Don Tonino Bello: Non passa lo straniero

 

Chagall
Don Tonino Bello: Non passa lo straniero

Carissima Rut, avrei voluto scriverti in ben altra circostanza. Per approfondire ad esempio le ragioni di quell’universalismo della salvezza che hanno indotto Dio a includere anche te, unica straniera nell’albero della genealogia ebraica di Gesù. Non ti nascondo infatti che quando nella messa viene proclamata la lista degli antenati di Cristo tramandataci da Matteo, mi sorprende e mi commuove sentir pronunciare il tuo nome di donna fugace come un fremito d’ala. Sembra un nome abbreviato per pudore. O intimidito di comparire in mezzo al ferrigno scrosciare dei nomi di tanti maschioni. Ti scrivo, invece, perché voglio sfogare con qualcuno la tristezza che mi devasta l’anima in questi giorni, alla vista di tanti stranieri che hanno invaso l’Italia, e verso i quali la nostra civiltà, che a parole si proclama multirazziale, multiculturale, multietnica, multireligiosa e multinonsoché non riesce ancora a dare accoglienze che abbiano sapore di umanità. So bene che il problema dell’immigrazione richiede molta avvedutezza e merita risposte meno ingenue di quelle fornite da un romantico altruismo. Capisco anche le «buone ragioni» dei miei concittadini che temono chi sa quali destabilizzazioni negli assetti consolidati del loro sistema di vita. Ma mi lascia sovrappensiero il fatto che si stenti a capire le «buone ragioni» dei poveri allo sbando e che in questo esodo biblico non si riesca ancora a scorgere l’inquietante malessere di un mondo oppresso dall’ingiustizia e dalla miseria. Tu mi sembri, allora, l’interlocutrice più adatta delle mie confidenze, dal momento che, avendo coniugato il verbo accogliere non solo nella forma attiva ma anche nella forma passiva, hai sperimentato la durezza dell’emigrazione nella duplice fase: l’esilio in patria e la ghettizzazione in terra straniera.
Non tutti conoscono la tua storia. Perciò mi scuserai se, nel rievocarne alcuni particolari, sfiorerò la discrezione e farò violenza al tuo riserbo. Vivevi spensierata sulle alture di Moab, al di là del mar Morto, cullando sogni e parlando d’amore con le tue compagne, quando un giorno arrivò nel tuo paese una famiglia di spiantati. Erano stranieri, provenienti dalla terra di Canaan, colpita in quegli anni da una terribile carestia. Ti impressionò subito la carnagione bruna dei due figli. Uno dei quali si accorse di te. Ma tu eri ancora ragazzina. Tanto ragazzina, che il cuore si mise a battere di paura quando egli, con i gesti più che con le parole, venne dai tuoi genitori a chiederti come sposa. Non so se in casa quel giorno accaddero scenate. Ma c’è da supporre che ti rinfacciarono tutta la loro disapprovazione. Che eri il disonore della famiglia. Che non ti avrebbero più riconosciuta come figlia. E che era un infamia girar le spalle tutt’una volta alla propria tradizione, alla propria lingua, alle proprie divinità, per correr dietro a una maledetto sconosciuto. E che, comunque, non avrebbero tollerato mai e poi mai, dopo averti cresciuta come un fiore, di doverti consegnare a uno di quei morti di fame. Accidenti a lui e a tutti quelli della sua razza!
Furono giorni amarissimi, ma alla fine la spuntasti tu, pur pagando caramente il prezzo della tua caparbietà.Ti vedesti così tagliare tutti i ponti, e alla fine rimanesti sola. Al punto che, quando dopo dieci anni di tribolazione tuo marito morì e morirono anche il fratello e il padre di lui, decidesti di seguire Noemi, la suocera addolorata, che, non avendo più nessuno anche lei in quella amarissima terra straniera, volle rimpatriare.
«Dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu morirò anch’io e vi sarò sepolta».

