforto della sua muta presenza; quella stronza che le stava rubando il suo unico amore; le proposte dell’invasata che, fino a quando non l’aveva insultata, potevano financo rivelarsi interessanti: già s’immaginava fra le braccia della bella predicatrice… e non solo fra le braccia.
Un sorriso accompagnò quest’ultimo pensiero. Sollevando lo sguardo, s’accorse delle occhiate, sempre più entusiastiche, che il tassista le inviava attraverso lo specchietto retrovisore. Ma cosa voleva? Aspettò la successiva sbirciatina e ne seguì la direzione.
Un lampo s’accese nella sua testa. Nello sconforto delle sue disavventure aveva scordato la compostezza e il fatto, trascurabilissimo, di non indossare biancheria intima. Proruppe in una risata contagiosa che coinvolse l’ignaro autista. Scostando, consapevolmente, ancor più le cosce provocò un incidente stradale. Il taxi andò ad urtare un’ambulanza che, in quel preciso istante, attraversava l’incrocio.
Nilde si ritrovò gambe all’aria. Il mondo capovolto e tutta la sua intimità offerta alla vista delle persone accorse sul luogo dell’impatto.
Dall’interno dell’ambulanza proveniva un urlo…

*

Così, mezz’ora dopo essere smontata e uscita dalla porta di servizio, Nilde si ritrovò di nuovo a entrare in ospedale, stavolta dalla porta principale. Il trauma cranico le obnubilava la coscienza: siccome tanti palloncini rosa, grappoli di facce note galleggiavano d’intorno, mentre la luce pallida dei neon spandeva dal soffitto ad alonarne i margini. Era ubriaca?
Chiuse con forza gli occhi e vide il globo della terra che orbitava attorno al sole, e, sulla terra, milioni di persone sole ad orbitare attorno al nulla. Un’astronave a forma di sigaro le sibilò vicino, superando di almeno trevirgolasei anni luce i limiti di velocità. Il flash dell’ufovelox la colse di sorpresa.
Strano, però. Anche se la nave spaziale era ormai scomparsa oltre l’orizzonte del sistema solare, Nilde continuava ad avvertirne il sibilo continuo. No. Forse non era un sibilo.
Già, ora sembrava un suono quasi-umano: un urlo fragile. Ruotò la testa verso la fonte del suono e trovò un muro. O magari era *il* muro, congetturò. Già: il muro del suono.
Oltre la parete, nell’ambulatorio accanto, una bambina di sei anni seguitava a sgolare al mondo un urlo ininterrotto.
Urlo ininterrotto, urto ininterrotto: Nilde sognò di risvegliarsi indefinite volte, come in un loop, mentre ululava l’agonia d’uno schianto perpetuo.
– Buongiorno, signorina.
– Buongiorno. E lei chi diavolo sarebbe?
– Ha ragione, chiedo venia, mi presento: sono l’Incidente.
– Piacere.
– Piacere mio.
– Cosa desidera?
– Oh, niente di particolare. Son qui per additare a lei la retta via, o forse meglio, la retta incidente.
– Mmmm… prima gradirei che si facesse chiarezza. Perché continua a parlare di retta? Non vorrei che poi saltasse fuori che c’è un mensile da pagare!
L’Incidente chiarezzò garbatamente la guancia destra della donna, per poi replicare gaio.
– No davvero. Si dicono incidenti due rette a e b che giacciano nello stesso letto ed abbiano almeno un amplesso in comune.
– A-haah, in comune! Dica la verità, la manda il mio giovine amico politicante?
– No. Però sono costretto a ammettere che l’uomo ha del buongusto: lei è uno schianto.
– M-ma… allora… allora se io sono uno schianto… s-siamo un po’ la stessa cosa!
– Già.
Nilde stormì le fronde delle labbra, lasciando che i frangenti spumeggiassero di bollicine di saliva. Cosa. Caos. E come la vita emerge dal caos, dal brodo primordiale, così la donna immaginò di dipanare il bandolo d’una matassa di pensieri, partendo dal disordine.
– L’anagramma di “schianto” è *taschino* – disse a voce alta e immantinente ne frugò perplessa il contenuto. In breve, dalla piccola tasca che il suo abito non aveva, uscirono una manciata d’istantanee: i fotogrammi dell’impatto e dei soccorsi, compreso un primo piano assordante su due lunghi colpi di clacson.
In una sorta di trance, Nilde rivisse gli attimi successivi all’incidente: quando ancora non si era spento il rosario di percussioni metalliche e la sirena dell’ambulanza si esibiva in una nota dolente, fissa e lacerante, ma non in grado di competere con l’urlo animalesco proveniente da altre dimensioni. In quegli attimi, prima del nero avvolgente e tiepido, sentì i passi e le voci penetrare la sua mente. Sentì mani agili e rapide che le toglievano il vestito e occhi che indagavano la sua nudità. Ma non le importava: sentiva solo una grande stanchezza. Non le importava neppure che scoprissero il suo segreto: tricotomia peri-vulvare. I soccorritori, sicuramente, l’avevano vista sorridere in quel momento, mentre sgusciava via, verso l’oblio e i ricordi di gioco con il suo amore.
Poi, ad un tratto, sentì dita metalliche che frugavano le sue ferite, estirpando schegge di cristallo costrette ad abbandonare a malincuore le sue carni, recando come ricordo il sangue. Percepì odori di disinfettante, l’amaro dell’anestetico che dalla flebo le fluiva dritto in bocca e trapani metallici che suturavano ferite lacerocontuse.
Era una bambola: bambola di pezza, maneggiata e rammendata; bambola denudata e abbandonata nella sua disarticolazione; un vento interno la attraversava per cercare sbocco dalle sue fessure che le sembravano moltiplicarsi. Fessura, squarcio, spiraglio: infine, rassicurante, il contatto di lenzuola fresche e, subito dopo, il peso tiepido delle coperte.
Aprì gli occhi, in quell’attimo, Nilde, ed incontrò il volto ossuto del Dottor Mallus, un uomo distinto e severo che si muoveva con decisione e sicurezza. Una siringa decorava la sua mano.
– Benedetta ragazza, per averla nuda a mia disposizione avrei voluto sed’urla, vuol dire che m’accontenterò di codesta implume visione…- scherzò, mentre le spingeva nuovamente l’ago nella carne.
– Cosa mi sta facendo? Cosa m’è successo?- credette di dire la poveretta, mentre produceva uno scomposto e muto sfarfallio di labbra.
Qualche minuto più tardi, distorto dall’urlo proveniente da altrove, ma vicinissimo, l’immagine del medico sparì e il nitore del soffitto bianco rinserrò la presa gelida dell’incoscienza. Pur tuttavia, l’inverno durò poco, e in primavera l’urlo salì di tono modulandosi in sonorità simili al fischio del chiUrlo in calore: sintetico e acido, sensuale e seducente… un tormento estatico dal quale non avrebbe più voluto evadere.
Stanchezza-cloralio-riccio-stanchezza-papi-stanchezza-stanchezza-stan………….