Varcasti così la frontiera, e cominciò per te la seconda fase della tua esperienza di “diversità”.
Un vero e proprio mestiere non ce l’avevi. Insieme con la qualifica professionale, ti mancava anche il libretto di lavoro, e a Betlemme, dove andasti ad abitare con Noemi, non ti vollero iscrivere nelle liste di collocamento. Sicché, per camparti la vita, essendo il tempo in cui si cominciava a mietere l’orzo, andasti a spigolare furtivamente nelle campagne.
O Dio, non era proprio lavoro nero, ma era certo un lavoro umiliante, perché scartato da tutti ed esposto alle molestie del mietitori.
Meno male che trovasti grazia presso un ricco massaro, un certo signor Booz, il quale ti prese a ben volere e ordinò ai suoi dipendenti: «Lasciatela spigolare anche tra i covoni e non le fate affronto; anzi lasciate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; abbandonatele, perché essa le raccolga, e non sgridatela». Ti andò veramente bene. Anzi meglio di così la sorte non poteva arriderti, dal momento che il massaro cominciò ad avere del tenero per te e addirittura ti volle sposare, tra la meraviglia di tutte le donne di Betlemme che creparono d’invidia. E brava la Moabita!
Carissima Rut, qualcuno potrebbe dire che, a proposito di immigrati, la tua vicenda non fa testo, perché, essendosi conclusa con la fatidica frase «e vissero felici e contenti», sembra appartenere più al genere delle telenovele che ai resoconti del telegiornale o ai servizi di Samarcanda, laddove le storie degli extracomunitari si intridono spesso di lacrime e di morte. Io, invece, penso che nelle pieghe della tua avventura possiamo leggere il giudizio di Dio su questa impressionante transumanza di gente alla deriva. La tua storia, insomma, ci interpella non solo con la forza esemplare del paradigma, ma anche con la sollecitazione di risposte intelligenti di fronte al fenomeno della presenza degli stranieri nel nostro territorio.
Anzitutto, ci dice che la fusione di etnie diverse è possibile: anzi, appartiene a quel pacco di progetti che costituiscono la sfida più drammatica per la sopravvivenza della nostra civiltà. La comunicazione con le culture altre, insomma non è un’utopia, né uno sterile sospiro di sognatori. Quando alle porte della città si celebrarono le tue nozze col massaro di Betlemme, gli anziani rivolsero a Booz tuo marito uno splendido augurio, che vale tutto un trattato sulla integrazione al razziale: «Il Signore renda la donna, che entra in casa tua, come Rachele e Lia, le due donne che fondarono la casa di Israele».
In secondo luogo, la tua storia ci provoca a vincere gli istinti xenofobi che ci dormono dentro. Che si ammantano di ragioni patriottiche. Che scatenano all’interno delle nostre raffinatissime città, inqualificabili atteggiamenti di rifiuto, di discriminazione, di violenza, di razzismo. E che implorano dalle istituzioni con martellante coralità, rigorosi provvedimenti di forza. Siamo vittime di una insopportabile prudenza, e scorgiamo sempre angoscianti minacce dietro l’angolo. Perché lo straniero mette in crisi sostanzialmente due cose: la nostra sicurezza e la nostra identità. Da una parte, infatti, ci toglie il lavoro, ci contende la casa, ci riduce gli spazi, entra in competizione con noi, decostruisce l’articolazione dei nostri interessi economici. Dall’altra, sembra attentare ai nostri connotati, sfida la compattezza del nostro mondo spirituale, relativizza i nostri altari, sfibra il deposito delle nostre tradizioni. Ebbene, la tua storia ci fa capire che la segregazione è la risposta più sbagliata al problema razziale, così come rappresenta una iattura simmetrica il tentativo di voler assorbire nelle stratificazioni della nostra cultura i tratti emergenti della «diversità» altrui, senza lasciarne neppure la traccia. Solo la progressiva intersezione di aree di valori sarà capace di creare il terreno, calcando il quale nessuno debba sentirsi in esilio. Grazie, dolcissima Rut, per questo tuo incredibile messaggio di universalità che lasci cadere dai tuoi covoni. Dietro i quali, alla ricerca dei tratti di un mondo più solidale, siamo venuti anche noi a spigolare.

don Tonino Bello

http://www.paxchristi.it/?p=790

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Lampedusa, è di nuovo emergenza riprendono gli sbarchi di profughi

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/08/13/news/lampedusa_crisi-20401544/?ref=HRER2-1

don Tonino 20anni fa e gli albanesi di oggi

http://www.paxchristi.it/?p=1551

 

8 pensieri su “Don Tonino Bello: Non passa lo straniero

  1. i problemi, penso, sono sempre gli stessi, sono in circolazione insieme con gli uomini, che sono migranti. Ora in un paese ora in un altro i popoli cercano la sostanza che li fa vivere. Le carestie, le mallattie, oggi, non sono prodotte da fatti naturali, ma è l’uomo stesso che le produce e le propaga, le fomenta, le gonfia. Questa è la piaga peggiore, che sia l’uomo a pensarle e a volerle. La cosa orrenda è che sia l’uomo, che si crede depositario di un potere maggiore degli altri, uomini come lui, dunque esseri semplicemente passeggeri, migranti, ancora una volta, con tappa ultima la medesima, a incrementarle comprandosi e vendendosi.ferni