*

– Adesso dorme, stia tranquilla. Per stanotte resta qui in astanteria, e non appena si libera un posto in pediatria, la trasferiamo.
– Ma è grave?
La madre della bambina tentò un arrocco disperato. La dottoressa mosse e per l’angoscia fu matto in tre mosse.
– Non possiamo ancora dirlo, signora. C’è stato un altro caso ieri, ed è ancora sotto sedazione completa. Potrebbe trattarsi d’una encefalite.
Nilde nel dormiveglia percepì gli ultimi scampoli del dialogo. Volse la testa verso il letto adiacente e osservò il profilo smorzato della bambina: sotto il diaframma sottile delle palpebre chiuse ebbe l’impressione di percepire il turbinio della tempesta, quando scuote le imposte e fa tremare i vetri.
Un’ora più tardi, dopo avere informato la bambina incosciente che andava a prenderle il pigiama e un po’ di biancheria di cambio, la madre si allontanò dal capezzale della figlia. Poco dopo, Nilde si tirò a sedere sul letto, faticosamente. Trattenne il fiato, studiando il respiro regolare della piccola compagna di stanza, quindi riuscì a levarsi in piedi, seppure barcollando, e passo passo si portò di fianco all’altro letto: la bambina aveva i capelli ricci, sudati, appiccicati sulla fronte, e l’incarnato pallido attraverso il quale si poteva intravedere il blu delle venuzze sulle tempie.
Nilde si chinò sulla bambina, appoggiando l’orecchio destro sulle labbra semiaperte, ed ebbe l’impressione di sentire l’uragano spingere la gola contro i denti… come uno spiffero ululante, insinuatosi lungo le guarnizioni difettose d’un infisso: l’urlo del vento!
L’urlo. Del. Vento.
Una goccia di sudore perse l’appiglio all’orlo della fronte e scivolò pesantemente verso il crepaccio oltre la guancia. Nell’attimo in cui precipitò nel vuoto, lanciò lo stesso grido disumano.
D’istinto, Nilde stampò una mano sulla bocca della bimba, sentì lo sfiato umido del naso contro l’indice e senza esitazione mise in moto pure l’altra mano, decisa ad arginare il nuovo spiffero. Strinse con tutte le sue forze per un minuto buono, quindi tornò a coprirsi di silenzio nel suo letto.

(continua…)

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2 pensieri su “Malos Mannaja, Stefano Giorgio Ricci: Mondi Impossibili? (1)

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