  2. quanta coraggiosa denuncia, se pure ammantata di linguaggio poetico, in questa lettera!
    la commozione è salita vertiginosa.
    la grandezza di quest’uomo è sorprendente.
    come è sorprendente l’attualità del suo dialogo con i personaggi biblici, più vivi che mai.
    grazie, Abele.
    cri

  3. Grande Don Tonino. In questa lettera a Rut affronta il problema dell’immigrazione in Italia in modo lucido, pacato, esaustivo e con equilibrio. All’interno della lettera ho visto una miscela sapiente di conoscenza del problema, umanità e sensibilità religiosa. Mi è piaciuto anche il riportare da parte di Don Tonino le reazioni più popolari “di insopportabile prudenza” che la molti nostri connazionali oppongono all’integrazione. Integrazione che per Don Tonino deve trasformarsi in progressiva intersezione di valori.
    Come successo ne “La Carezza di Dio”, questo scritto offre una sicura mediazione tra senso religioso e realtà quotidiana, aprendo la strada possibilità di vita diversa dal solito e spunti di riflessioni folgoranti, per l’uomo come singolo e l’intera comunità, in qualsiasi forma essa si presenti.

    Ciao e grazie Abele! :-)

    Fernando

  4. le lettere di don Tonino sono luci. non hanno nulla di enfatico, nessuna spinta a convincere ad ogni costo, eppure nella loro semplicità si rivelano motori potentissimi di riflessione per una svolta nei comportamenti.
    sto leggendo uno dei suoi libri: Alla finestra la speranza -Lettere di un vescovo- San Paolo ed.ni, 1988, con una partecipatissima prefazione di David M.Turoldo. ogni lettera un tema umano, toccato con saggezza, lucidità feroce e luminosa sensibilità. se ne resta colpiti e convinti. ah quanto bisogno oggi di queste parole, che anche al di là della fede, sono capaci di dare virate alla devastante indifferenza generale di fronte alle ingiustizie e alla de-solidarizzazione che dilaga . ringrazio ancora Abele per aver aperto questa finestra di vera conoscenza.
    annamaria

  5. Amo profondamente il libro di Rut, che ho scelto qualche anno fa come momento centrale di una riflessione sulle “lettere migranti”. Solo dopo quella scelta ispirata originariamente da fattori affettivi, ma che si rivelò efficace anche per orecchie un po’ pigre, ho letto l’introduzione di Erri de Luca alla sua traduzione del libro di Rut, la poesia In Ägypten di Paul Celan, con l’esortazione: “Tu devi chiamarle fuori dall’acqua: Ruth! Noemi! Miriam!”. Leggo ora questa lettera a Rut di don Tonino Bello e ringrazio Abele per aver messo a disposizione questo esempio di ‘Mikrà’.

  6. Domenica 24 agosto 2014, ore 20.30, presso la Casa di Accoglienza “Don Tonino Bello” di Alessano, apre la XVᵃ edizione del festival di musica barocca Il Montesardo con la presentazione di Un sandalo per Rut – Oratorio per l’oggi, opera del collettivo Poeti per don Tonino Bello. Brani da Un sandalo per Rut saranno letti da Renato Colaci, Nadia Esposito e Milena Pascali con musiche del periodo barocco e musiche originali di Doriano Longo eseguite da Doriano Longo, Luca Rizzello (violino barocco) e Sergio De Blasi (clavicembalo).
    Un sandalo per Rut è il terzo lavoro dei Poeti per don Tonino Bello, collettivo nato nel 2011 e che comprende venti poeti da tutta Italia. Segue la pubblicazione del poemetto La Versione di Giuseppe (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto) e dell’ebook Auguri scomodi (www.neobar.wordpress.com), e si ispira alla Lettera a Rut di don Tonino Bello. La parabola di Rut prende vita in quattro scene principali (Naomi e Rut verso Betleem, Rut che spigola nei campi e l’incontro con Boaz, Come conquistare Boaz, La notte di Rut e Boaz) e attraverso tre personaggi: Rut, Naomi e Boaz, insieme a un coro a cui di volta in volta vengono affidate parti diverse (soldati, contadini, spiritelli, grilli, etc.). L’opera è stata concepita sia per essere rappresentata nella sua forma completa che prevede l’organico di un’orchestra barocca, coro, cantanti e voci recitanti, che in altre forme.

    Fanno parte del collettivo Poeti per don Tonino Bello: Augusto Benemeglio, Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Simonetta Bumbi, Anna Costalonga, Anna Maria Curci, Rosaria Di Donato, Margherita Ealla, Vincenzo Errico, Annamaria Ferramosca, Giancarlo Locarno, Abele Longo, Domenica Luise, Malos Mannaja, Vincenzo Mastropirro, Antonella Montagna, Francesca Moro, Stefano Giorgio Ricci, Loredana Savelli, Pasquale Vitagliano.

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